Pare che il clima che si respira intorno alla comunità gay si sia fatto più pesante del solito. Per provare a capire, ne abbiamo parlato con “diverso” e abbiamo scoperto che sarebbe tutto più facile se fossero considerati uguali.
Alla fine dello scorso agosto, nel bel mezzo di un’ondata di assurde aggressioni, la comunità omosessuale, trans e bisex ha dato vita a tutta una serie di iniziative spontanee di aggregazione. Sono nati movimenti, associazioni, comitati allo scopo di sensibilizzare, o forse ancor prima di essere “visti” dall’opinione pubblica. Il problema del riconoscimento non nasce infatti in un ambito giuridico, ma in quello della convivenza civile, del consesso di esseri umani che solo in un secondo momento viene rivestito della qualificazione di “Stato”. Il cui primo compito non può che essere quello di garantire libertà e diritti a tutti coloro che rispettano libertà e diritti altrui. Di questo e di altro abbiamo parlato con Andrea Contieri, in veste di portavoce del movimento We Have A Dream e di comune cittadino, la cui omosessualità anziché un dettaglio, un’espressione della libertà di autodeterminarsi nella sfera privata, diventa improvvisamente principale segno di riconoscimento, quasi titolo legale. A chi legge lasciamo giudicare se le sue non siano parole che solo la contingenza politica e sociale possono trasformare in rivendicazioni o richieste politiche rivoluzionarie.
Ciao Andrea. Il movimento di cui fai parte si chiama We Have A Dream: di che sogno parlate?
Potrei risponderti usando soltanto tre parole: parità, dignità, laicità. Per capirlo fino in fondo, bisognerebbe camminare per la propria città avendo contemporaneamente l’istinto di prendere per mano il proprio compagno e il terrore che qualcuno possa vederti; bisognerebbe fare anche solo uno dei viaggi della speranza a cui le coppie gay e lesbiche sono costrette per avere un figlio; bisognerebbe sentirsi chiedere almeno una volta nella vita “quando ti sposi” per poi sentirti soffocare la risposta in gola.
A proposito di libertà, ha senso secondo te cominciare da una strada? a Roma nell’ultimo periodo si è tanto parlato della Gay Street…
Non sono e non saranno delle fioriere, delle telecamere ed una ZTL a renderci più liberi. WHAD ha dimostrato, senza nulla togliere ai locali ed ai luoghi di ritrovo, che c’è una grande necessità di riprendersi la città tutta, di non dover vivere necessariamente in dei recinti in delle zone franche perché qualcuno ce le concede. Da dove inizia veramente la libertà? Dalla cultura e dall’informazione. Ed è proprio dalla mancanza di queste due cose fondamentali che nasce l’omofobia. E non parlo necessariamente di quella di chi ti pianta un coltello in pancia. Ma anche e soprattutto di quella più strisciante di chi ti “tollera” finché rimani nel tuo letto o fra le quattro mura di casa tua. O quella istituzionale.
Dopo le aggressioni degli ultimi mesi, secondo te la frequentazione di questi luoghi di ritrovo – o piuttosto, come dici tu, di tolleranza – è diventata un gesto politico?
Non ho mai demonizzato i luoghi d’incontro e di ritrovo, che peraltro, anche se non assiduamente, frequento. No, sicuramente per quel che mi riguarda ha una valenza politica maggiore il coming out che lo scegliere di frequentare un posto anziché un altro. Sicuramente molti di questi luoghi e di queste serate (penso a Muccassassina che ha una grande frequentazione eterosessuale o allo stesso Gay Village frequentato a volte persino dalle famiglie) hanno giocato un ruolo fondamentale nell’integrazione ma a volte ho come l’impressione che anche l’efficacia in questo senso si stia esaurendo. Quindi non demonizziamo i luoghi di divertimento, ma i gesti e le battaglie politiche si fanno certamente altrove.
























a corredo dell'articolo vorrei aggiungere che questa sera a Roma in piazza del Parlamento ci sarà una manifestazione organizzata dal movimento We Have A Dream, contro il razzismo e l'omofobia. A partire dalle 21.