Silvio, sicuro che ti convenga denunciare tutti?

03/09/2009 - Quella che vedete qui riprodotta è la sobria prima pagina dell’Unità di oggi che annuncia la richiesta di danni in sede civile che il PresdelCons ha recapitato a mezzo Ghedini al quotidiano diretto da Conchita de Gregorio. Tre milioni di

     
 

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Quella che vedete qui riprodotta è la sobria prima pagina dell’Unità di oggi che annuncia la richiesta di danni in sede civile che il PresdelCons ha recapitato a mezzo Ghedini al quotidiano diretto da Conchita de Gregorio. Tre milioni di euro per diffamazione, utilizzando, come fanno tutti i furbetti, la via del risarcimento danni senza però andare a querelare per avvalersi anche del penale. Compresa, ed è la cosa più divertente, l’accusa di aver riportato per intero le dichiarazioni di Paolo Guzzanti a proposito di mignottocrazia e priapismo del premier. Il che è anche divertente: in primo luogo, perché Guzzanti è un parlamentare del Popolo delle Libertà, e Silvio si è incavolato per le dichiarazioni di un suo senatore, ma non gli ha chiesto stranamente i danni; in secondo luogo perché quelle dichiarazioni sono state addirittura trascritte da un’intervista a Sky, che però non è stata chiamata in causa. Insomma, nella logica giuridica ghediniana paiono proprio esserci figli e figliastri…

A parte le incongruenze, però, quello che preoccupa nella strategia del premier e del suo avvocato è la totale assenza di un ragionamento riguardo le conseguenze. La notizia delle intenzioni bellicose di Silvio è ovviamente finita su tutti i giornali, anche quelli esteri, anche perché in questi casi scatta la solidarietà internazionale della stampa. In più, c’è il ridicolo di una situazione nella quale il proprietario di un grande impero mediatico chiama al risarcimento danni quella che dovrebbe costituire, bene o male, la “concorrenza“. E, senza entrare nel merito giuridico, anche l’eventuale risultato della querelle giudiziaria dovrebbe preoccupare sia il premier sia i suoi ultras.

Se Silvio perde – come è probabile, visto che l’impianto diffamatorio regge assai poco e le maglie del diritto di critica, trattandosi di una carica politca, dovrebbero essere amplissime – rischia di diventare la barzelletta mediatica d’Europa, molto di più di quanto sia adesso: non solo cerca di intimidire la stampa, ma nemmeno ci riesce. Se invece vince, il soccombente potrà tranquillamente gridare alla censura e al complotto mediatico, facendo così per una volta quello che al premier riesce benissimo di fare: la vittima. Insomma, per le denunce del Cavaliere, comunque vada sarà un insuccesso. E a quel punto sarà anche normale chiederselo: ne valeva davvero la pena?

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Giuseppe D’Avanzo su Repubblica, nel commento “Mandante e utilizzatore“, ricorda, sempre a proposito di Brighella-Feltri, le righe che l’ex direttore del Giornale Mario Giordano vergò in occasione del suo estremo saluto ai lettori: “Nelle battaglie politiche non ci siamo certi tirati indietro (…) Ma quello che fanno le persone dentro le loro camere da letto (siano essi premier, direttori di giornali, editori, ingegneri, first lady, body guard o avvocati) riteniamo siano solo fatti loro. E siamo convinti che i lettori del Giornale non apprezzerebbero una battaglia politica che non riuscisse a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle rispettive alcove“. Più chiaro di così è difficile: la storiella di Boffo era stata già offerta a chi di dovere prima che Feltri ascendesse alla direzione, ma l’Alieno ha detto no e per questo se ne è dovuto andare. Guarda un po’ chi ci tocca rivalutare!

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Sul Giornale Fratello, Marcello Veneziani pubblica un editoriale nel quale afferma che, se fosse Papa, direbbe basta alle ipocrisie sul sesso. Considerando che è quello che dicono da anni commentatori e giornalisti in altri tempi bollati come “mangiapreti” o “anticristiani”, non si può che esserne felici. Sempre sul quotidiano di Feltri c’è un’anticipazione di un servizio di Panorama (“Boffo, lo steward e la ragazza molestata“) nel quale si promette di raccontare la “vera storia” che ha avuto per protagonista il direttore dell’Avvenire. Questa improvvisa virata verso il giornalismo anticlericale d’inchiesta da parte dei periodici vicini al premier non può che far bene al cuore: meglio salvarsi le pagine e tenerle pronte per quando scoppierà il prossimo scandalo sui preti pedofili.

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Anche su Sole 24 si parla di Boffo, in un editoriale non firmato e quindi attribuibile al direttore Gianni Riotta dal titolo “Le streghe di Macbeth avvelenano tutti noi“. “L’escalation ormai sfuggita di mano a tutti noi rischia di avvelenare l’autunno, è una deriva che va fermata subito e gli uomini di buona volontà, attorno al premier Berlusconi come nello stato maggiore dei suoi oppositori, devono imporre una tregua immediata“. Adesso cominciamo a fare appelli anche a Bonaiuti. Una noia mortale, ‘sto Sole.

