di Alessandro Bernardini
postato alle 12:10 del 2 Settembre 2008 in EsteriTorna alla home

Si è spento Mahmud Darwish, voce e simbolo del popolo palestinese. Testimone della nascita dello Stato di Israele e dell’occupazione, aveva preso le distanze dall’OLP e dalle lotte intestine palestinesi.

La gente muore. Si sa. I modi per tirare le cuoia sono diversi e, a parte quello dell’orgasmo seguito da infarto (secco però) e quello dell’addormentarsi a 90 anni con trentasei nipoti attorno e non svegliarsi più, tutto il resto fa schifo da morire. A volte la morte di qualcuno che non hai mai conosciuto (io ricordo dov’ero quando ho saputo che Cobain si era spappolato il cervello, e voi?), ti fa stare sicuramente peggio di quella dello zio che quando si è bambini si vede solo a Natale, poi mai più. L’alcolizzato che allunga gli occhi (e le mani) su tua sorella o le cuginette e tu pensi: “ma tu guarda zio come vuole bene alla mia sorellina e anche alle mie cuginette!”. Zio a parte, quel qualcuno che non conosci ha fatto qualcosa per la tua vita. Qualcosa di speciale. E allora: questo è un elogio funebre, però privo di tristezza. O almeno ci provo a non essere triste, perché è certo il mondo avrebbe fatto meglio a tenersi uno come Mahmud Darwish e lasciarsi sfuggire qualche altro miserabile bastardo che meriterebbe di morire travolto da una tromba d’aria ad personam, ma si sa: dio non esiste e nemmeno il destino, altrimenti sarebbero cazzi amari per quelli che dico io.

“IL PIU’ GRANDE POETA DEL MONDO” - Invece Darwish prende un aereo con il cuore a pezzi per andare ad operarsi in Texas, (ci impiega tre mesi per ottenere il visto Usa, ma lasciamo stare) e rimane stecchito sotto i ferri. Il suo cuore d’argilla che conosce la distruzione e l’esilio non regge. Ha 67 anni. Beh, questo è uno dei modi di morire di cui sopra che proprio non ci piacciono. Ma chi è Darwish? Perché uno dà per scontate un sacco di cose e se ci penso di certo non è (era!) conosciuto come Baudelaire, Montale, Prévert ecc. Per noi europei, spesso portatori insani dell’idea che la cultura araba o comunque non occidentale sia un granello sotto la nostra, non è immaginabile quello che Darwish rappresenta per la cultura palestinese e araba in generale. Darwish è (era!) un poeta, grande, così grande che Jose Saramago l’ha semplicemente definito “il più grande poeta del mondo”.

LA VITA - Nasce nel 1941 nel villaggio di Birwah, nella Palestina settentrionale allora sotto mandato britannico. E’ costretto con la famiglia ad abbandonare la sua casa nel 1948 e rifugiarsi in Libano, quando il suo villaggio è raso al suolo dall’esercito israeliano. Sono i tempi della guerra arabo-israeliana, dell’inizio della Nabka, la tragedia per il popolo palestinese e della nascita dello Stato di Israele. Darwish non è (era!) solo un poeta, ma un giornalista, un militante, un politico, il grido disperato della Palestina. Non è mai stato un uomo di e del potere. La sua adesione all’OLP nel 1988 si trasforma in critica e dissenso nel 1993 dopo gli accordi di Oslo che il poeta ritiene sconclusionati, mal funzionanti, inutili e controproducenti per i palestinesi. E infatti…

LA VOCE DI UN POPOLO - Nessuno come lui scrive l’identità del dolore, la morte dell’esilio e la rabbia della lotta. Nessuno come lui racconta l’occupazione: “Rubate ciò che volete dall’azzurrità del mare e dalla sabbia della memoria. Prendete ciò che volete d’immagini, per capire che mai saprete come una pietra dalla nostra terra erige il soffitto del nostro cielo.  O voi, viaggiatori tra parole fugaci da voi la spada… e da noi il sangue, da voi l’acciaio, il fuoco… e da noi la carne(..)”. Questi sono alcuni versi della poesia “Passanti fra parole fugaci” che suscita scalpore e polemica per un passaggio in particolare: ”O voi, viaggiatori tra parole fugaci. E’ giunto il momento che ve ne andiate e dimoriate dove volete, ma non tra noi. E’ giunto il momento che ve ne andiate e moriate dove volete, ma non tra noi”. La poesia è letta alla Knesset dall’ex primo ministro israeliano Yitzhak Shamir che la definisce oltraggiosa. Darwish si difende affermando che quelle parole erano dirette ai soldati israeliani facenti parte di una forza di occupazione militare: ”Dissi che Israele deve andare fuori dai territori occupati ma ritennero che io avevo inteso dire che gli ebrei devono essere buttati a mare. Se loro vedono la loro esistenza come incerta e condizionata allora vuol dire che si auto-accusano per il fatto di occupare la Palestina”. Darwish è sempre stato molto attento anche alle lotte intestine palestinesi. Dopo che Hamas prende il controllo di Gaza scrive ironico: “Abbiamo trionfato. Gaza ha conquistato l’indipendenza dalla Cisgiordania. Ora un popolo ha due stati, due carceri che non si salutano. Siamo vittime che vestono i panni dei carnefici. Abbiamo trionfato, quando sappiamo che è l’occupante ad aver vinto davvero”.

UN ADDIO - L’elogio è finito e non credo sia stato triste. C’è una sua frase che mi ha sempre fatto venire i brividi. Non lo so perché, ma è come quelle canzoni che non senti più da una vita. Mi spiego meglio: è come quando ti capita alla radio di sentire l’assolo di Sweet Child O’ Mine (chi è che si sente ancora i Guns N’ Roses volontariamente?) ed è impossibile non mimarlo battendo indice, medio, anulare, e mignolo sul pollice, e pensi: “Ma questa roba è meravigliosa!”. Mi avete capito: “Potete legarmi mani e piedi. Togliermi il quaderno e le sigarette. Riempirmi la bocca di terra: la poesia è sangue del mio cuore vivo, sale del mio pane, luce nei miei occhi. Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro, la canterò nella cella della mia prigione, al bagno, nella stalla, sotto la sferza, tra i ceppi nello spasimo delle catene. Ho dentro di me un milione d’usignoli per cantare la mia canzone di lotta”. Il suo corpo ora è sulle colline di Ramallah. Chapeau al più “grande poeta del mondo”.

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