Monologhi nell’aldilà
28/09/2009 - Dal genio dei fratelli Coen, commento di “visioni dall’aldilà” – Hieronymus Bosch Venerdì sera a Torino. Teatro Carignano. In scena “Monologhi nell’aldilà”. Tragicommedia in due atti scritta da Ethan Coen, nella versione tradotta di Marco Ponti. “Monologhi nell’aldilà” fa parte
Dal genio dei fratelli Coen, commento di “visioni dall’aldilà” – Hieronymus Bosch
Venerdì sera a Torino. Teatro Carignano. In scena “Monologhi nell’aldilà”. Tragicommedia in due atti scritta da Ethan Coen, nella versione tradotta di Marco Ponti. “Monologhi nell’aldilà” fa parte della rassegna Torino Spiritualità, nella città sabauda dal 25 al 27 Settembre. Torino Spiritualità è un ciclo di eventi dedicati alla riflessione sul tema della ricerca della verità, dello sforzo delle coscienze di riflettere sul disinganno e sulle mistificazioni che impediscono di vedere oltre, di arrivare a ciò che è. Una serie di eventi culturali, dibattiti, conferenze, letture e
spettacoli teatrali. Ben riuscita. Il centro della città di Torino con i suoi splendidi angoli, il cortile del teatro Carignano, le sale del Circolo dei lettori rendono tali eventi gradevoli e suggestivi.
DI CHE SI PARLA – Torniamo ai monologhi. I fratelli Coen non hanno bisogno di presentazioni né di endorsement. Ed infatti i due atti si rivelano azzeccati, brillanti. Vanno contro, urtano il benpensare, fanno ridere e riflettere. In perfetto stile yiddish. Nel primo monologo, un uomo è al limitar di Dite. Spera di essere assegnato al Paradiso, ed invece gli viene concesso solo il Purgatorio. In un’atmosfera kafkiana, egli si trova a fare i conti con i disinganni legati all’escatologia Dantesca. Più semplicemente con un’idea del dopo elaborata da chi è prima. I documenti che attestano il suo essere in regola per accedere al sospirato regno dei Cieli non sono mai apposto. L’accesso al Paradiso richiede il superamento di una macchina burocratica che è molto più reale che spirituale. E i miracoli sono di questo mondo, non dell’altro. I tempi si allungano. Indefinitamente. Segno che quella del Purgatorio è una mistificazione. Segno che la speranza in un aldilà, speranza che è di questo mondo, può esistere solo se si ciba di tempi finiti. E della limitatezza dell’umano. Il Purgatorio è la carota che non verrà mai data. E’ un aldilà accettabile, una via di mezzo, un compromesso allettante per orde di “buoni” cristiani. O la mistificazione ordita da Diavoli travestiti da impiegati di un diabolico ufficio dell’Anagrafe che neanche Brunetta riuscirebbe a immaginare. Dopo aver vissuto in un mondo che gli è stato dipinto come un Inferno, basta poco per convincerli che il dopo sarà meglio.
C’E’ DIO E DIO - Ed invece ciò che conta è il presente, le relazioni, la coscienza che abbiamo di noi e di chi ci circonda. I valori e i principi che guidano le nostre azioni. Il modo con cui concepiamo il futuro prossimo. L’aldilà è semplicemente la proiezione di ciò che sarà dopo di noi, oggi. In ogni momento. Quando ci fermiamo a riflettere. A fare i conti con quello che siamo effettivamente al netto delle sovrastrutture sociali. Quello che siamo come esseri umani. Ecco la potenza del teatro. Con una scena scarna, con un dialogo che è appena la somma di due monologhi, riesce a stimolare la nostra coscienza critica. A spingerci nell’aldilà per dargli una sbirciatina. Il secondo monologo è, se possibile, ancora più bello del primo. Tempi comici perfetti. I personaggi sono due interpretazioni di Dio. Si confrontano, come in un talk show, Il Dio dell’Antico Testamento e il Dio del Nuovo Testamento. Il primo è un Dio rude, volgare che urla al suo gregge i dieci comandamenti. Non è il pastore. Ma il cane pastore. Non ha stima del suo gregge ed è fortemente autoritario. Le sue regole, poche e semplici, sono
indiscutibili. Sono al di sopra di qualsiasi contestazione. Insindacabili. Ed è così che arringa contro il suo alter ego di epoca, teologicamente posteriore. Il mio gregge ha bisogno di poche regole e di poche interpretazioni e ragionamenti delle e sulle stesse. Le cose stanno così. Punto e basta. La comunità per il Dio del Vecchio Testamento è omogenea ed allineata. Con pochi dubbi. Timorata. Vivono, possibilmente, sposati per tutta la vita. Semplice: proiettare l’eternità del finto aldilà nella limitatezza del presente. Della vita terrena. Che è l’unica parte vera che conta. Ecco il gran disinganno.
DIO VS DIO - Quello del Nuovo Testamento è un Dio completamente diverso. Accomodante, collaborativo. Dio dialogico. Parla di amore, di sentimenti. E’ il pastore che guida il suo gregge attraverso il conforto e la sicurezza che l’amore del Padre sa dare. Ma non c’è posto per due interpretazioni dello stesso Dio. E il Dio muscolare, quello degli imperativi inizia a colpire, come un Onnipotente Tyson, il “Dio buono”. Lo picchia. Lo picchia. Ma il Dio buono, come in un film di Tarantino, lo fa fuori con un colpo di pistola! Dio spara a Dio. I boati scuotono gli spettatori spingendoli a guardar dentro alle cose. Squarciando il velo delle mistificazioni. La forza del teatro, quello brillante, è capace di farci guardare alla realtà, quella di tutti i giorni, con maggiore spirito critico. Perchè la realtà è complessa e complicata. Ed oggi, certa Chiesa e certa Politica quella realtà la vorrebbero grossolanamente semplificare.













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“La forza del teatro, quello brillante, è capace di farci guardare alla realtà, quella di tutti i giorni, con maggiore spirito critico.”
In questo sta la bellezza del teatro, perchè la realtà si mescola alla finzione “pirandellianamente”! e il teatro, il più delle volte cerca do stabilire un confronto con chi è seduto in poltrona, lo spettatore, che altro non è che un testimone, oppure un attento osservatore critico…anche nella più spensierata e allegra commedia!
Bellissimo articolo!