     
 

31 Commenti

  1. Paolo scrive:

    AMARCORD…
    d'avanzo e bolzoni e le due pappine..
    Il primo schiaffo i due eroi lo ricevettero cinque anni fa. Avevano scritto a quattro mani un libro all’arsenico contro Corrado Carnevale, il presidente di Cassazione messo sotto inchiesta, per concorso esterno, da Giancarlo Caselli. Alla fine della giostra però Carnevale fu assolto con formula piena e il libro dei due maratoneti dello scoop – “La giustizia è Cosa nostra” – è rimasto lì, nell’albo d’oro della Mondadori, come luminoso esempio di ciarpame giornalistico.
    Il secondo schiaffo è così sonoro che ancora rimbomba. Due valenti procuratori palermitani, Antonio Ingroia e Gaetano Paci, hanno accertato, in base a una incontrovertibile perizia balistica, che Mauro Rostagno – anche lui al centro di un libro scritto da D’Avanzo e Bolzoni – fu assassinato, ventun anni fa in quel di Trapani, dalla mafia. Per l’esattezza, da un boss chiamato Vincenzo Virga e da un killer che risponde al nome di Vito Mazzara. La perizia, affidata al capo della Squadra mobile, Giuseppe Linares, prova che il 26 settembre del 1988 non sparò un fucilaccio maneggiato da balordi, ma un’arma efficiente. Il confronto con l’archivio dei proiettili custoditi dai carabinieri mostra che la stessa arma fu impiegata prima e dopo in altri omicidi di mafia. L’inchiesta di Ingroia dimostra anche perché le famiglie trapanesi decisero di uccidere Rostagno: il sociologo, ex di Lotta continua, rovistava dal pulpito di una tv privata nel reliquiario delle loro nefandezze e questo i boss non potevano sopportarlo. Da qui l’agguato.

    Come succede quasi sempre nelle tragedie di mafia, al delitto seguirono mesi ed anni di mistero, di piste, contropiste, sospetti, illazioni. Fino al colpo di scena. O di teatro. Nel 1996 Gianfranco Garofalo, un procuratore che tenacemente aveva voluto non credere all’omicidio mafioso, firmò un ordine di cattura contro Chicca Roveri, compagna di Mauro, contro Francesco Cardella e contro una decina di ospiti di Saman, una vecchia masseria, al confine tra Trapani e Palermo, che Cardella aveva trasformato in una comunità per il recupero dei tossicodipendenti. Rostagno, secondo la tesi di Garofalo, era stato assassinato, con la complicità di Chicca, dai suoi ex amici di Lotta continua per impedire che lui potesse fare clamorose rivelazioni al processo contro Adriano Sofri e i presunti assassini del commissario Calabresi.

    Una balla, com’è stato dimostrato, che costò alla Roveri e agli altri sventurati un mese e passa di galera. Un’infamia sulla quale D’Avanzo e Bolzoni costruirono a tamburo battente un instant book il cui titolo, ancora in catalogo da Mondadori, finiva per incoronare Garofalo e le scempiaggini contenute nella sua inchiesta: “Rostagno, un delitto in famiglia”. Altro che segugi dal passo felpato. I due eroi di Repubblica azzannarono Chicca e Francesco Cardella, fuggito nel frattempo in Nicaragua, e quelli di Saman con artigli degni della migliore savana. Anche se, come si usa a Casoria, diedero subito la parola non a una zia, ma a una sorella: a Carla per l’appunto, la sorella di Rostagno. Leggete l’introduzione di D’Avanzo, a pagina 14: “Carla disse soltanto: ‘Se avete voglia, potete cercare chi visse vicino a lui in quei mesi. Potete ascoltare con le vostre orecchie, capire da soli. Io non so chi l’ha ucciso e perché. Non ho pregiudizi. Può essere stata la mafia, può essere stato qualcuno di Lc perché no? può essere stato qualcuno di Saman. Io so che l’hanno ucciso per quel che è avvenuto dentro la comunità in quegli ultimi novanta giorni’. Partii – continua D’Avanzo – con la convinzione che dovevamo occuparcene. E Attilio fu d’accordo. Ci pensammo su qualche giorno, poi stendemmo una lista di nomi e un elenco di persone da contattare. Ci incuriosiva soprattutto Cardella, la sua fortuna accumulata senza fatica tutta in una volta, i suoi oscuri traffici e le discusse amicizie, il narcisismo arrogante. Cominciammo così dai suoi amici, da chi lo aveva visto crescere, diventare ricco e spregiudicato”. Ma sì, anche il “narcisismo arrogante” è un indizio da trasformare in una prova, in un capo d’accusa. Il giornalismo d’inchiesta di Giuseppe e Attilio non conosce confini. E nemmeno età. Da Trapani a Casoria.

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