La notizia che Vittorio Feltri ha messo in prima pagina il 28 agosto non era una patacca: il Tribunale di Terni ha davvero condannato Dino Boffo, nel 2004, per molestie. Oggi diremmo stalking, roba che costa assai più cara di 516 euro. Mesi di stalking ai danni di una donna, tra l’agosto del 2001 e il gennaio del 2002: non sapremo mai il perché, Dino Boffo non vuol dircelo, offre versioni già ritenute inverosimili dal giudice che lo condannò. D’altro canto, il Tribunale di Terni non ritiene necessario rivelarci altri dettagli e la cosa non ha molta importanza, via, riusciremo a sopravvivere comunque. Alcuni punti della vicenda, però, sono certi e sarà il caso di sottolinearli, perché pare stiano andando persi.
Innanzitutto, della condanna si sapeva fin dal 2005: un tizio cui Dino Boffo aveva rifiutato il posto fisso ad Avvenire, costringendolo così ad arrotondar per bische, l’aveva sputtanato a mezzo blog. Stessa cosa aveva fatto Panorama, nel gennaio del 2007. Nell’uno e nell’altro caso, Dino Boffo era rimasto zitto. In secondo luogo, di questa condanna erano a conoscenza, e almeno da tre mesi, alcune centinaia di vescovi. Avevano ricevuto copia di un certificato del casellario giudiziale rilasciato da un ufficio locale di chissà dove, chissà quando, corredato da un “riscontro di richiesta di informativa di Sua Eccellenza” zeppo di velenose insinuazioni e disarmanti imprecisioni. Qualcuno ha suggerito che a confezionarlo possa essere stato Renato Farina, per quella sua propensione all’informativa riservata tra un rosario e un altro. Qui pensiamo che questa sia una malevola illazione: chi ha scritto quella pagina è senza dubbio un volgare galoppino di arcivescovato, ma a un livello assai più basso.
Insomma, sarà il caso di metterci l’anima in pace: non sapremo mai chi e perché è stato molestato da Dino Boffo, né chi e perché abbia voluto metterlo in imbarazzo. Dovremmo piuttosto chiederci perché diventa ogni giorno più lontana l’eventualità che la Cei lo scarichi, come non esiterebbe a fare con un insegnante di religione pizzicato in adulterio. Dino Boffo serve alla Cei più adesso che prima, quasi più di quanto Vittorio Feltri serva al suo editore: il primo è reliquia di martire sulla quale si può lucrare tanto (Ru486, soldi alle scuole cattoliche, testamento biologico, ecc.), il secondo sta costando a Silvio Berlusconi più di quanto pattuito.
Aggiornamento: “Dovremmo chiederci perché diventa ogni giorno più lontana l’eventualità che la Cei scarichi Dino Boffo, come non esiterebbe a fare con un insegnante di religione pizzicato in adulterio”, scrivevo. La risposta arriva con le sue dimissioni: “Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora per giorni e giorni una guerra di parole”. In realtà, non possono accettarlo i vescovi, perché chi ha subito le molestie di Dino Boffo manda a dire: “Ora no, magari parlerò in futuro”, e questo cambia tutto. La guerra di parole andrà scemando, e ogni ulteriore strascico non toccherà più la Cei, ma solo l’ex direttore di Avvenire, che si è così generosamente sacrificato, nonostante gli fosse stata rinnovata la fiducia dei vescovi. “Dino Boffo serve alla Cei più adesso che prima”, scrivevo, e questo vale tanto più da dimissionario, evidentemente. D’altra parte, scrivevo, serviva una “reliquia di martire”, e il sacrificio la materializza nella lipsanoteca che i vescovi porteranno in processione. Il martire agonizzante era di grande effetto sulla graticola, e fino a stamane, prima che arrivasse da Terni quel “magari parlerò in futuro”, poteva rimanerci. Adesso no, adesso è ingombrante, basterà la memoria delle sue inenarrabili sofferenze. Che conviene siano inenarrabili.
[Il mio editoriale è stato spedito alle 23.56 di ieri, prima che la persona molestata da Dino Boffo pronunciasse quel “magari”, anzi, quando era ferma nell’intenzione di non parlare.]



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“Innanzitutto, della condanna si sapeva fin dal 2005: un tizio cui Dino Boffo aveva rifiutato il posto fisso ad Avvenire, costringendolo così ad arrotondar per bische, l’aveva sputtanato a mezzo blog. “
oh mio dio, chi sarà? :-O
nel primo caso però a pagare è pantalone e ciuè, IO
nel secondo invece è il Berluska….che non so se riuscirà a rivalersi sugli italiani….ma forse si….ma almeno la perculata è meno evidente…..
Certo che il fiuto che ha Malvino è senza pari….
E infatti Boffo, puntuale, non è più alla guida dell'Avvenire.
@ Name
Legga l'aggiornamento e consideri come il titolo dell'editoriale valga tanto di più adesso.
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Ho cliccato su “Mi piace!” e ho aspettato quei 57 minuti, ma la girella continua a girare.
Ora, non solo quella.
Sarà che sò guest. Felicitazioni.
(La grafica del sito va meglio. Molto).
Fatemi capire, vogliamo forse far passare l'idea malsana che il PM ha sempre ragione?
Benissimo, allora non mi resta che augurare all'autore del post che compri un ferro da stiro usato su Ebay, poi quando un PM scopre che esso era parte di una refurtiva, ottenga una condanna per ricettazione.
Poi arriverà di sicuro il Feltri di turno a sputtanare vita natural durante il criminale condannato, rovinandogli vita e carriera.
Non si trattava di un pm, ma di un gip.
Non era un ferro da stiro, ma stalking.
Non è stato uno sputtanamento, ma una chiamata a render conto pubblicamente.
Il PM non ha sempre ragione. Ma a quel decreto Boffo avrebbe potuto presentare opposizione. Ma non l'ha fatto, anzi ha pagato la sanzione ben prima che scadessero i termini per opporsi: quindi o sapeva di essere colpevole e sperava di far sparire tutto, o proteggeva qualcuno (la terza ipotesi, che fosse innocente ma volesse zittire tutto in fretta per evitare scandali, non la considero: solo un pazzo accetterebbe di tenersi una condanna per molestie sapendo di essere innocente). Nel primo caso, bè direi che non c'è molto altro da dire; nel secondo, avrebbe commesso un reato, credo proprio, intralciando la giustizia. Quindi PM o non PM, vero o non vero, non ci va bella figura.
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