Si è spento Mahmud Darwish, voce e simbolo del popolo palestinese. Testimone della nascita dello Stato di Israele e dell’occupazione, aveva preso le distanze dall’OLP e dalle lotte intestine palestinesi.
La gente muore. Si sa. I modi per tirare le cuoia sono diversi e, a parte quello dell’orgasmo seguito da infarto (secco però) e quello dell’addormentarsi a 90 anni con trentasei nipoti attorno e non svegliarsi più, tutto il resto fa schifo da morire. A volte la morte di qualcuno che non hai mai conosciuto (io ricordo dov’ero quando ho saputo che Cobain si era spappolato il cervello, e voi?), ti fa stare sicuramente peggio di quella dello zio che quando si è bambini si vede solo a Natale, poi mai più. L’alcolizzato che allunga gli occhi (e le
mani) su tua sorella o le cuginette e tu pensi: “ma tu guarda zio come vuole bene alla mia sorellina e anche alle mie cuginette!”. Zio a parte, quel qualcuno che non conosci ha fatto qualcosa per la tua vita. Qualcosa di speciale. E allora: questo è un elogio funebre, però privo di tristezza. O almeno ci provo a non essere triste, perché è certo il mondo avrebbe fatto meglio a tenersi uno come Mahmud Darwish e lasciarsi sfuggire qualche altro miserabile bastardo che meriterebbe di morire travolto da una tromba d’aria ad personam, ma si sa: dio non esiste e nemmeno il destino, altrimenti sarebbero cazzi amari per quelli che dico io.
“IL PIU’ GRANDE POETA DEL MONDO” - Invece Darwish prende un aereo con il cuore a pezzi per andare ad operarsi in Texas, (ci impiega tre mesi per ottenere il visto Usa, ma lasciamo stare) e rimane stecchito sotto i ferri. Il suo cuore d’argilla che conosce la distruzione e l’esilio non regge. Ha 67 anni. Beh, questo è uno dei modi di morire di cui sopra che proprio non ci piacciono. Ma chi è Darwish? Perché uno dà per scontate un sacco di cose e se ci penso di certo non è (era!) conosciuto come Baudelaire, Montale, Prévert ecc. Per noi europei, spesso portatori insani dell’idea che la cultura araba o comunque non occidentale sia un granello sotto la nostra, non è immaginabile quello che Darwish rappresenta per la cultura palestinese e araba in generale. Darwish è (era!) un poeta, grande, così grande che Jose Saramago l’ha semplicemente definito “il più grande poeta del mondo”.
LA VITA - Nasce nel 1941 nel villaggio di Birwah, nella Palestina settentrionale allora sotto mandato
britannico. E’ costretto con la famiglia ad abbandonare la sua casa nel 1948 e rifugiarsi in Libano, quando il suo villaggio è raso al suolo dall’esercito israeliano. Sono i tempi della guerra arabo-israeliana, dell’inizio della Nabka, la tragedia per il popolo palestinese e della nascita dello Stato di Israele. Darwish non è (era!) solo un poeta, ma un giornalista, un militante, un politico, il grido disperato della Palestina. Non è mai stato un uomo di e del potere. La sua adesione all’OLP nel 1988 si trasforma in critica e dissenso nel 1993 dopo gli accordi di Oslo che il poeta ritiene sconclusionati, mal funzionanti, inutili e controproducenti per i palestinesi. E infatti…
LA VOCE DI UN POPOLO - Nessuno come lui scrive l’identità del dolore, la morte dell’esilio e la rabbia della lotta. Nessuno come lui racconta l’occupazione: “Rubate ciò che volete dall’azzurrità del mare e dalla sabbia della memoria. Prendete ciò che volete d’immagini, per capire che mai saprete come una pietra dalla nostra terra erige il soffitto del nostro cielo. O voi, viaggiatori tra parole fugaci da voi la spada… e da noi il sangue, da voi l’acciaio, il fuoco… e da noi la carne(..)”. Questi sono alcuni versi della poesia “Passanti fra parole fugaci” che suscita scalpore e polemica per un passaggio in particolare: ”O voi, viaggiatori tra parole fugaci. E’ giunto il momento che ve ne andiate e dimoriate dove volete, ma non tra noi. E’ giunto il momento che ve ne andiate e moriate dove volete, ma non tra noi”. La poesia è letta alla Knesset dall’ex primo ministro israeliano Yitzhak Shamir che la definisce oltraggiosa. Darwish si difende affermando che quelle parole erano dirette ai soldati israeliani facenti parte di una forza di occupazione militare: ”Dissi che Israele deve andare fuori dai territori occupati ma ritennero che io avevo inteso dire che gli ebrei devono essere buttati a mare. Se loro vedono la loro esistenza come incerta e condizionata allora vuol dire che si auto-accusano per il fatto di occupare la Palestina”. Darwish è sempre stato molto attento anche alle lotte intestine palestinesi. Dopo che Hamas prende il controllo di Gaza scrive ironico: “Abbiamo trionfato. Gaza ha conquistato l’indipendenza dalla Cisgiordania. Ora un popolo ha due stati, due carceri che non si salutano. Siamo vittime che vestono i panni dei carnefici. Abbiamo trionfato, quando sappiamo che è l’occupante ad aver vinto davvero”.
