Troppo italiani per il nucleare
09/09/2009 - Sono passati mesi dal trionfale annuncio del ritorno all’energia atomica, ma non se ne parla quasi più. In pubblico, almeno, perché le grandi manovre sono iniziate. Potremmo chiamarla “la maledizione di Chicco Testa”, l’ex presidente di Enel e fondatore di
Sono passati mesi dal trionfale annuncio del ritorno all’energia atomica, ma non se ne parla quasi più. In pubblico, almeno, perché le grandi manovre sono iniziate.
Potremmo chiamarla “la maledizione di Chicco Testa”, l’ex presidente di Enel e fondatore di Legambiente, che in un libro di un paio di anni fa ci includeva in una generale
dichiarazione d’impotenza. Il suo pensiero si può sintetizzare così: “Dovremmo tornare a costruire le centrali, ma un paese incapace di non cambiare idea ogni due anni e non spaccarsi in mille bande, la filiera dell’atomo è al di sopra delle nostre possibilità”. I fatti gli stanno danno ragione, Repubblica racconta, la prima faida tra interna tra i sostenitori del “rinascimento nucleare”. L’Enel di Fulvio Conti si è legata mani e piedi ai francesi di Edf, gli unici in grado di costruire in tempi certi e a costi ragionevoli (per quanto ragionevoli siano 4-5 miliardi di euro per ogni reattore). Viste le mille difficoltà che questa impresa si porta dietro, almeno sul fronte industriale e tecnologico, Conti ha deciso di andare sul sicuro. Il problema è che Edf si porta dietro l’intero sistema transalpino: il costruttore di reattori è Areva, il fornitore per le infrastrutture non nucleari sarà Alstom. Peraltro due società grandi, ma con seri problemi finanziari, una situazione che li rende molto poco inclini a fare concessioni alle imprese del paese ospite
GIGANTE FRANCESE E NANO GENOVESE – A farne le spese è Ansaldo nucleare, controllata di Ansaldo Energia, controllata da Finmeccanica. La società genovese, ai margini dei margini della galassia guidata da Pierfrancesco Guarguaglini vive, come molte attività civili del gruppo, nel pericolo continuo di essere venduta o diluita in qualche ristrutturazone. L’accordo tra Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy prevedeva di riservare una fetta anche per Ansaldo nucleare, ma al momento di concretizzare gli accordi sono arrivate, a detta dei manager genovesi, solo le briciole. Le lamentele hanno trovato un orecchio attento nel conterraneo Claudio Scajola che ha trovato una soluzione geniale: una seconda filiera di costruttori di centrali sfruttando i legami storici di Ansaldo con il concorrente mondiale di Areva, Toshiba Westinghouse. Il ministro dello sviluppo economico, per dimostrare all’Enel che fa sul serio, andrà tra tre settimane negli Usa a sancire l’accordo. Festeggiano all’Ansaldo, facendo trapelare che loro una centrale potrebbero
costruirla già all’80% e l’aiuto di Westinghouse sarà decisivo per il restante 20%. Con l’ulteriore vantaggio che rispetto a Enel-Edf ci sarà più spazio per i fornitori italiani. Il ritorno dell’atomo è così assodato? È bastato approvare una legge tra luglio e agosto per scongiurare le ipotesi dell’esercito a difesa dei cantieri delle centrali e sindaci pronti a immolarsi sulle barricate contro la nuova minaccia nucleare? A guardare le ultime mosse si direbbe che il governo ne è convinto tanto da dividere il fronte e distribuire le spoglie (leggi appalti) tra i vincitori. La risposta di Conti è stata molto rigida, sa che riaprire le trattative su ogni dettaglio del progetto è il modo migliore per non arrivare mai e che per trovare un posto ad Ansaldo energia ( un miliardo di fatturato, circa il 10% collegato al nucleare) si mette a repentaglio un piano da 20 miliardi.
DUE O NESSUNO – La sua analisi è condivisa da tutti nel settore: lo sdoppiamento dei consorzi ridurrà le possibilità che le centrali siano costruite davvero. I più pragmatici dicono che il viaggio negli Usa di Scajola serve solo a dare un po’ più di potere negoziale ad Ansaldo nella partita ancora in corso con i francesi. Il primo ministro francese François Fillon ha utilizzato il suo fine settimana sul lago di Como (ospite del Workshop Ambrosetti) per affrontare la questione con Conti e il governo italiano. Le preoccupazioni di Scajola hanno moventi più profondi oltre a quelli di favorire le industrie del suo collegio elettorale. Le centrali in costruzione rappresentano un bersaglio facile: da qui alla loro entrata in funzione (10 anni almeno) saranno un enorme buco in cui l’Enel e i suoi soci dovranno infilare miliardi di euro, difficile spiegare che i prezzi dell’elettricità rimangono alti perché si devono pagare le fatture ai francesi. A quel punto più che gli ambientalisti (mai considerati un vero pericolo) l’offensiva pericolosa arriverà dalle lobbies degli imprenditori che l’energia la pagano o gli altri produttori rimasti fuori della
partita. Confindustria, l’Eni, la Sorgenia di De Benedetti, tutti in grado di scatenare campagne stampa in grado di affossare un progetto coltivato da anni.
L’ENEL TIFA PER L’ENI – I sostenitori del rinascimento nucleare quindi iniziano a temere il “fuoco amico” cioè di pezzi della società civile finora apertamente a favore. Per questo all’Enel sono divisi tra la tentazione di dimostrare che questa idea di Ansaldo Westinghouse non sta in piedi e, al contrario, sperare che un committente serio voglia realmente costruire “l’altra” centrale. Un identikit che ha solo due riscontri: l’Eni e E.On. Il preferito è ovviamente il cane a sei zampe non per patriottismo, ma perché si teme l’influenza che Scaroni e compagnia hanno sulla maggioranza di governo e persino su Berlusconi e Tremonti. La lobby del gas in Italia è sempre meglio avercela come alleata, specie se poi le centrali dovessero davvero andare ad erodere il dominio delle centrali elettriche a metano.
NON DIMENTICARE LA SPAZZATURA - Nessuna novità invece sulla questione decisiva: dove saranno costruite la centrali. La legge prevede che i criteri siano definiti per febbraio, ma nelle stanze del ministero già si vocifera che nulla uscirà prima della fine di marzo, dopo le elezioni regionali. Inoltre il testo non sarà dirimente perché limitandosi ad escludere le zone non “eleggibili” lascerà inalterati dubbi e timori. Le alternative sono in realtà poche: i quattro reattori Enel-Edf sembrano indirizzati verso il Lazio (Montalto di Castro) e in Veneto (provincia di Rovigo, vicino Porto Tolle). Difficile che almeno in queste regioni la campagna elettorale non sia animata dalla questione. L’attivismo del governo fino alla primavera si concentrerà sulla ricerca di un deposito unico per le scorie delle vecchie centrali. L’idea è cercare di convincere uno degli ex siti, meglio nel Nord Italia. Le popolazioni di Caorso e Trino Vercellese possono iniziare ad agitarsi.













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