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pubblicato il 28 settembre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

A settembre due elezioni su tre sono state vinte da forze progressiste, ma i successi socialdemocratici ottenuti in Portogallo e Norvegia impallidiscono di fronte alla crisi della SPD. Il più antico partito socialista del mondo, la casa di Marx, del riformista Bernstein e di alcune figure chiave della storia europea ha subito la più drammatica sconfitta del dopoguerra alle legislative di ieri. La Germania vira a destra, ma la svolta di governo è accompagnata da una rivoluzione che ha sconquassato il sistema politico del più grande Paese della UE.

Angela Merkel ha ottenuto la nuova alleanza di governo da tempo auspicata, visto che una nuova Grande Coalizione, dopo aver sfiancato fino alla distruzione i socialdemocratici, avrebbe potuto danneggiare la Cdu in modo irreparabile. I conservatori detengono nettamente la palma di primo partito, ma il boom dei liberali ridefinisce i rapporti di forza in maniera inaspettata.

L’ultimo governo giallo-nero era formata con l’Union, l’alleanza tra la nazionale Cdu e la bavarese Csu, sopra il 40%, e la Fdp 5 volte più piccola. Ora i liberali hanno un peso elettorale pari alla metà di quello dell’Union, e hanno più che doppiato la consorella bavarese dei cristiano democratici, precipitata al 41% nel Libero Stato, il suo peggior risultato della storia. Un tracollo di quasi venti punti percentuali rispetto al boom del 2002. Se il campo borghese si è ridefinito,  il fronte progressista è stato completamente rivoluzionato. Per la prima volta dal 1994 i partiti a sinistra del centro hanno meno consenso dei loro avversari moderati, e dopo 56 anni la Spd precipita a poco più del 20%, mettendo completamente in crisi la sua identità di Volkspartei, concetto traducibile come grande partito popolare ed interclassista. I socialdemocratici ritornano così a rappresentare meno di un quarto della società tedesca, un dato che negli anni ’50 spinse l’ Spd ad abbondare il marxismo nel congresso di Bad Godesberg.

Nel 2009 trionfa però il radicalismo della Linke, che per la prima volta supera la Spd nelle parti più deboli della società, e che minaccia di distruggere l’identità di governo che la socialdemocrazia si è data negli ultimi decenni. L’errore storico di Schroeder e Fischer, l’aver evitato il dialogo coi post-comunisti sperando nella loro scomparsa quando i rapporti di forza erano molto più favorevoli, ha fatto pagare un conto salatissimo ad uno dei principali responsabili dei governi rosso-verdi, il (non) candidato alla cancelleria Frank Walter Steinmeier. Il brillante risultato dei Verdi, arrivati al massimo storico, impallidisce rispetto alla Linke, che è ormai la metà della Spd, un partito ancora spaccato su quale sia il corso da seguire rispetto alla formazione di Lafontaine. Oskar il Rosso è il secondo trionfatore di queste elezioni, dove ha ottenuto quella vendetta su Schroeder cercata dal 1999, quando l’allora Ministro delle Finanze lasciò perché non condivideva la linea moderata perseguita dai rosso-verdi.

A sinistra, più che a destra, è nata la Repubblica di Berlino, un sistema politico completamente diverso rispetto a quello creatosi durante gli anni di Bonn capitale. I due grandi partiti della Germania, che storicamente rappresentavano circa l’80% dell’elettorato tedesco, sono ora poco oltre il 50%. Se nel 2002 Verdi e Linke valevano insieme un terzo della Spd, ora hanno più o meno la stessa forza, e la direzione di marcia delle due forze progressiste è praticamente opposta, con gli ecologisti in marcia verso il centro e i secondi ormai consolidati nel loro messaggio anti sistema. Per il più antico partito della Germania si prospettano i 4 anni più difficili della sua storia, perché le continue sconfitte a livello regionale non le consentono neanche di avere un credibile ricambio di classe dirigente. Münterfering e Steinmeier, gli schroederiani chiamati un anno fa per salvare il salvabile, non sono riusciti ad impedire il tracollo, anche perché un rafforzamento della Spd si sarebbe tradotto in una nuova Grande Coalizione, che nessuno voleva più.

Sembra un amaro paradosso della storia il fatto che dopo la prima Grosse Koalition è arrivato il primo governo a guida socialdemocratica, mentre dopo la seconda è arrivata una disfatta potenzialmente in grado di mettere in discussione il futuro del partito. La sinistra europea può trovare una leggera consolazione nella conferma di due governi socialisti in Norvegia e Portogallo, ma la tragica sconfitta della Spd rende ormai i progressisti marginali in tutti i più grandi Paesi dell’Unione Europea, dopo la batosta subita alle europee. Una situazione di crisi che sarà con ogni probabilità acuita dalla fuoriuscita del Labour Party da Downing Street. L’effetto Obama deve aver sbagliato Oceano, visto la recente vittoria dei democratici in Giappone e il crollo progressista avvenuto sulla sponda atlantica. Chissà se il nostromo Veltroni individuerà nelle prossime interviste il cambio di direzione.

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