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Editorialedi Abramo Rincoln (Abr)
pubblicato il 11 settembre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Un editoriale di qualche giorno fa sosteneva giustamente che a una larga fetta del Paese fregava zero delle performance sessuali del Presidente del Consiglio e delle vicende moleste di tal Dino Boffo da One’ di Fonte, Tv. Persone che vivono il profluvio di escort, stalking, rivelazioni e dettagli piccanti, al pari dei segnali cifrati scambiati tra politica e giornali di editori impuri, o come vivrebbero i nuovi assalti della Magistratura: con la noia sconsolata di chi fosse costretto a vivere con un depresso ossessivo tradito da una ragazza di nome Berlusconi, avete presente quelli che ora farneticano, ora piangono ora insultano, ma sempre e solo sul medesimo argomento.  Non per caso molti di questi annoiati vivono in una parte del Paese strana, aliena, che il Pd chiama “questione settentrionale” e Bossi  “Padania”: genti brusche, pragmatiche, con poco tempo per far filosofia peripatetica o per la politica come guerra tra bande. Attenti invece, nella loro diffidente rozzezza, alle decisioni concrete, alle scelte fatte o rimandate, alla pressione fiscale, alla burocrazia. E’ un pezzo di paese in cui il centrosinistra non c’entra nulla: ha poco da dirgli e dargli. Questo Nord manda segnali inequivoci votando la Lega di Bossi e la sua apparentemente scomposta protesta con percentuali imbarazzanti in certe province. Sarebbe per via  della “rustica progenie semper villana fuit”?  Tesi cara a certa sinistra molto getdown (avete presente lo sfigato Epifanio?), peraltro molto presente nel web.

Che la forza della Lega stia nella debolezza momentanea della sinistra (un momento che dura oramai da quindici anni)? No, al Nord la Lega erode spazi anche alla destra “tradizionale” cui è (ancora) alleata ma dalla quale la distigue un messaggio più chiaro, meglio definito, diretto. Tutto questo aldilà dell’eventuale resistere di Formigoni ricandidato alla Regione Lombardia per via dell’Expo o di Galan in Veneto: parliamo di onde lunghe. L’idea è che staremmo assistendo allo scardinamento della ottocentesca contrapposizione destra-sinistra figlia della rivoluzione industriale. Finalmente l’asse della politica si strarebbe spostando verso nuove polarità: centralismo fisco-centrico versus localismo identitario, reazione e al contempo effetto dei processi di globalizzazione che tolgono senso agli Stati Nazionali e lo danno alle omogeneità territoriali, inserite in contesti collaborativi economico politici continentali integrati. In tale scenario le sinistre storiche sono retroguardia, rarefatte nell’identificare nuove minoranze da proteggere, inedite povertà da tutelare (non mai da estinguere), improbabili multietnicità da stimolare e al contempo stallate nel dibattito ottocentesco sulla laicità dello Stato. Fatalmente si relegano all’irrilevanza di neo Azionisti trooppo intelligenti ma fuori del tempo, a meno di stravolgimenti di indirizzo che né Bersani né tantomeno Marino possono manco immaginare. Se non per quella sinistra di provincia altrettanto pragmatica e territorialmente radicata, che fa poca caciara ideologica se non a titolo di folklore … identitario.

Il titolo è il verso finale della canzone destra sinistra di Giorgio Gaber

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