Ad un convegno sulla laicità a Bruxelles organizzato dai radicali è Marco Pannella il protagonista. Ma qual è la sua visione? Come si rapportano laicità e religione nel credo pannelliano, e quali conseguenze avrebbe una simile teoria sull’azione politica e sulla democrazia?
“Provvisoriamente”, la rubrica che spulcia nei sacri altarini e dimostra che spesso di aulico e disinteressato c’è molto molto poco. Ad opera di Luigi Castaldi alias Malvino
A Bruxelles, dal 27 al 29 agosto, s’è tenuto un convegno dal titolo “Laicità e religioni (di fronte alla violenza fondamentalista)”, organizzato dai miei amici radicali. Hanno portato il loro contributo – con relazioni d’un certo interesse – alcuni teologi, tre o quattro giuristi, diversi parlamentari, uno o due giornalisti, due monaci, un rabbino e la nipote del Mahatma Gandhi. Tuttavia, carta e penna alla mano, calcolando i tempi di tutti
gli interventi sul totale delle circa 15 ore complessive della tre-giorni, quelli dei militanti radicali assommavano ad oltre il 70%, con oltre 2 ore (circa il 15% dell’intero tempo preso dal convegno) prese dal solo Marco Pannella, che evidentemente era quello che aveva più da dire e dare. In realtà, non ha detto e non ha dato alcunché di nuovo di quanto sta nella sua teoria, che – come ha correttamente ribadito anche in questa occasione – sta tutta nel “personalismo” di Emmanuel Mounier, nella corrente ereticale cristiana del Modernismo e in altre suggestioni mosse, nella prima metà del secolo passato, da quel variegato e contraddittorio movimento che agitò il cattolicesimo – soprattutto in Francia, e attorno alla rivista Esprit – fino alla sua sconfitta (ad opera soprattutto di Pio XI e Pio XII), ad una fattispecie di rivincita (nell’ampio fraintendimento del Concilio Vaticano II) e ancora alla sconfitta (ad opera dei tre pontificati di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI). Nella teoria di Marco Pannella – come ha brillantemente sintetizzato un suo seguace – la spiritualità è “un bisogno insopprimibile che appartiene a tutti” (Gianfranco Spadaccia) e che è sequestrato con violenza dalle istituzioni clericali. Di qui la contrapposizione – storicamente in radice – tra laicità e religione nella sua cifra confessionale.
LA VISIONE DI PANNELLA - Qui bisogna intendersi sui termini, però, e in questo senso potrà aiutarci il fatto che la versione inglese e quella spagnola che gli organizzatori del convegno hanno dato al titolo lasciano intendere chiaramente che per “laicità” si debba intendere “secolarismo” (secularism, secularismo).
Se le parole significano qualcosa, e se quel qualcosa trae senso da un fatto, secolarizzare significa sottrarre una proprietà o una persona dalla dipendenza al potere ecclesiastico per trasferirlo a quello civile. Stiamo quindi – in radice storica (e anche semantica) – al senso primo di ciò che è comunemente detto “laico”, cioè a tutto quanto è “non clericale”. È in questo senso, dunque, che si spiega la possibilità – che per Marco Pannella pare essere una meta antropologica sul vettore della storia, crocianamente intesa – dell’“essere al 100% laico e al 100% religioso”: se la spiritualità è “un bisogno insopprimibile che appartiene a tutti”, è dunque possibile un “anticlericalismo devoto” che dovrebbe sottrarre il sacro al monopolio ermeneutico, sacramentale e dunque ecclesiale (dove ecclesia deve intendersi come comunità) che sta in mano alla casta clericale. Corollario: non si può essere “non credenti”, ma solo “diversamente credenti”; per Marco Pannella, anche l’ateo “crede” (per quanto di là da una dimensione teistica o deistica) e, se dice di “non credere”, mente (probabilmente senza saperlo) o dice d’altro. Il fatto è che l’uomo, per Marco Pannella, sarebbe immerso in un “mistero” che non è semplicemente “ignoto” (cioè di là dall’essere spiegabile hic et nunc, ma poi, domani o altrove, chissà): è piuttosto – come lo è per ogni cristiano (di qualsiasi sottospecie) – matrice stessa del fenomenologico e dell’ontologico, quand’anche sottratto a tutto ciò che la teologia (o cosmologia) di ogni religione positiva comunemente riporta all’Ente come “persona”.
