Castellammare di Stabia, città di settantamila abitanti ad una trentina di km da Napoli. E’ qui che si trova la “fabbrica” più antica d’Italia. I “Regi” Cantieri navali, fondati dai Borbone nel lontano 1783. Proprio in questi giorni si è aperta una dura vertenza sul futuro di una delle realtà produttive più importanti del Mezzogiorno.
Il dramma della perdita del lavoro sta colpendo centinaia di famiglie stabiesi. La cassa integrazione e il pericolo che il provvedimento si estenda a macchia d’olio, hanno creato un clima
di tensione sfociato in diverse azioni di mobilitazione. Centinaia di “tute blu” in strada hanno bloccato il traffico automobilistico della statale “Sorrentina” affiancati, peraltro, dalle istituzioni locali per sensibilizzare l’azienda e il governo nazionale verso la grave emergenza occupazionale che sta vivendo tutto il territorio. Centocinquanta lavoratori della Fincantieri sono già in cassa integrazione da una settimana, e altrettanti sono attesi dal provvedimento tra qualche giorno, mentre diverse centinaia d’operai dell’indotto sono a casa da mesi senza alcun ammortizzatore sociale. Il timore dei lavoratori e dei rappresentanti sindacali è che l’azienda abbia deciso di riporre lo stabilimento stabiese in secondo piano, dopo anni d’intensa attività. La mancanza di commesse o le voci che quelle in arrivo siano dirottate in altri stabilimenti, ha destabilizzato oltremodo l’ambiente già provato e scosso dalla difficile congiuntura economica. La settimana scorsa cinque operai della Fincantieri sono saliti sui tetti dello stabilimento di Via Caio Duilio, mentre altre centinaia di dipendenti protestavano nel piazzale antistante il cantiere, una protesta per spingere le istituzioni ad intervenire con rapidità ed in modo concreto sull’emergenza occupazionale.
SOTTO PRESSIONE – Tira area pesante tra i capannoni del cantiere. In particolare tra i lavoratori Fincantieri a cui è già scattato la CIGS. “A fine mese percepiremo il 75% del nostro stipendio ordinario” racconta Ciro Esposito operaio quarantaseienne addetto alla “filo continua”, la particolare stazione saldante in opera nel cantiere. “Con la paga normale – sostiene il lavoratore – è difficile tirare avanti. In famiglia siamo in cinque. Io, mia moglie e i miei tre figli. La più grande va alle medie. Adesso tutto si fa più difficile. Spero che si chiuda presto l’accordo al ministero. Lo speriamo tutti. Per me, per questa città, questa fabbrica è tutto”. “Vedere questa fabbrica senza e ‘fierr n’ t err’ (i ferri del lavoro n.d.r.) – prosegue Giuseppe Giovédi del direttivo Fiom della Rsu – è triste. Il punto però non è la vertenza. Noi siamo consapevoli delle difficoltà ma c’è un però: se non si accelerano le pratiche per salvaguardare gli operai delle ditte esterne rischiamo di fare un passo avanti e due indietro. Non si tratta di lavoratori di serie B, anzi, offrono un contributo fondamentale alla realizzazione delle navi”. Tra i lavoratori delle “ditte” nessuno ha voglia di parlare. Sono loro l’anello debole della catena. Si capisce, sono quelli più ricattabili e quindi quelli che rischiano più seriamente di perdere il posto di lavoro.
