Non sempre i fatti spiegano la realtà, non sempre la verità è così chiara, non sempre prendere una decisione significa rimediare ad un torto
Phoenix, Arizona, una mattina di luglio. Le hanno detto “ti va un chewing gum?”, l’hanno attirata in un capannone, e l’hanno stuprata, per ore, a turno. Lei ha 8 anni, e ha subito due violenze, perché la sua famiglia, liberiana, l’ha ripudiata dopo lo stupro perchè l’avrebbe coperta di vergogna; ora è stata affidata ai servizi sociali, nonostante si sia sollevata una protesta a livello internazionale per quello che sta subendo proprio da parte di chi avrebbe dovuto aiutarla a superare la violenza che l’ha travolta, nonostante lo stesso presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf sia attivato per cercare di far comprendere ai suoi genitori che lei è la vittima, non la colpevole. Non conosciamo il suo nome, ma possiamo immaginare la sua pena.
CHI E’ STATO?- I suoi aguzzini non sono degli incalliti criminali, e anche
loro sono liberiani: i due più grandi, un tredicenne e un quattordicenne, possono essere considerati adolescenti a tutti gli effetti, ma gli altri componenti della gang sono solo dei bambini di nove e dieci anni. Il capo della banda, il maggiore, è stato subito incriminato come un adulto e subirà un processo per stupro, ma proprio in questi giorni un giudice, Dawn Bergin, deve decidere cosa fare con il più piccolo: è in grado di sostenere un processo?
CHE FARE? -L’udienza di lunedì scorso si è tenuta proprio per cercare di capirlo. Secondo il parere di due psichiatri il bambino non è pronto a sostenere il peso di un procedimento così lungo e pesante, e non sarebbe neanche in grado di comprendere cosa gli sta accadendo. Non deve esserefacile decidere perchè questo “mostro” in realtà si comporta esattamente come un qualsiasi ragazzino della sua età: ascoltando una sua insegnante che lo rimprovera, piange; quando infatti Toya Abrams, la sua maestra,dichiara in tribunale che non va bene a scuola, che raramente fa i compiti, e che è violento e picchia spesso i suoi compagni, scoppia in
lacrime, come se avesse di fronte un genitore severo, e l’attendesse una punizione di quelle che si danno in questi casi , quando si ha un figlio particolarmente vivace. E quando la sua insegnante racconta che il ragazzo soffre di problemi comportamentali, ad un certo punto, si rende addirittura necessaria una pausa chiesta dal suo avvocato, proprio perché il bambino non riusce a smettere di singhiozzare. La Abrams, che insegna alla Camelview Elementary School di Phoenix, testimonia anche di essere preoccupata per il tipo di vita che il ragazzo conduce a casa, affermando che si presentava a scuola indossando la stessa camicia sporca per mesi, e che spesso non era pulito, e molte volte era perfino affamato “Nessuno nella sua famiglia si è mai presentato agli incontri con gli insegnanti o ha mai firmato i compiti” continua, e infine conclude: “Ogni volta che il ragazzo è stato punito per il suo comportamento in classe, si è “chiuso” al resto del mondo, mettendo la testa tra le braccia e rifiutandosi di lavorare per il resto della giornata.”
CHI E’ IL VERO COLPEVOLE?- Dalla Bergin ci si aspettava una sentenza per lunedì stesso o per martedì, ma la complessità del caso l’ha indotta a programmare un’altra udienza per il 18 novembre. Dirimere quanto sia carnefice e quanto sia vittima questo ragazzo, non è compito nostro, grazie a Dio. Resta però il dubbio che i veri stupratori non siano neanche stati messi al banco degli imputati questa volta.




Resta anche la rabbia che NEANCHE questa volta i veri stupratori non sono seduti al banco degli imputati, avrei aggiunto. Con la stessa frustrazione e rabbia di I.S.
Che storia maledetta, questa. Le vittime al quadrato, i carnefici vittime, e – in fondo – la giustizia vittima anch'essa. In ogni caso.
che storia maledetta…vero
“non è compito nostro, grazie a Dio. “. Poi dite che non dobbiamo censurare i pezzi.
mah. reati da grandi, punizioni da grandi.
Mi spiace, ma il buonismo non lo reggo.
Io mi ricordo di quandoe ero piccola. E mi ricordo le sensazioni “positive e negative” nel momento in cui facevo qualcosa di sbagliato. Un giorno diedi uno schiaggo a una mia amichetta. Avevo sei anni. Sapevo BENISSIMO cosa stavo facendo. Questi “ragazzini” sapevano quello che facevano. NOn mi fanno pena, mi fanno schifo. Li farei marcire in galera e butterei la chiave. Cazzi loro.