di Francesco Costa
postato alle 10:31 del 2 Settembre 2008 in EsteriTorna alla home

La possibilità di una cospicua e rapida riduzione del numero dei soldati americani stanziati in Iraq si fa sempre più consistente. Vediamo se questa ipotesi, confermata da uno dei più autorevoli weblog USA, ha solide fondamenta e chi potrebbe trarre vantaggio da un ritiro in questo momento.

La notizia viene dal celebre blog di Arianna Huffington, solito alla pubblicazione di retroscena e gossip sul mondo politico americano, che riprende un lancio dell’Associated Press. Ed è una notizia molto interessante: il generale Petraeus, già capo delle forze armate Usa in Iraq e oggi alle prese con un incarico su scala ancora più grande, avrebbe deciso – testualmente - “che le prospettive in Iraq – militarmente così come politicamente – sono state abbastanza brillanti negli ultimi mesi da meritarsi un taglio delle truppe, quest’autunno. [...] Le stime su quanto profondo sarà il taglio suggerito da Petraeus per quest’autunno spaziano dall’una alle due brigate di combattimento, all’incirca dai 3500 ai 7000 uomini. Ma qualche recente sviluppo farebbe pensare a riduzioni in misura minore“.

TRUE LIES – Mettiamola così: la fonte della notizia sembra essere un ufficiale che ha chiesto di rimanere anonimo, e questo rende il tutto meno affidabile, però ci sono gli elementi per ritenere verosimile l’ipotesi di una riduzione delle truppe, anche minima, già da questo autunno. Checché ne dica il candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain, il generale Petraeus, oggi capo delle forze armate Usa in Asia e Medioriente, non pensa affatto che le truppe americane possano restare in Iraq “hundred years“, come da lui affermato in una controversa dichiarazione di qualche mese fa. L’alto militare è dell’idea che già dal giugno 2009 debba iniziare un corposo ritiro che porti le forze militari a lasciare il comando di tutte le operazioni sul campo all’esercito iracheno entro la fine del 2011. Inoltre, nei mesi scorsi Petraeus si era più volte soffermato sul miglioramento della situazione irachena e sull’ipotesi di iniziare a ridurre le dimensioni del contingente americano fin da questo autunno. Il nuovo incarico, la maggiore esigenza di uomini nello scenario afghano e la possibilità che si renda necessario un intervento in Georgia o in Pakistan potrebbero essere altri degli elementi che spingerebbero in questa direzione.

OH, JOHN – Inutile dire che per la campagna elettorale di John McCain il ritiro, anche solo simbolico, di alcune truppe dall’Iraq non sarebbe una buona notizia. Il senatore dell’Arizona avrebbe gioco facile a elogiare gli effetti positivi della cura Petraeus, da lui brillantemente evocata ed elogiata prima che finisse sulle prime pagine di tutto il mondo, ma in realtà sarebbe costretto ad ammettere come l’evidenza dei fatti dia ragione al candidato democratico, Barack Obama: allo scopo di difendere gli Stati Uniti, le truppe in Iraq sono più utili da un’altra parte. Un simile mutamento dello scenario assesterebbe un colpo terribile al partito repubblicano e quindi faremmo bene a chiederci anche se, fatto salvo il pragmatismo e la buona fede del generale Petraeus, questa Casa Bianca possa avere interesse a fare un regalo così grande ai propri avversari politici.

E VISSERO TUTTI - Qui arrivano le sorprese. Perché il Presidente George W. Bush, benché repubblicano e in ottimi rapporti con lo stesso McCain, non disdegnerebbe un happy ending per il conflitto in Iraq prima della conclusione della sua presidenza. Qualcuno disse che i presidenti all’ultimo anno di mandato sono delle anatre zoppe: popolarità, carisma e influenza si riducono sempre più, e quindi si mettono a pensare alla Storia (da qui il fiorire di Camp David e Annapolis nei fatidici ultimi anni di presidenza). George W. Bush sa che sarà ricordato a causa di due fondamentali eventi - l’11 settembre e la guerra in Iraq – e il modo in cui ha gestito la politica estera del suo secondo mandato testimonia la sua intenzione di finire il lavoro e lasciare lo Studio Ovale senza trovare ad accoglierlo le migliaia di contestatori che lo accompagnarono in Pennsylvania Avenue al suo insediamento. Cosa ci sarebbe di meglio per riconciliarsi col Paese – e con la storia – di un Iraq pacificato e del ritiro di una o due brigate dal fronte iracheno? Il ritorno a casa delle truppe, il presidente commosso che distribuisce abbracci e “cinque” a destra e a manca e che poi – stavolta con meno pressapochismo e arroganza della prima volta – afferma, sorridente, che la missione è compiuta sul serio.

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