CON CALMA – Un primo tavolo “tecnico” al ministero dello Sviluppo economico, presieduto dal direttore generale del dicastero, Andrea Bianchi, con il sindaco di Castellammare di Stabia, Salvatore Vozza e un rappresentante della Regione Sicilia (poiché anche i cantieri navali di Palermo vivono un’analoga situazione di crisi), avrebbe offerto alcune soluzioni tampone ai due cantieri, tra cui il sostegno all’indotto. Ma secondo la Rsu del cantiere stabiese, i tempi per fare fronte alle difficoltà dei lavoratori, in cassa integrazione
già da quattro mesi, sarebbero troppo lunghi se rapportati ai disagi che stanno vivendo le famiglie. Le maestranze hanno deciso di protestare ad oltranza assieme ai lavoratori delle ditte dell’indotto, quelle più penalizzate, per valutare altre azioni di protesta. Proprio le ditte esterne, infatti, sembrano essere le più colpite. In molti, anche se a mezza bocca, ammettono che vista la documentazione e gli incartamenti necessari per accedere ai fondi per la Cassa integrazione da consegnare poi alla Prefettura, parecchie “ditte” potrebbero vedersi costrette a ridimensionare (o viceversa ad allargare) il proprio personale, pagare contributi e mettersi in regola. I lavoratori temono che accada l’imponderabile e che molte di queste aziende, per timore di doversi sobbarcare nuove assunzioni e di rientrare nei requisiti di legge, facciamo marcia indietro lasciando così molti operai sul lastrico. Del resto, allo stesso tavolo tecnico, anche i rappresentati degli armatori hanno nicchiato giudicando l’accordo poco allettante. L’accordo, ad oggi, prevede solo commesse “pubbliche” (vale a dire ad onere dello Stato) per la realizzazione di alcune navi e motovedette della Capitaneria di porto, con l’aggiunta (quasi fantascientifica) di costruire delle “carceri galleggianti” che sarebbero poi usate in caso di terremoti sulla terra ferma! Gli operai intanto non demordono. “Abbiamo indetto otto ore di sciopero perché ieri, al tavolo con il Governo, abbiamo ricevuto due risposte parziali”. E’ quanto ha dichiarato il rappresentante Fiom, Francesco D’Auria, anche lui sul tetto per protestare con gli altri operai. “I tempi della politica sono diversi da quelli delle famiglie – ha spiegato il sindacalista commentando le soluzioni profilate – e, se tutto va bene, la situazione non si sbloccherebbe prima della primavera prossima. Noi però siamo stanchi di restare al buio, senza un programma che ci faccia vedere una soluzione del problema”. Per l’appunto, la Castellammare “operaia”, quella “rossa” che negli anni ’70 consegnava al Pci altissime percentuali di voto e che portò la città ad essere soprannominata la “Stalingrado del sud”. Oggi, anche quel glorioso passato fatto di lotte e conflitti sociali appare un drappo sdrucito dai ricordi. Alle ultime europee il Pdl col suo 40% ha doppiato il Pd (fermo al 18%). Il resto della sinistra è risultato non pervenuta o quasi.




Veramente bello il pezzo, veramente triste quello di cui ci informa.
Un dato che ho letto nei recenti dati Istat sulle foze di lavoro, e che è devastante, è la riduzione delle persone che CERCANO il lavoro nel sud.
E anche la stima Svimez per il 2009, che sembra apaprentemente positiva (-2,9% di fornte a un -5% dell'Italia) è in realtà pesantissima.
Con questi chiari di luna, mentre si riconferma la necessità di una svolta forte nel modo di governare regioni ed enti locali, si riafferma anche la necessità di rimettere al centro del diabttito nazionale il lavoro e lo sviluppo del sud.
Ma a parte le dichiarazioni, non c'è nulla.
C.
Chapeau all'autore per aver descritto in modo tanto preciso e brillante la triste realtà di questa città (che ben conosco) e più in generale, di questa Regione. La crisi non è solo industriale ed economica ma ormai, dopo tanti anni di abbandono e malgoverno (locale e nazionale), sociale e civile.
Un panorama desolante; mi sento molto vicina all'operaio con i tre figli.
Grazie
Eh, e non ho parlato della Regga d Quisisana…
Almeno, lui, è un dipendete Fincantieri. Quelli che stanno messi peggio sono quelli delle “ditte” esterne. Peggio in termini di sicurezza sul post di lavoro, di diritti ecc.
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