L’INFLUENZA SUL MOVIMENTO RADICALE - È una teoria che personalmente rifiuto con vigore, come ho già fatto formalmente con la mia uscita dal nucleo dirigente radicale, nell’aprile del 2007, quando mi sono
accorto che, contrariamente ad ogni dichiarata concessione al pluralismo (“si è radicali solo in virtù dell’essere un iscritto ad una delle formazioni della «galassia radicale», non in adesione ad una visione del mondo”), questi assunti erano da considerare disincarnabili dalla teoria e dalla prassi radicale. Il vissuto come conoscenza per riconoscenza, la compresenza di vivi e morti in una storia intesa come corpo mistico di un’idea, la dimensione carismatica delle sue espressioni testimoniali, la corporeità come rappresentazione (in senso etimologico) eucaristica: non si fa fatica a immaginare quanto rischio settario e elitario possa introdurre – e, secondo la mia personale analisi, ha di fatto introdotto – in una pratica politica da ciò ispirato. In termini corrivi – quelli che hanno fatto più volte ammettere a molti esponenti storici radicali che essere radicali significa essere pannelliani, e il non poterlo non essere – il radicale non può essere altro che un liberaldemocratico nel metodo e uno spiritualista nella sostanza.


























uno scisma!
ho cercato l’ errore e stavolta non l’ ho trovato
non una delle cose dette da Malvino a mio parere stavolta è inesatta
mi rammarico quasi
forse il pericolo è che alcuni, pochi, furbi, che si attribuiscono il merito della rappresentatività di un intero gregge, si autoproclamino soldati e difensori di quei limiti e valori invalicabili all’ uomo ed immodificabili al trascorrere dei tempi
tié, rosica Gennarì
In italiano, per via di una certa passione alla spaccatura (spaccamento?) del capello, abbiamo almeno tre parole (laicismo, laicità, secolarismo) là dove inglesi e spagnoli ne hanno solo due, rispettivamente “laicism”, “secularism” (anche “secularity”) in inglese e “laicismo”, “secularismo” (e, a dire il vero, altri derivati del lemma “secular”) in spagnolo. La traduzione di “laicità” poneva quindi problemi lessicali, risolti, a mio parere, nel modo più corretto e anodino. Rimbalzare indietro sulla lingua italiana, ritraducendo in modo letterale, per imbastirci poi un’argomentazione, mi pare una forzatura.
Dove Gennarino lascia, “Robertino” attacca.
A me pare che la forzatura sia definire “forzatura” un’argomentazione che non basa sulla traduzione del termine “laicità” se non nello stretto necessario per confermare quanto già ampliamente noto nella “teoria pannelliana”.
Ma Piero Dell’Olivo - altrove col nickname di “Erasmo” e sempre, in fondo, “Robertino” - ha bisogno di questa forzatura per insinuare che tutto l’articolo sia un “rimbalzare indietro sulla lingua italiana”. Probabilmente lo fa, come sempre, per attirare la mia attenzione, anche se gli ho fatto sempre capire che non è il mio tipo.
Errata l’ultima ipotesi, distorta la precedente deduzione. Infatti, il mio commento si riferiva, chiaramente, non a tutto l’articolo, ma alla sola argomentazione che prendeva le mosse dalla traduzione in inglese e in spagnolo. Argomentazione, peraltro, abbastanza importante perché scelta come chiave di volta dell’articolo.
Non mi permetterei di scrivere qui commenti provocatori. Devo però aggiungere che la sua sì, mi sembra una forzatura, ossia una deliberata distorsione del mio commneto, che voleva esserle di aiuto nel caso che, in futuro, dovesse di nuovo ingaggiarsi sul tema della laicità in ambienti internazionali, o comunque poliglotti.
No, Erasmo il Perspicuo non si permetterebbe mai di scrivere commenti provocatori qui.
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