Un albero da 28 milioni di copie
17/09/2009 - The Joshua Tree (1987), l’album del successo degli U2. Con questa recensione inauguriamo una rubrica di musica “vecchia”. Che è molto meglio della nuova, spesso “Parlare di musica è come danzare di architettura” (cit.): The Joshua Tree, U2, 1987: perché
The Joshua Tree (1987), l’album del successo degli U2. Con questa recensione inauguriamo una rubrica di musica “vecchia”. Che è molto meglio della nuova, spesso
“Parlare di musica è come danzare di architettura” (cit.): The Joshua Tree, U2, 1987: perché oltre a Morgan c’è molto di più, cari i miei gggiovanidoggi
Questo deve essere il disco buono. E’ il 1987, in bilancio hanno archiviato The Unforgettable Fire con un singolo – Pride (in the name of love) – che ha fatto il giro del mondo; soprattutto: Daniel Lanois e Brian sono lì, pronti a dare ancora il loro contributo, ovvero smussare gli angoli, limare quelle asperità che ti caratterizzano come gruppo cult, ma difficilmente ti portano a riempire gli stadi fuori dall’Irlanda. The Joshua Tree, l’album che renderà gli U2 una rock band internazionale, nasce con queste premesse, in barba a tutti gli aneddoti sulla casualità del successo. E fa centro.
Sin dall’intro di Where the streets have no name si capisce che Bono & Company vogliono stupirci con effetti speciali: quelle tastiere completamente assenti nei primi tre album (fatta eccezione per il piano di October) creano, come era stato per A Sort of Homecoming, il tappeto iniziale sul quale The Edge può stampare in crescendo uno dei suoi riff più riverberati, doubledelayzzati, riusciti. Quando il basso di Clayton e la batteria di Mullen entrano si capisce che stiamo ascoltando qualcosa che ci resterà dentro per sempre. Energia. Where the streets è roba fatta to play it loud, per spaccare gli amplificatori delle autoradio, far tremare i vetri dei finestrini. E innamorare le ragazze romantiche che però non vogliono essere troppo convenzionali. “I want to reach out / and touch the flame…where the streets have no name” canta, e non urla più Bono, sempre biblico e dal destino scritto, ma stavolta con le parole giuste al momento giusto: “still building then burning down love“, e sembra che parli l’adolescente che in Boy scriveva per tutte le tipe di Dublino, nessuna esclusa.
I STILL… – Quando The Edge chiude, attacca I still haven’t found what i’m looking for. E’ un gospel, anche se gli U2 non se ne accorgono – o meglio: non hanno ancora il coraggio di osarlo; gli verrà con Rattle and Hum un anno dopo. “I have climbed the highest mountain, i have run through the fields, only to be with you”, canta ancora ammiccante-adolescenziale Bono, ma poi stavolta gli tocca ammetterlo: “…but i still haven’t found what i’m looking for”, e la frase preferita di The Edge mentre smanetta tra multieffettacci e pedalieracce diventa esistenzialismo ‘mbriaco. Poi è il momento del classico. Un carillon e una batteria molto soft introducono il riff di basso più usato nelle colonne sonore dei film per innamorati: “See the stone set in your eyes / See the thorn twist in your side / I can’t live / With or without you“. L’inizio è da ballad stretta stretta, ma il crescendo arriva e ti toglie l’impressione di essere finito in una canzone di Rod Stewart, per fortuna: “And you give yourself away oh oh”, mentre mullen passa a dare certe sberlone al rullante che la metà bastavano per ricordare a tutti sono pur sempre gli U2, anche se hanno deciso di vendere 28 milioni di copie.