UN ADDIO - L’elogio è finito e non credo sia stato triste. C’è una sua frase che mi ha sempre fatto venire i brividi. Non lo so perché, ma è come quelle canzoni che non senti più da una vita. Mi spiego meglio: è come quando ti capita alla radio di sentire l’assolo di Sweet Child O’ Mine (chi è che si sente ancora i Guns N’ Roses volontariamente?) ed è impossibile non mimarlo battendo indice, medio, anulare, e mignolo sul pollice, e pensi: “Ma questa roba è meravigliosa!”. Mi avete capito: “Potete legarmi mani e piedi. Togliermi il quaderno e le sigarette. Riempirmi la bocca di terra: la poesia è sangue del mio cuore vivo, sale del mio pane, luce nei miei occhi. Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro, la canterò nella cella della mia prigione, al bagno, nella stalla, sotto la sferza, tra i ceppi nello spasimo delle catene. Ho dentro di me un milione d’usignoli per cantare la mia canzone di lotta”. Il suo corpo ora è sulle colline di Ramallah. Chapeau al più “grande poeta del mondo”.


























Gunni rosis? Signora mia, ma l’è scandaloso!
chi non ha saltato su quel pezzo, direttò?
bel pezzo, ale, equlibrato, per nulla retorico e che rende benissimo l’idea di un poeta che non conosco ancora, e che leggerò, dopo aver fatto scorpacciate immani dei vari amos oz, yehoshua in questi anni, grazie!
bello bello bello
Concordo. E’ chiaro che “Comfortably Numb” è un altro pianeta, ma l’assolo di Sweet Child… era da sturbo, almeno a sedici anni.
Si putroppo Darwish, soprattutto qui in Italia è stato snobbato, infatti nelle biblioteche di Roma ci sono si i suoi libri, ma pochissimi sono tradotti! Leggiti “Carta d’identità” o qualcosa de “La memoria dell’oblio”. Semplicemente meravigliosi.
Il tuo linguaggio senza mezzi termini mi fa dire quasi all’inzio di ogni tuo articolo che sei eccessivo, che non lasci scampo…Poi tutto prende un altro percorso. E la tua srittura diventa leggera, poetica, documentata, molto spesso malinconica.
Una malinconia sarcastica e un sarcasmo malinconico. Così definisco la poetica del tuo scrivere. Darwish l’ho letto in Palestina e i sussulti del suo scrivere si mescolavavano ai sussulti del mio vedere.
Un elogio migliore non poteva essere fatto.
barbara
barbara, il suo difetto è che, come i chiuauha, tende ad essere aggressivo in partenza come difesa preventiva. Poi si scopre che ha un cuore d’oro.
(anche se avrebbe dovuto fare il fotomodello, non il giornalista
)
Bello e intelligente, neanche Magmum P.I.!
Rispetto (per l’onore, credo abbia un manager letterario) al defunto.Riguardo la poesia, senza il racconto biblico, ed il suo portato simbolico, quelli sono e restano quattro sassetti. E’ come pensare poeti quattro pastori in Gallura.
Affrontare la Terra Santa per farne versi da una prospettiva atea è come ammirare la bellezza da ciechi.
Non dico che il buio non esista: dico che lo trovi ovunque, anche in Gallura.
Nell’afflato, bel pezzo comunque. Ne ho letto solo stroncature di questo arabo: ti ringrazio per avermene dato il lato B.
Ps
I Gun’s and Roses li cantavo in un gruppo all’incirca venticinque anni fa. Axl don’t surf.
E” vero, inizi sempre con tono aggressivo, ma è comunque bello il tuo elogio all’uomo . I versi che hai citato sono un invito a conoscerlo.
Lo farò
A parte la tromba d’aria ad personam..
(che detto tra noi mi ha fatto un sacco ridere, quindi mi rivenderò abbondantemente) articolo bellissimo, molto toccante. E soprattutto grazie per le citazioni, mi hanno fatto pensare ad un altro poeta che amo molto, e che come Darwish ha avuto una vita politcamente intensa e molto difficile, Nazim Hikmet..
Mi sa che mi toccherà farmi prestare qualche libro dal carcere di rebibbia, pare sia l’unico che ha poesie di darwish tradotte in italiano…
..oppure sperare che col solito tempismo le grandi librerie “approfittino” della sua acomparsa per rilanciare qualche raccolta di poesie. E va bé..
uh, qualche poesia l’ho trovata su questo sito:
http://www.violettanet.it/poes.....ARWISH.htm