Utili ai dipendenti: come distruggere un accordo a portata di mano

10/09/2009 - OCCHIO AGLI INCENTIVI! – Su questo aspetto però sarebbe opportuno mettere qualche paletto. Perché incentivare qualcosa significa togliere risorse a qualcos’altro, soprattutto in questi tempi di vacche magre. Non va sottovalutato che l’impatto per l’erario di questi sgravi sarebbe notevole.

     
 

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OCCHIO AGLI INCENTIVI! – Su questo aspetto però sarebbe opportuno mettere qualche paletto. Perché incentivare qualcosa significa togliere risorse a qualcos’altro, soprattutto in questi tempi di vacche magre. Non va sottovalutato che l’impatto per l’erario di questi sgravi sarebbe notevole. Secondo i calcoli del Centro studi Confindustria, nel 2012 il vantaggio fiscale per dipendente sarebbe di circa 250 euro, quindi Contendentise applicato a tutti i lavoratori dipendenti, circa 4 miliardi di euro. Non è l’unica obiezione sul tappeto. Quando si agisce sulla leva fiscale, non va dimenticato che essa – secondo la Costituzione – deve essere ispirata la criterio della progressività, ovvero a colpire più che proporzionalmente chi ha redditi più elevati. Bene, secondo alcuni gli sgravi sulla retribuzione rischierebbero di rendere iniquo il prelievo sul reddito, perché differenziano il vantaggio fiscale, favorendo – paradossalmente – coloro che ricevono l’incremento retributivo più elevato. Infine, andrebbe tenuto conto che, anziché stimolare la crescita della produttività, questi sgravi potrebbero essere utilizzati come sostitutivi dei normali incrementi contrattuali, rendendo possibili abusi (accordi tra lavoratori e azienda che facciano apparire legati alla “produttività” qualsiasi aumento salariale) che li porterebbero ad essere incentivi all’elusione più che alla contrattazione di secondo livello e quindi ad un “premio” per la produttività.

TORNA A CASA, CGIL! – Se ci sono i soldi (o se si è disponibili a trovarli) e facendo attenzione ai rischi sopra paventati, si potrebbe provare a fare qualcosa, soprattutto ora che la Cgil sembra disposta a ritornare sui suoi passi, dopo il niet all’accordo. Un No legato essenzialmente alle questioni della possibilità che il contratto aziendale – se stipulato dalla coalizione sindacale maggioritaria deroghi al contratto nazionale, alle perplessità sul calcolo dell’inflazione programmata e sui criteri di misurazione della rappresentatività dei sindacati, al livello nazionale e a quello aziendale. Perplessità in parte condivisibili, ed in parte meno. Ma che comunque, come sta facendo Emma Marcegaglia, meritano un tentativo di ricucitura, visto che si sta parlando del più rappresentativo sindacato italiano. E invece, ecco – quasi un fulmine a ciel sereno – che sulla strada della ricomposizione tra le parti sociali piombano prima le smorfie a mezza bocca di Sacconi e poi la propostaaccordo “creativa” di Tremonti. Con un rilancio estemporaneo, una proposta intrisa di  corporativismo e che serve solo a provare a minare il difficile terreno del disgelo tra le parti sociali.

A CHE GIOCO GIOCHIAMO? – Per aumentare la produttività serve la contrattazione decentrata. Dopo un’ostilità non del tutto condivisibile, la Cgil sembra voler aprire un confronto su questo tema. Non si può far finta di nulla. In questa partita il governo deve essere arbitro, e non giocatore, limitandosi ad incentivare (per quello che può) questo percorso con i suoi strumenti fiscali. Ma non entrando a gamba tesa , come sembra dalla proposta di Tremonti e Sacconi, con fattori distorcenti, come limitare gli incentivi solo alle imprese che adotteranno una politica di remunerazione dei lavoratori legata ai profitti. Che tra l’altro, introdurrebbe un’ulteriore asimmetria tra settore provato e settore pubblico, dove non è ovviamente possibile legare la remunerazione ai profitti. In un paese già malato di corporativismo (sarebbe di liberalizzazioni che avrmemo bisogno) la regione di questa proposta sembra quella di distogliere l’attenzione da un provvedimento strutturale fondamentale, ovvero il decentramento della contrattazione, proprio ora che il “figliol prodigo” Cgil sembra disposto a discuterne. A meno che il problema sia che il governo non ha un euro da dare alle imprese, e propone un provvedimento indigesto, per poi – come al solito – dare la colpa a qualcun altro (Confindustria, Cgil o chissà chi altro) se non produce effetti. E’  un “giochino” che non ci possiamo permettere.