BULLET THE… – “Bullet the blue sky” è la canzone più live, e quindi la meno riuscita di un album pensato in studio. Per trovare la sua vera dimensione dovrà aspettare Rattle and Hum, l’urlo del pubblico e Hendrix che suona l’inno americano all’inizio: non bastano le parabole bibliche e gli echi da Dylan per fare una canzone politica che funzioni. Il solo di The Edge, però, stranamente merita. Ma ci si consola subito dopo con il capolavoro dell’album: Running to stand still comincia in modo anomalo, con quei bending acustici che sembrano presagire un country, ma poi appaiono i due accordi di piano in Lou Reed style, mentre già i primi versi cominciano a caratterizzare la storia: “And so she woke up / from where she was lying still / Said we got to do something about where were going / Step on a steam train / Step out of the driving train / Maybe run from the darkness in the night”. Running è l’Heroin degli U2, la tossicodipendenza il tema – con tutti quegli amici morti con l’ago al braccio è il minimo – e gli ultimi versi sono da scolpire. “She runs through the streets / With her eyes painted red / Under black belly of cloud in the rain / In through a doorway she brings me / White gold and pearls stolen from the sea / She is raging / She is raging and the storm blows up in her eyes / She will suffer the needle chill / She is running to stand still”. E l’armonica finale dà ancora un retrogusto Dylan, che strizza l’occhio al pubblico star & stripes. Red Hill Mining town sfila via abbastanza scorrevole, scritta apposta per far sgolare Bono; ma non colpisce.
IL LATO B – In God’s country è un altro riff riuscito (la struttura ricalca i Led Zeppelin: riff-strofa-bridge-ritornello-riff) in salsa country; molto eseguita dal vivo ma con qualche bip di metronomo in più ci guadagna. Il solito assolo di The Edge conferma che le parti più belle dei dischi degli U2 non sono gli assoli. Ancora armonica e stavolta un’intenzione marcatamente blues fa di Trip through your wires un’altra canzone azzeccata con ritornello che finisce con il classicissimo stop di due quarti. Non siamo a Memphis ma ci stiamo arrivando. One tree hill è la title track - ecco dov’era l’albero di Giosué che fa bella mostra in tutta la sua preistoricità – mentre stavolta la sezione keyboards osa addirittura un synth bagnato con il flanger. Exit fa storia a sé: i grilli di campagna e quella linea di basso accompagnano la storia di un uomo che sta per compiere una strage: “You know he got the cure / You know he went astray / He used to stay awake / To drive the dreams he had away / He wanted to believe / In the hands of love”, e il crescendo “He went deeper into black / Deeper into white / Could see the stars shining / Like nails in the night / He felt the healing / Healing, healing / Healing hands of love / Like the stars shiny shiny / From above”. Fino a quel verso finale che sembra un aforisma: “And he saw the hands that build / Can also pull down / …The hands of love”. Mothers of disappeared chiude non convincendo più di tanto, ma ormai il più è fatto: gli U2 hanno composto il loro primo disco da 28 milioni di copie. D’ora in poi riempiranno gli stadi ed entreranno nell’Olimpo del rock. Ma soprattutto hanno capito come funziona il gioco, e il gusto del successo gli piace. Dopo un live-studio fantastico – Rattle and Hum – con Achtung Baby e Zooropa noi, che li amavamo da quando, a otto anni, avevamo trovato una cassettaccia con Under a blood red sky, dovremo rassegnarci. Gli U2 sono milionari/maturati, come si suol dire. A noi bambini non ci cagano più.













“Non so i Bluvertigo fin quando possono ancora resistere”
hanno fatto album dal 95 al 99, poi solo raccolte.
Nel 2008 sono tornati insieme 'una tantum', per girare l'Italia con un tour che è stato un successone.
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Concordo con Ricchiuti: l'impatto emotivo è di fondamentale importanza, quindi un gruppo o un album può piacere o meno, ma senza fare un'accurata analisi bisognerebbe lasciarsi trasportare dalla musica e penso che nei primi anni del loro successo gli U2 ci abbiano regalato molte emozioni.
Complimenti ad Alessandro per questa brand new rubrica musicale: idea originale, ma cambierei il logo; insomma, con tanti artisti italiani penosi, proprio i Bluvertigo dovevi andarmi a profanare?!? Certo, ora hai conosciuto il Morgan di X-Factor e ti sarai fatto un'idea univoca su di lui..non ti biasimo, ma gli album dei Bluvertigo, nel panorama italiano, comunicavano qualcosa..a me piacevano e continuano a piacere. Ascolta tutti e tre i primi album, poi ne riparliamo : )
sono uno spammer. Scusate se esisto.
Non era uno spam, era l'invito a un parere serio e competente sulla questione. Continuate a giocare, saluti