Speciale

L’uomo che morì due volte

16 settembre 2009

Per anni abbiamo pensato che questo giorno sarebbe stato, nel suo piccolo, un punto di svolta della storia del paese. Sbalorditi e travolti dalla capacità di Berlusconi di sopravvivere a ogni sconfitta, non poteva esserci altro modo per calare il sipario: davanti alla sua immortalità politica, non rimaneva che attendere la sua morte fisica. Per vent’anni, un pezzo consistente dell’Italia ha aspettato la morte di Berlusconi con la pazienza con cui si attende la fine di un interminabile digiuno: l’ineluttabile alba al termine di una lunga, lunghissima nottata. Poi le cose sono cambiate. A un certo punto, dieci anni fa, abbiamo capito che la morte di Berlusconi non avrebbe cambiato granché, in uno scenario politico che aveva finalmente imparato a fare a meno della sua figura. Ci rimane un addio in qualche modo atteso, come tutti quelli dei personaggi celebri che raggiungono una certa età, e la sensazione che dovrà passare ancora del tempo prima di avere una percezione completa e oggettiva di come e quanto in profondità Silvio Berlusconi ha cambiato questo paese.

In questi giorni, alcuni commentatori hanno parlato della «seconda morte di Berlusconi», sostenendo che la prima e probabilmente più dolorosa morte del cavaliere di Arcore sia avvenuta dieci anni fa, in quel 14 giugno del 2010 che ha cambiato la rotta della politica italiana. La prospettiva della storia mostra ravvicinati e schiacciati, come in una foto, avvenimenti che tennero in sospeso le sorti del paese per otto lunghi mesi: la sconfitta di Berlusconi alle elezioni regionali e la definitiva rottura con Gianfranco Fini, la dissoluzione del Partito Democratico dopo la vittoria di Pierluigi Bersani, gli scandali sessuali sui massimi dirigenti dell’Udc che distrussero il partito di Casini, la nascita della cosiddetta «coalizione arancione» tra i finiani del Pdl, l’Italia dei Valori e l’ala destra fuoriuscita dal Pd. Si definirono un “comitato di liberazione nazionale” e in effetti da qualcosa liberarono l’Italia: dalla sinistra. Da una parte rimase la Lega Nord, reduce dal più grande risultato della sua storia all’indomani della morte di Umberto Bossi; dall’altra la coalizione arancione, un centrodestra securitario e liberale – “europeo”, si definivano – con un leader intenzionato a guidare la transizione al dopo Berlusconi. A sinistra solo macerie. Il segretario del Pd Pierluigi Bersani aveva puntato tutto sull’alleanza strategica con l’Udc, che si disintegrò quando gli scandali distrussero il già esiguo consenso del partito di Casini.

Quando quel che rimaneva del centro politico del paese decise di andare con Fini, una bella fetta del partito andò da quella parte nell’arco di pochi giorni. Quei pochi che rimasero litigarono per settimane sull’opportunità di unirsi alla coalizione arancione, come in un nuovo Cln, o presidiare la sinistra. Il verdetto delle politiche fu impietoso. La Lega Nord ottenne uno straordinario ma inutile 24 per cento, il Partito Democratico si fermò esanime al 19 per cento. La coalizione arancione ottenne un incredibile 52 per cento, mostrando come la figura polarizzante di Berlusconi, specie negli ultimi anni della sua avventura politica, avesse finito per ridurre e non per aumentare le potenzialità della destra italiana.

Ora che Silvio Berlusconi è morto, possiamo affermare con qualche certezza che la sua eredità più profonda e duratura non sia stata tanto l’aver trasformato la destra italiana, quanto aver cambiato la sinistra. Anno dopo anno, governo dopo governo, una buona metà dell’elettorato italiano è diventata sempre meno interessata alle vicende del paese e dei suoi concittadini, e sempre più appassionata alle vicende personali dell’allora premier. Sempre più arrabbiata e desiderosa di vendetta, sempre meno tollerante e partecipante alla vita politica del paese. Sempre più egoista e individualista, sempre meno altruista e lungimirante. Talmente arroccata nella difesa di alcune bandiere apolitiche – la questione morale, la laicità dello stato, il conflitto di interessi – da dimenticarsi completamente di quello che una volta determinava la differenza tra destra e sinistra: il rispetto delle minoranze e degli altri, l’erogazione dei servizi pubblici e la loro qualità, le politiche del fisco, del lavoro e dei redditi, le infrastrutture, l’istruzione. Pensavano che tolto finalmente di mezzo Berlusconi, il governo sarebbe scivolato placidamente tra le loro mani. Solo che l’uovo cadde dall’altra parte, e a raccoglierlo c’era una destra deberlusconizzata, capace di convincere la grande maggioranza degli italiani a votare per lei e aprire un solido ciclo di governo.

