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pubblicato il 14 settembre 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

Ci apre l’Unità di oggi, che dedica alla “notizia” pagina 4, 5 e 6 del quotidiano: “Il giallo della società siciliana dei fratelli Mori-Berlusconi“, titola il quotidiano diretto da Conchita De Gregorio a firma Nicola Biondo. L’articolo riprende un vecchio rapporto della Dia - che risale al 1999: “Tutto nasce dall’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi mafiose chiusa nel 2002 con l’archiviazione dell’attuale premier Silvio Berlusconi e 12 verde che vai Mafia e Berlusconi, le verità supposte de lUnitàMarcello dell’Utri: sul tavolo dei magistrati di Palermo è arrivato un file dimenticato, che parla di legami tra imprenditori mafiosi e una ditta con due soci di rilievo: Paolo Berlusconi e un certo Giorgio Mori“. Ovvero, il fratello del generale, in affari con il fratello di Silvio in una ditta di costruzioni, la Co.Ge..

Mario Mori è l’ex capo del Ros e poi del Sisde, oggi capo dell’ufficio sicurezza del Comune di Roma e membro del comitato per la legalità e la trasparenza degli appalti all’Expo’ di Milano. E’ arrivato agli onori delle cronache in molte occasioni; la più bruciante è stata la mancata perquisizione del covo di Totò Riina dopo l’arresto del boss mafioso, vicenda che ha dato luogo a un processo in cui il generale è finito assolto insieme a “Ultimo“, il poliziotto Sergio De Caprio. Ha ancora un’indagine pendente, sempre a Palermo, “insieme al suo vice, col. Mario Obinu, per favoreggiamento alla mafia a causa della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Secondo il primo testimone d’accusa, generale Michele Riccio, furono Mori e Obinu ad avergli impedito di catturare Provenzano in un casolare di Mezzojuso indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da Cosa Nostra subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia“, dice Wikipedia. La notizia non è nuova: Mori ha già spiegato che quel Giorgio Mori che compare nei verbali come socio di Paolo non è suo fratello, il quale si chiama Alberto. Ma la Dia, secondo l’Unità, ha fatto sapere che c’è stato un errore materiale nella compilazione del rapporto: Alberto, e non Giorgio, doveva esserci scritto.

Nello stesso periodo in cui Mario Mori presenta alla procura di Palermo un  lungo rapporto su mafia e appalti, la ditta del duo Berlusconi-Mori sbarca in Sicilia. Tutto a posto? Per niente. Perché la Co.Ge. compare nel rapporto di luglio in quanto gli investigatori individuano la mano di Cosa Nostra in alcune società: sono la Tecnofin, sotto il controllo di Filippo Salamone; la Co.Ge. stessa, la Tunedil e la Cipedil del gruppo Rappa di Borgetto“, scrive l’Unità. Queste ditte fanno parte di un tavolo degli appalti che lavora in accordo con la mafia. Salamone e Bini, imprenditori a capo delle ditte citate, sono condannati per concorso esterno in associazione mafiosa in via definitiva nel 2008. Mori ammette soltanto nel gennaio 2009 che il fratello ha lavorato per la Fininvest, anche se solo fino al 1991; ma se davvero fosse il generale, quel poliziotto che ha avuto un ruolo nella trattativa Stato-Mafia del 1993, come “negoziatore” insieme a Vito Ciancimino, la connessione con la Fininvest e Dell’Utri sarebbe comunque ancora troppo labile per poter essere sostenuta in qualsiasi processo. Anche se il papello fosse realtà, e non una evocazione di Brusca e Massimo, il figlio dell’ex sindaco di Palermo, e la trattativa qualcosa di diverso da una leggenda metropolitana, in Fininvest poco ne saprebbero in ogni caso. Perlomeno, fino a prova contraria.

(Vignetta di Bucchi)