Cultura

Speciale morte: viaggio al termine della notte

16 settembre 2009

Sì lo so che non vorreste pensarci ma un giorno o l’altro vi toccherà morire. E quel giorno dovrete sapere come fare. La rubrica di Vertigoz vi svela come arrivare preparati all’appuntamento con la grande consolatrice. Senza ansie da prestazioni e senza inutili patemi d’animo. Tanto il peggio che poteva capitarvi vi è già successo.

Nella nostra società vi è una vera e propria rimozione nei confronti della morte. Ne volete una prova? Eccola. Se cerco su Google “Giornalettismo + Berlusconi” ottengo 51.600 risultati, mentre se cerco “Giornalettismo + morte” ottengo un solo risultato: questo articolo (il che per inciso è incredibile visto che non ho ancora finito di scriverlo, ma si sa, questi di Google la sanno lunga). Stranamente se cerco “Giornalettismo + Berlusconi + morte” ottengo di nuovo 51.600 risultati ma questa è decisamente un’altra storia.

CON LA M MAIUSCOLA – Il punto è che gli esseri umani, affrontano il “Problema Morte” (d’ora innanzi PM) come affrontano qualsiasi tipo di problema: semplicemente non pensandoci. Prendete quest’articolo, i miei articoli escono il mercoledì no? Bene, fino a stamattina ho completamente i-gno-ra-to il problema di dover scrivere un articolo per Giornalettismo, e ora, che è già martedì pomeriggio inoltrato mi trovo a dover aprire la mia cartella segreta “Idee last minute per articoli giornalettistici d’emergenza” (quella con il teschio sopra) che contiene un unico file con un’unica parola: la moooorte (va detto con voce tremula utilizzando un effetto stile wha-wha sulla o). Ecco, la morte, è esattamente come quest’articolo (più o meno), uno pensa che basta non pensarci e alla fine non si muore, così come basta non pensarci e alla fine l’articolo si scrive da solo (ok, la metafora è un po’ traballante, ma tanto non ha nessuna importanza, un giorno saremo tutti morti). Insomma, la prima considerazione che vorrei fare è che non pensare a un problema non è un buon modo per risolverlo. Quindi partiamo da un dato di fatto: abbiamo un problema, stiamo per morire, chi più chi meno, tutti quanti. Un’ecatombe. La vita di un italiano medio (tipo Mike Buongiorno) è di circa 80 anni a cui vanno sottratti i 33 che ho già vissuto (merda), più 10 mesi (ci ho provato), per un totale di circa 16850 giorni ancora da vivere, che fanno 404.400 ore, ovvero 24.264.000 minuti, o infine 1.455.840.000 secondi a cui ne vanno scalati i 200 abbondanti che ho perso per fare questi calcoli idioti. Mentre voi state comodamente seduti in poltrona a leggere io sto letteralmente morendo! (l’ennesimo caso di morte sul lavoro, in diretta sulle pagine di Giornalettismo).

CONCLUDERE - La seconda considerazione che vorrei fare è che essere vivi piuttosto che morti è un’anomalia dal punto di vista statistico. Secondo un articolo di Carl Haub, pubblicato nel 2002 dal Population Reference Bureau, il numero complessivo di persone che hanno mai vissuto sulla terra è circa 106,5 miliardi. In pratica gli esseri umani attualmente viventi sono appena il 6% del totale. Siamo fortunati amici, ma non durerà per molto, credetemi. Dopo aver ammesso di avere un problema (mi chiamo Joe, e ho un problema con la vita) cerchiamo di vedere come risolverlo. Notiamo anzitutto che il problema non nasce dal fatto in sé del morire ma dal fatto che 1. dobbiamo morire 2. tendenzialmente non ci va di morire. Da cui c) abbiamo un problema. Per risolvere il problema possiamo concentrare la nostra attenzione sulla premessa a) o sulla premessa b) o sul rapporto di consequenzialità che lega le premesse a) e b) alla conclusione c). In primo luogo possiamo contestare la premessa a). In una variante del paradosso del tacchino induttivista di Bertrand Russell possiamo così argomentare. Sono 34 anni che sono vivo ovvero circa 21900 giorni. In questi 21.900 giorni non sono mai morto. Ogni mattina mi sono svegliato e, ehy, ero vivo. Dopo 21.900 tentativi possono ragionevolmente concludere che non morirò mai. Pensate di tirare un dado 21.900 volte. Se uscisse lo stesso risultato tutte le volte credo che converreste che il dado è truccato. Ogni ulteriore lancio sarebbe superfluo. Posso inoltre constatare che da quando sono nato sono morte milioni di persone ma io mai. Sarà un caso? Posso pertanto ragionevolmente concludere di essere immortale.