Alcuni sostengono che tutto sia cominciato con l’esplosione del populismo di sinistra, nel 2007. Altri fanno coincidere il primo segnale di questo smottamento con gli applausi fragorosi che la platea del Pd destinò a Gianfranco Fini nel 2009, mentre il presidente – oggi dello Stato italiano, allora della Camera dei deputati – arringava degli elettori che nessuno pensava avessero mai potuto votare per lui. A pensarci adesso, invece, non poteva esserci segnale più evidente. Gli elettori del Pd pensavano di aver cambiato Fini e averlo portato dalla loro parte; era successo esattamente il contrario. Dietro la più grande trasformazione dell’elettorato italiano c’era sempre lui, Silvio Berlusconi. La sua era si è conclusa definitivamente, ben prima della sua morte. La sua eredità segnerà ancora a lungo la storia di questo paese.

5 commenti a L’uomo che morì due volte

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  3. fantapolitico, e quasi tenero nella sua commovenza commovente :-(

  4. libertyfirst

    Se dovessi fare un coccodrillo per Berlusconi e chiedermi come sarà la politica italiana dopo di lui secondo me non scriverei qualcosa di dissimile da questo articolo: probabilmente il centrodestra si è paludato con un leader incapace di prendere la situazione in mano, e solo dopo ci saranno novità. Ma quali novità?

    Che mettendo assieme i finiani, probabilmente una minoranza dentro la fu AN, e i liberali di IDV (ma quali?) si arrivi al 52% non riesco a crederlo. Non so neanche quale sia l'ala destra del PD; perché non seguo le partite della nazionale di calcio dei politici. Immagino Polito, Ichino, Franco Debenedetti (certo non il fratello). Tutte persone che mi piacciono, ma che messe insieme prenderebbero meno voti di quante copie vende il Riformista.

    Però la legge di conservazione delle percentuali di voto dice che la somma è pari al 100%, e quindi non è possibile che tutti i partiti entrino in crisi contemporaneamente. Vediamo un po' che succederebbe, secondo me.

    L'estrema sinistra salirà, per protesta e non certo perché ha buone idee e buone proposte.

    L'estrema destra potrebbe salire, ma in Italia c'è un forte stigma antifascista che impedisce ai LePen di prendere molti voti. Siccome però l'Italia ha problemi strutturali e il declino continuerà, la rabbia potrebbe rimuovere questo limite. Più probabile, però, che la cosa andrà a vantaggio dell'estrema sinistra, perché non abbiamo anticorpi contro i comunisti, purtroppo.

    La sinistra non ha idee e non ha una strategia, la dirigenza è patetica e sembra non esistere. Però hanno esperienza di potere: approfitteranno del vuoto per ricavare rendite politiche a spese della collettività come fanno tutti i politici che non sono coglioni. Se per fare ciò avranno bisogno dell'UDC, o del neo-PCI, lo faranno. Governare senza opposizione è un'occasione ghiotta.

    Le destra finirà in mille pezzi, e i milioni di voti catalizzati da Berlusconi non verranno sfruttati, e si disperderanno tra UDC, AN e Lega, senza contare una miriade di partitini che ora esistono dentro FI, come liberali e socialisti. Immagino, per esperienza, che ci sarnno non meno di 20 partiti liberali con un totale di voti pari all'1%.

    La Lega è come l'estrema destra o l'estrema sinistra: guadagnerà con la crisi, ma non ha idee né soluzioni. Un paese normale avrebbe gli anticorpi contro movimenti politici del genere, ma se i lombardi si sono fatti colonizzare dai piemontesi non mi stupisco minimamente che riescano a farsi fregare dai leghisti: sono politicamente stupidi. :-)

    Complessivamente ci saranno meno votanti (meno amanti e odianti di Berlusconi: molti non s'alzeranno dal letto senza un oggetto di culto o di odio per andare a votare), e questo è buono perché finché gli italiani cercheranno soluzioni NELLA politica anziché difendersi DALLA politica se la prenderanno in quel posto. Ma da qui a risolvere il problema ce ne vuole.

    Ad un certo punto in questo scatafascio uscirà un imprenditore politico (non necessariamente anche economico) che catalizzerà i pezzi per formare una nuova forma di vita politica, ad esempio “Nuova Forza Italia”. La gente ci crederà e lo voterà, anche per difendersi da una sinsitra hce pensa solo alle poltrone, o perché spaventata dagli estremismi politici. Poi, arrivato al potere, si scoprirà che non cambierà niente. Nihil sub sole novi. L'alba del nuovo giorno non esiste, è un'invenzione propagandistica della classe politica. :-)

  5. ma c'è qualcuno di voi che “l'ha fatto morire” in prigione?

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