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Editorialedi Carlo Cipiciani (Comicomix)
pubblicato il 10 settembre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Il rapporto “Education at a Glance 2009″, che analizza i sistemi scolastici di molti paesi,  consegna un quadro desolante della scuola italiana. I giovani italiani passano più tempo dei coetanei stranieri nelle aule scolastiche (unica eccezione i cileni) ma i risultati non si vedono: passano sui banchi della scuola dell’obbligo oltre 8mila ore, contro una media Ocse di 6.862, ma nei test internazionali finiscono regolarmente agli ultimi posti. Anche la spesa per studente è tra le più elevate, soprattutto a causa del rapporto tra insegnanti ed alunni, che in Italia è di 11 studenti per insegnante contro una media Ocse di 16. Ma i rendimenti non sono all’altezza.

Leggendo questi dati, la ministro ha potuto trionfalmente affermare che “’I risultati della ricerca Ocse evidenziano alcune criticità del sistema scolastico italiano che ho più volte segnalato, dimostrando che non sempre la qualità della scuola è legata alla quantità delle ore di lezione e delle risorse investite”, e che la strada tracciata dal governo è quella giusta. La strada tracciata dal governo, ricordiamolo, è quella di un robusto taglio di personale, circa centomila insegnanti in meno, tra docenti di ruolo e supplenti, entro il 2011, ed una riduzione del 17% del personale tecnico e ausiliario (Ata), ovvero bidelli e “amministrativi”, con l’obiettivo dichiarato di risparmiare 8 miliardi di euro nel 2012.

La ministro certamente saprà che i dati italiani andrebbero letti tenendo conto di alcune “specificità” italiane. La prima è che gli insegnanti di sostegno, che sono circa 80 mila, in Italia sono a carico del suo ministero, mentre nella stragrande maggioranza degli altri paesi vengono pagati dal sistema di welfare. La seconda è che ci sono anche oltre 20 mila insegnati di religione cattolica, con contratto a tempo indeterminato, mentre negli altri paesi non ci sono. Fanno proprio, che coincidenza, 100 mila insegnanti, oltre 12% del corpo insegnante. Maria Stella Gelmini saprà anche che nel calcolo delle ore passate in classe siamo effettivamente sopra la media, ma solo perché, mentre da noi gli studenti stanno solo in classe, negli altri paesi passano molte ore in laboratorio, o in stage. Un calcolo degli indicatori depurati dalle anomalie mostrano differenze molto più attenuate ed in qualche caso quasi inesistenti.

Su un punto la ministro ha ragione: la scuola italiana ha bisogno di profonde riforme, che passano anche per una razionalizzazione delle risorse. Ma guardando all’azione del suo governo, si ha più che l’impressione che la logica degli interventi normativi sia solo quella di tagliare la spesa pubblica nell’Istruzione per “fare cassa”, anziché fare un’effettiva riforma del sistema scolastico, coerente e con specifiche finalità pedagogiche di fondo.

Il governo in carica ha introdotto il maestro prevalente nella scuola primaria, soggetto tuttavia alla domanda del regime d’orario richiesto dalle famiglie, che però richiedono il tempo pieno, e quindi con un aumento del fabbisogno organico nella scuola primaria. Si è poi previsto l’accorpamento delle scuole di dimensione inferiore ai 500 studenti, ma rinviandone l’attuazione (forse) al 2010-11. Si è introdotta la riduzione degli orari e dei curricula per le scuole secondarie del secondo ciclo a partire dall’anno scolastico 2009-2010, scatenando il putiferio che stiamo vedendo in questi giorni e la mezza marcia indietro del governo. Senza dimenticare la reintroduzione dell’insegnamento di educazione civica, della valutazione numerica nella scuola primaria, del voto di condotta ai fini della valutazione complessiva dello studente. Al di là dell’attivismo mediatico, non è molto.

Inoltre, se Maria Stella Gelmini avesse dato uno sguardo veloce alla presentazione sul  sito internet dell’Ocse, avrebbe letto che “c’è una relazione tra investimento in istruzione e crisi economica”. E se avesse ascoltato l’intervento del segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria,  avrebbe sentito che il periodo che seguirà la recessione mondiale “sarà caratterizzato da una domanda senza precedenti dell’istruzione universitaria” e che “gli investimenti in capitale umano contribuiranno alla ripresa, se i governi e istituzioni siano in grado di rispondere a questa domanda”. E dando uno sguardo più attento agli indicatori che l’Ocse mette a disposizione, avrebbe visto che gli insegnati italiani sono sottopagati rispetto alla media Ocse, sia nella scuola primaria, che in quella secondaria e alle superiori. E questo vale sia per il minimo di inizio carriera che per il massimo a fine carriera. In media, sono 40 mila dollari l’anno contro i 60 mila della Svizzera e i 50 mila della Germania, tanto per fare due esempi. Per aumentare la qualità del corpo insegnante bisogna invogliare i migliori a dedicarsi a tale professione: aumentando il prestigio sociale della professione, incentivandoli con retribuzioni adeguate, selezioni accurate, formazione all’ingresso, aggiornamento professionale, distribuzione delle cattedre e stabilità dell’insegnamento nel tempo.

Andreas Schleicher, esperto dell’Organizzazione, ha ricordato inoltre che “il 55% dei professori italiani non riceve alcun tipo di riscontro, positivo o negativo, sul lavoro svolto. Sono abbandonati, lasciati soli, che si impegnino al massimo o che non facciano nulla, non cambia molto per loro, perché nessuno li valuta. Gli indicatori dicono che siamo indietro sulla possibilità di comparare gli esiti degli apprendimenti. Bene, la nostra ministro ha effettivamente varato le direttive Invalsi per la valutazione del sistema scolastico nel triennio 2008-2011, ma non ha assegnato le risorse adeguate per la rilevazione censuaria sul territorio nazionale.

In questo strano paese, dove spesso si è costretti a puntualizzare l’ovvio, al ministro Gelmini che – leggendo a modo suo  il rapporto Ocse sulla scuola – vanta la sua politica di riduzione degli orari e di risorse materiali, finanziarie ed umane, come la panacea dei mali della scuola, siamo costretti a ricordare che difficilmente una squadra di calcio vince il campionato risparmiando sull’organico, sugli stipendi dei giocatori e dell’allenatore. E anche se può accadere una volta che il Verona vinca lo scudetto, di solito al primo posto finiscono Inter, Juventus e Milan. Cioè le squadre che investono. E nel campionato della sfida globale, risparmiare sulla scuola sembra essere la strategia migliore. Per retrocedere.

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