Il parroco di San Gaetano, Don Pino, detto 3 P, cammina a passo svelto tra le vie del quartiere. Una brezza leggera accarezza i palazzi e i capannoni di Brancaccio, a Palermo in quella sera del 15 settembre del 1993. Don Pino è allegro, è stata una bella giornata, e lo aspettano per festeggiarlo. E’ la sera del suo compleanno. E’ quasi arrivato, ma un altro appuntamento lo attende, in quella sera palermitana. Gaspare Spatuzzo e Salvatore Giglioli, due uomini d’onore dei fratelli Graviano, legati al clan del boss Bagarella lo avvicinano. Don Pino li guarda, sorride. “Me lo aspettavo”, sussurra prima di essere ucciso.
Nato nel quartiere di Brancaccio, papà calzolaio e madre sarta, Giuseppe Puglisi conosceva il suo quartiere. Ne conosceva l’abbraccio mortale degli “uomini d’onore”, che stritolano la speranza dei ragazzi e delle ragazze in una morsa di disperazione senza fine, fatta di paura, omertà, supruso. A volte morte. Sotto un cielo dove Dio sembra tanto, troppo lontano, dove, più che l’“ammazzatina” che raccoglie i titoli dei giornali o la collusione politica-affari, il futuro se ne va tra il pizzo che non ti fa campare, la droga che scorre nelle vene dei ragazzi ammutoliti del quartiere e le giornate passate ad arrangiarsi, a imparare a “farsi rispettare” da quelli che sanno regalarti l’illusione di un domani.
Don Pino ammirava quegli uomini che hanno ridato una speranza a Palermo, come Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma per se stesso aveva scelto un’altra strada, forse più difficile, sicuramente più oscura. Dare una speranza ai ragazzi e alle ragazze del quartiere, recuperare gli adolescenti già reclutati dalla criminalità mafiosa, affermando la cultura della legalità, anche attraverso la fede, cercando di far capire anche ai più piccoli che ci sono alternative alla violenza, ai soprusi, alle ingiustizie. Con parole semplic ed umili. E con i fatti. Aveva costruito un centro d’aggregazione, il Centro Padre nostro, e in tanti ci andavano a passare le giornate. Dava fastidio, Pino Puglisi, ai fratelli Graviano, perché aveva ridato una speranza al quartiere. Padre Puglisi diceva che “se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto”. Per questo lo hanno fatto ammazzare.
Don Pino è disteso in mezzo alla strada nel quartiere Brancaccio, il suo quartiere. Il vento si è fatto più freddo, e già qualcuno che lo aspettava per festeggiarlo comincia a girare inquieto, i brividi addosso. Don Pino è morto, e il cielo piange sopra Palermo, nel silenzio assurdo di una notte di metà settembre. Don Pino è morto, e molto tempo è passato. Ma il suo Centro è ancora lì. E fa ancora paura: nella notte tra domenica e lunedì, in via San Ciro nel quartiere Brancaccio, ha subito l’ennesimo attentato intimidatorio. Ma non importa, è lì. C’è. La guerra non è finita, non finirà mai. Finché ci sarà, tra le solitudini delle vite straordinarie dei piccoli uomini di tutti i giorni, qualcuno che prenderà il testimone dei tanti Don Pino Puglisi che ci sono in questo paese.
Sulla tomba di Pino Puglisi, prete di Palermo, c’è scritto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Vangelo secondo Giovanni, 15,13)




bellissimo articolo, bellissimo se non altro ricordare gli eroi di mafia.
bellissimo, concordo