In zattera nell’uragano

22/09/2009 - Settembre, andiamo, è tempo di annaspare. Questo settembre è foriero di cambiamenti. Lo percepivo già durante l’estate e ora che giunge l’ultimo week end freddo a concludere una stagione torrida mi sembra di riceverne esplicita conferma. Penso al futuro, alle

     
 

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Settembre, andiamo, è tempo di annaspare.

Questo settembre è foriero di cambiamenti. Lo percepivo già durante l’estate e ora che giunge l’ultimo week end freddo a concludere una stagione torrida mi sembra di riceverne esplicita conferma. Penso al futuro, alle speranze, ai sogni. Deve essere a causa delle mie frustrazioni galoppanti come cavalli impazziti che sento vicino il buio che su di noi incombe. In questo buio trovare un pur sottile conforto accende un mezzo lumino. Non lo trovo, e non sono una depressa, anzi il mio spirito strutturalmente è tutto il contrario della depressione. Vedo un futuro oscuro, speranze deluse, sogni infranti. Vedo questi aggettivi demodé che prendono forma e si plasmano sui concetti sopraesposti come avvoltoi su una carcassa.

ETICAMENTE CORRETO – Lunedì, mentre la pioggia poneva fine a una lunga siccità, ho accompagnato i miei figli a scuola. Abbiamo scoperto che una delle maestre del più grande non c’era più. Subito l’ho immaginata caduta sotto la falce della riforma della scuola, operata in perversa profondità da anime perversamente superficiali. Invece no. La maestra ha scelto di insegnare a persone con problemi gravi, coloro che adesso dai pelosi fautori dell’ethically correct vengono chiamati i diversamente abili. Si sentiva persa nella nuova direzione sghemba presa dalla scuola, e ha fatto una scelta coraggiosa. Grande rispetto e invidia per questa grande donna, che si è salvata. Si è salvata perché ha cambiato prospettiva in modo radicale, e ha abbracciato una vita nuova, si potrebbe dire francescana. Ma noi come faremo a traghettarci alla fine di una siccità che senza preavviso diventa uragano? Io come farò a traghettarmi, che manco ho la zattera? Pure se ce l’avessi, può un naviglio contrastare la grande onda?

MACCHIA NERA – Sento intorno a me la rassegnazione che dilaga come una macchia di pece nera sul mare e molte persone mi sembrano come quegli uccelli intrappolati nel petrolio galleggiante, mentre tutti appiccicaticci e neri nuotano in quella robaccia che li affonderà inesorabilmente. Immagine umoristica, rispetto alla realtà. Rispetto a ciò che vedremo. Il contraccolpo di ciò che accade ancora non lo avvertiamo bene, e già ci sentiamo persi. Io mi sento persa, che ho coscienza di cose che vengono negate in un mondo in cui negare l’evidenza dà i suoi frutti. Persa e imbarazzata al pensiero della mortificazione che mi aspetta. Ormai per me è diventata la normalità supplicare la gente per cui lavoro di pagarmi. Supplicare per ciò che mi è dovuto, e che mi viene negato, a volte senza spiegazioni. Anch’io vorrei salire sul tetto di qualcosa per rivendicare i miei diritti, ma non ne ho il coraggio. Sto fuori dalla porta dei buoni e dei giusti e degli arrivati a bussare, inascoltata. Tale situazione sta diventando endemica non solo nella mia esistenza che comunque è comoda, ma in tante altre vite, decisamente più tribolate della mia.

COSA VORREI - Ciò non toglie che noi si viva in una inquietante deriva della democrazia, generata dal tralignamento dei costumi e dal rinfrollimento cerebrale degli italiani, rimbesuiti dai concetti solo in apparenza opposti di fiction e reality. Concetti, vabbè. Ma io non sono infrollita, accidenti, e quei tali che stanno in cima a quella fabbrica di Paderno non sono rinfrolliti. Ci sono parecchi altri che non sono infrolliti, per niente. Però, se è vero che quando uno deve provvedere al pane quotidiano non ha tempo né voglia di preoccuparsi dei massimi sistemi ed è lì che si innesta il seme mannaro del regime, è altrettanto vero che la sfiga economica aguzza l’ingegno. Lo aguzza dove c’è, beninteso. Io non vorrei vivere nell’ansia di sapere cosa farò e se avrò qualcosa da fare, domani. Non vorrei dover aspettare un cenno di assenso da gente che si fa supplicare per darmi da lavorare, e poi di nuovo si fa pregare per fare un pulcioso bonifico. Questa è la situazione mia, questa, con le dovute varianti, la condizione di non so quanta gente che conosco, qui in Brianza, nella rorida florida Brianza. Non vorrei questo, ma ci ho fatto l’abitudine. Non avrei voglia di trovarmi alla deriva in mezzo all’oceano su questo schifo di legno, ma è così. Non vorrei che ci fossero anche i miei figli tra le onde, ma ci sono. E pure il mio orgoglio annaspa tra i flutti.

GANDALF - Sogno, dopo tutto questo oscuro viaggio che non so bene se sia in salita o in discesa, di diventare anch’io uno stregone, come il Gandalf del Signore degli Anelli. Lo adoro quando zittisce Vermilinguo, viscido servo rancido del potere e perfetto dirigente d’azienda, pronunciando la frase: “Non ho attraversato fiamme e morte per scambiare parole inconsulte con un insulso verme.” Fiamme e morte non si attraversano a questo scopo. È bene ricordarselo, quando si è costretti a mangiare il sale. Non desidero che tale sentenza venga scritta sulla mia lapide. Preferisco dirla a voce agli interessati.

     
 

1 Commento

  1. Lucia scrive:

    Non ci si può arrendere di fronte alle difficoltà, e cercare lavoro è una causa per la quale vale la pena lottare con la propria passione, la propria personalità…e non è sempre facile. Si fa fatica…ma non si può essere zavorra su di una zattera…

    Bell'articolo Clementina!

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