13 commenti a Speciale morte: viaggio al termine della notte

  1. Pingback: Il posto del Vertigo

  2. speciale Morte oggi su giornalettismo. Ma lo sapevi che uscivano i coccodrilli o è un caso?:)

  3. Lucia

    Prete: Ricordati che devi morire!
    Troisi: Come?
    Prete: Ricordati…che devi morire!
    Troisi: Va bene….
    Prete: Ricordati che devi morire!
    Troisi: Sì, sì …no… m'o me lo segno, proprio… c'ho una cosa… non vi preoccupate….

    A parte gli scherzi, Vertigoz, mi sapresti spiegare che senso ha la vita se dopo un periodo di tempo, sia pure lungo, tutto si riduce al nulla?
    La vita, quindi, sarebbe un “non senso” anche per chi dice “si” alla vita cosi come per un disperato che rifugge la realtà!

  4. vertigoz

    cocci, non lo sapevo, è stato assolutamente un caso.
    > A parte gli scherzi, Vertigoz, mi sapresti spiegare che senso ha la vita se dopo un periodo di tempo, sia pure lungo, tutto si riduce al nulla?
    una domandina da niente insomma… ti risponderò magari con un post

  5. Marco

    Il senso della vita è andare su Facebook

  6. procellaria

    Bell'articolo. Credo si debba imparare a dare il giusto peso alla morte, senza isterismi.

    Spero che in un prossimo post si tratterà anche la via transumanista all'immortalità, un tema ricorrente nella letteratura fantascientica post-cyberpunk.

    Il senso della vita? Cosa si intende con “senso”? E perché avrebbe un “senso” solo se eterna? Gli eventi finiti nel tempo non hanno senso? Che senso ha il Sole? Ha senso chiedersi che senso abbia il Sole?

  7. vertigoz

    > Spero che in un prossimo post si tratterà anche la via transumanista all'immortalità
    > si tratterà anche la via transumanista all'immortalità

    ne sapessi qualcosa ne parlerei. ma non è detto che non ne parli uguale.

  8. G

    per morire bisogna prima vivere. Non basta nascere

  9. G

    per morire bisogna prima vivere. Non basta nascere

  10. Frank

    Ah ok me la segno. Nascere… vivere… morire.
    Perché nessuno me l'aveva detto prima?

    P.S: prossimamente la rubrica “Altro che vertigoz”

  11. libertyfirst

    Commento in ritardo. :-)

    Il concetto di “senso della vita” è una fallacia logica, più precisamente una fallacia antropomorfa: le forchette hanno un senso perché chi le ha create agiva con lo scopo di mangiare meglio; gli uomini un senso potrebbero non averlo, a meno che non si creda appunto che siano stati creati da qualcuno con uno scopo. Se gli uomini sono quindi forchette autocoscienti si può parlare di senso della vita, altrimenti la domanda è nonsense, come chiedersi che forma ha l'acqua (il senso è una proprietà degli enti concepiti da un essere autocosciente, o meglio ancora una disposizione che l'essere autocosciente ha verso questi enti, non una proprietà universale di tutte le cose immaginabili).

    Indubbiamente alla domanda si tende a dare, che abbia senso o meno, un forte contenuto emotivo, come a molte domande esistenziali. Non è sufficiente dire che probabilmente la domanda non ha senso, perché tanto poi viene riformulata in qualcosa che ha senso e continua ad avere contenuto emotivo. Una riformulazione che ha senso è “Che senso do alla mia vita?” (domanda un po' solipsistica). Nel mio caso potrei dire che voglio il bene delle persone a cui voglio bene, per fortuna pochissime altrimenti morirei di stress, e ogni tanto anche a me stesso. Questa risposta mi soddisfa sotto ogni condizione realistica che mi possa venire in mente, anche se non ha certo l'apoditticità e l'universalità di una risposta teologico-metafisica.

  12. g

    Non tutti vivono, anche se credono di farlo, questi temono la morte.
    Chi vive la morte la considera un'esperienza molto importante che fa parte della vita.

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