     
 

6 Commenti

  1. Mario scrive:

    Bell'articolo, vorrei solo segnalare il fatto che, almeno nel settore pubblico e degli enti locali, la contrattazione decentrata ciene fatta da anni, senza obiezioni da parte della cgil. Il no posto di recente è riferito al modo in cui il governo intende modificarla e viene posto su punti molto precisi. Non sono un sindacalista, ma ci tenevo a precisare che l'atteggiamento della cgil non è di chiusura per principio o per ottusa opposizione. E' una posizione, condivisibile o non condivisibile, comunque frutto di una riflessione sulle specifiche proposte del governo e di confindustria.

  2. icy stark scrive:

    Legare la detassazione a qualcosa di misurabile è corretto, ma gli utili lo sono molto di più che la produttività. Paradossalmente un operaio sarebbe più penalizzato se misurato sulla produttività dato che questa (almeno nelle aziende medio/grandi) è rivista e standardizzata periodicamente (ogni 3/6/12 mesi), il che vorrebbe dire o contrattare con la medesima frequenza o trovarsi un nuovo "punto di partenza" per la misurazione della produttività. E' vero che un operaio non dovrebbe essere direttamente responsabile di una strategia sbagliata (perché non la determina), ma anche nell'esempio fatto di legare parte del suo stipendio alla percentuale di scarto implicherebbe per esempio collegargli magari un errore progettuale, o di qualità delle materie prime, o ancora semplicemente errori produttivi dovuti allo startup di un prodotto. La produttività sarebbe un buon metro, il problema è che non vi è un modo assoluto per misurarla, e (come per i profitti) ci sono moltissime variabili in gioco, anche e soprattutto esterne al controllo diretto degli operai.

  3. grano scrive:

    Comicomix, e tu pensi davvero che una legge che prevede la compartecipazione dei dipendenti agli utili possa essere approvata senza il placet di Confindustria? E dai, sii serio! In Parlamento è già bell'e pronta una vagonata di sabbia. I ministri intanto hanno fatto la bella figura da pseudosocialisti, poi, sai com'è, le priorità cambiano, i calendari parlamentari pure, le commissioni sono lente, gli emendamenti sono troppi…
    Arriveranno infinitamente prima gli accordi tra le parti sociali, se queste decideranno di fare sul serio.

  4. Carlo Cipiciani scrive:

    @Mario:
    La Cgil ha posto obiezioni, cito dal pezzo, in parte comprensibili in parte meno. Ma in generale, la sua opposizione ad un certo punto è sembrata (magari senza esserlo) a prescindere. E opporsi anzichè trovare un accordo non lo vedo bene, per un sindacato. Certo, non mi piace l' appiattimento" di Cisl e Uil su molti punti alle posizioni governative.

    @icy stark:
    La cosa sicura è che mentre su pezzi difettosi o scrti di lavorazione l'operaio ha un minimo di responsabilità (e di controllo) sugli utili no. Non trovi?

    @grano:
    Cominciamo dicendo che dire di star serio ad uno che ha come nick Comicomix è un ossimoro…^_^
    Non so come finirà, oggi c'è stato il primo incontro. Può darsi che sia una strategia pensata per "fare pressione". Ma che ci possa essere il tentativo di evitare un "patto" Confindustria-Cgil, magari in vista di imprevedibili scenari futuri, non lo vedo del tutto impossibile….

    Un sorriso semplice

    C.

    (ma che caspita sta succedendo al login dei commenti????)

  5. grano scrive:

    Comicomix, un qualsiasi governo può anche riuscire a mettersi di traverso ad un patto Confindustria-Cgil, ma che riesca davvero a far approvare una legge che non sta bene né a Confindustria né a Cgil lo vedo molto molto difficile.
    Concordo peraltro che la compartecipazione agli utili è a forte rischio di fregatura, quantomeno nelle società non quotate e che quindi hanno forte interesse fiscale a ridurre più o meno artificialmente l'utile

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