Da noi di disoccupazione non si parla. Perché?
08/09/2009
Mentre in altri paesi il tema degli effetti della crisi economica sul lavoro è al centro dell’attenzione, in Italia sembra quasi un tabù. Ad esempio negli USA, come fa notare Oscar Giannino, proprio ieri due diversi editoriali, del New York Times e del Wall Street Journal, se ne occupano approfonditamente.
La prima spiegazione di questa disattenzione tutta italiana potrebbe essere che si tratta di un argomento sgradevole, che “disturba il manovratore”. Ma si tratta di una spiegazione banale ed eccessivamente semplicistica. Forse il problema è meno sentito perché, come dice il governo “noi siamo messi meglio degli altri”. E’ vero?
Apparentemente sembrerebbe di sì. Negli USA la crisi si è già mangiata 9,5 milioni di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione è passato dal 4,6% di 2 anni fa al 10% attuale. In Italia i dati Istat (fermi a marzo 2009) mostrano una perdita di 552 mila occupati, rispetto a settembre 2008. Il dato però è un po’ “truccato”, perché statisticamente le persone in cassa integrazione risultano occupate. Le ore autorizzate nei primi otto mesi del 2009 sono state 517,1 milioni, pari a circa 375 mila lavoratori “equivalenti”. Insomma, la situazione italiana sembra meno grave.
Forse è così, almeno per chi non è compreso negli attuali 800 mila. Ma – oltre a loro – anche gli altri dovrebbero interrogarsi sull’argomento, senza che questo significhi essere dei “menagrami”. Per molte ragioni, a partire dal fatto che la cassa integrazione non è eterna, e non c’è nessuna garanzia che, finita quella, per chi oggi è protetto da quell’ombrello tornerà il sole, e il lavoro. Anzi.
Nei prossimi anni, secondo molti economisti e politici, assisteremo ad una “jobless recovery”, una ripresa senza occupazione: i Pil dei vari paesi del mondo cresceranno, chi più chi meno, ma senza riassorbire – se non in parte – questa enorme schiera di nuovi “senza lavoro”. L’esercito dei disoccupati rischia di ingrossare, e lo smottamento di diventare una frana. Anche in Italia?
Secondo gli uffici studi di Confindustria e della Cgil, saranno almeno un milione i nuovi disoccupati entro la fine del 2009. E nel 2010 i disoccupati continueranno ad aumentare. Persino il super ottimista Tremonti ha fatto previsioni simili, nel suo Dpef. Se ai disoccupati veri e propri aggiungiamo quell’area grigia della sotto-occupazione (precari, part-time, ecc…), già ampia e prevista in crescita, si arriverà tra un anno a sfiorare il 15-20% della popolazione italiana in età da lavoro, ovvero circa 4 milioni di persone. Rimuovere il problema non serve, meglio riflettere oggi per poi scegliere domani.
Non si tratterà di scelte facili. L’Italia è da oltre 10 anni il paese dell’”occupazione senza crescita”: la scelta della maggiore flessibilità contrattuale iniziata dal centrosinistra e proseguita dal centrodestra ha favorito l’espansione dell’occupazione. Ma ha fatto crollare la produttività del lavoro, tra le più basse dei paesi “ricchi” e che, secondo le stime di molti istituti economici, resterà bassa per anni per tornere ai livelli (comunque inferiori a quelli di altri paesi) del 2007 solo nel 2015.
Interrogarsi sul cosa fare, anziché fare spallucce, minimizzare o “rimuovere” il problema, è cosa buona e giusta. Alcuni sostengono che sia meglio non difendere l’occupazione, lasciare che il sistema economico si ristrutturi distruggendo posti di lavoro per essere poi più competitivo al ripartire della domanda (soprattutto di quella estera, perché la crisi italiana è in gran parte concentrata nelle imprese manifatturiere esportatrici).
E’ una tesi cha ha un suo fascino, ma sembra non tenere conto di alcuni fattori. Ad esempio, che una crisi occupazionale di queste dimensioni non è sostenibile politicamente, a meno di non pensare ad una robusta riforma degli ammortizzatori sociali, che il governo si rifiuta ostinatamente di prendere in considerazione. Inoltre, da un punto di vista economico, un crollo dell’occupazione di queste dimensioni ridurrebbe sensibilmente il potere d’acquisto delle famiglie e quindi i consumi, che anche in Italia rappresentano comunque buona parte della domanda, trasmettendo la crisi anche ai settori “protetti” come il commercio.
Inoltre, non vanno sottovalutate le implicazioni sociali (ed economiche) che una distruzione di questa dimensione del capitale umano avrebbe per anni sul futuro dell’Italia. Certo, non si potranno difendere tutti i posti di lavoro. Il dilemma è se sia meglio difendere la base occupazionale esistente, mantenendo l’attuale struttura produttiva, con conseguenze notevoli sulle prospettive competitive del sistema paese e, da un punto di vista sociale, sui ventenni e trentenni di oggi, e soprattutto di domani, di fatto privati di sbocchi occupazionali “stabili” ancora più che nel recente passato.
D’altronde, mandare a casa i 50enni, creando un esercito di prepensionati, di fatto insostenibile dal nostro sistema pensionistico, oppure un numeroso gruppo di precari con i capelli bianchi, con una perdita di patrimonio di conoscenze che danneggerebbe le stesse imprese non sembra a sua volta una soluzione facilmente praticabile.
Cosa serve, allora? Serve “uscire dalla scatola” del vecchio modello economico italiano, serve un’idea di sviluppo per il paese. La scelta non tanto di una ristrutturazione dell’esistente fatta di imprese che continuano a produrre (o a distribuire) quello che hanno sempre fatto, magari con meno personale, così aumenta la produttività. Servono un settore manifatturiero che accetta la sfida dell’innovazione, di nuovi mercati e nuovi prodotti. Un terziario moderno, liberato dalle sue tentazioni corporative con le liberalizzazioni. Lo sviluppo di una vera imprenditoria turistica nazionale.
Serve, insomma, un’impronta riformatrice. Quella che finora è mancata completamente al governo e all’opposizione, che si limitano a tirare a campare, polemizzando giorno per giorno ora su questo ora su quello, con una spiccata predilezione per gli argomenti legati ai comportamenti sessuali del presidente del Consiglio. Forse, alla fine, l’assenza di un dibattito sulla disoccupazione si spiega con il fatto che in Italia nessuno ha voglia di sprecarsi in “pensieri lunghi”, di sporcarsi le mani disegnando il futuro del nostro paese.













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Gran bel pezzo. Concordo con quel, “Serve “uscire dalla scatola” del vecchio modello economico italiano, serve un’idea di sviluppo per il paese”.
Tuttavia sottolineerei che allo stato attuale non si intravvede nessun segno di una qualche rivoluzione culturale che permetta di collocare alla guida del paese quei pochi o molti in grado anche solo di immaginare i possibili nuovi scenari dell'economia globale nei quali ritagliare un qualche ruolo per l'Italia.
A destra, come anche a sinistra più che aspiranti “governanti” si vedono solo aspiranti “occupanti”.
@Diarioelettorale:
Hai scritto in poche parole delle grandi verità. Purtroppo per l'Italia.
ma io sono un inguaribile ottimista, e spero che qualche “governante”, nascosto tra i tanti, troppi occupanti, ci sia. VOGLIO crederci.
Grazie.
C.