Tecnologia

Libertà vo cercando (confessioni di uno pseudo-blogger)

3 settembre 2009

Basta sentirsi liberi per esserlo davvero? Come cambia (o non cambia) la mentalità all’epoca del 2.0 per opera di “superuomini” dietro lo schermo o Clark Kent della vita reale.

«C’è più da fare a interpretare le interpretazioni che a interpretare le cose, e ci sono più libri sui libri che su altri argomenti: non facciamo che commentarci a vicenda.
Tutto pullula di commenti; di autori, c’è grande penuria. [...]
Le nostre opinioni s’innestano le une sulle altre. La prima serve di fusto alla seconda, la seconda alla terza. Noi saliamo così di gradino in gradino. E da ciò accade che chi è salito più in alto ha spesso più onore che merito; poiché non è salito che di una spanna sulle spalle del penultimo»

Montaigne, Saggi, Libro III, cap. XIII.

Se dovessi azzardare una facile definizione di blogger direi che esso è un lettore della realtà, in particolare della realtà mediatica. Il blogger è un attento osservatore che esercita la sua attività di pensiero in rapporto al mondo. Per cui, scoprendo le succitate parole di Montaigne, m’è sembrato naturale accostarle alla varia attività blogghistica che gioca molto sui rimandi, sul rimbalzar perpetuo delle notizie, sui commenti a calce, sulle chiose, e partecipa alla costruzione di un improbabile albero della conoscenza. La mia preoccupazione, però, è la stessa di Montaigne: ossia, che chi scrive commenti sui pensieri di pensieri si trova seduto, senza accorgersene, su di un ramo alto e pericolosamente secco. Io avverto, infatti, che il nostro (il mio, soprattutto) comporre pressoché quotidiano di post sia un costruire conoscenza secondo i canoni di un sistema che frena la conoscenza stessa – un sistema, oserei dire, tolemaico che si aggrappa ad ipotesi ad hoc per reggersi in piedi; soprattutto (come ben dice Antonio Gnoli su Repubblica del primo settembre) «oggiche lo slogan è ‘non penso dunque sono’ – oggi che il pensiero è diventato il più futile tra gli strumenti del conoscere, e che pensare equivale a quell’apparire sempre miracolosamente in bilico tra una certa idea di successo e l’essere ricacciati nell’anonimato». Ecco svelato il pericolo in cui incorre, a mio avviso, chi offre il suo impegno civile allo scrivere quotidiano nella rete. Pericolo tuttavia da affrontare «anche se i pensieri talvolta cadono immaturi dall’albero» (Ludwig Wittgenstein, quello vero).

UNA NUOVA VECCHIA UMANITA’ – Ma come attuare una rivoluzione copernicana che instauri un nuovo paradigma di pensiero? Dico ciò anche in considerazione di quanto tempo fa scrissero alcuni autori, circa l’utilità, o meglio, l’inutilità o vacuità del nostro comporre (tra questi mi pare Fabristol ma non ritrovo, ahi!, il link). Cosa, questa, che porta ben presto molti di noi (me, soprattutto) a essere delusi circa la reale influenza sul mondo dei nostri pensieri, dei nostri consigli, dei nostri proponimenti. Certo, non che mi fossi troppo illuso, ma pensavo, da neofita entusiasta della circolazione del pensiero in rete, che si potesse essere ottimisti circa l’avvento di una sorta di nuova umanità, più consapevole, più responsabile, più riflessiva. Lo so che chi parla, scrive, legge in rete non è altro che una minoranza (cospicua minoranza) della moltitudine di cittadini. Ma questo cosa importa? Ché forse a provocare rivoluzioni concettuali autentiche è mai stata una moltitudine? La massa, bene o male, va sempre a braccetto col potere: la massa è un soggetto facilmente ingozzabile, difficilmente educabile; tuttavia, non bisogna rassegnarsi e cercare, a cominciare da se stessi, di vedere e far vedere che esiste una diversa maniera di essere abitanti di questo fortunato pianeta dove, casualmente e necessariamente, c’è vita e pensiero. Scomporre la massa e farne individui partecipi e autenticamente liberi è uno dei compiti più difficili che l’autentico spirito democratico si pone, per far sì che ogni cittadino divenga consapevole e autodeterminato.

ATTENTI A… NOI - Comunque, queste sono solo suggestioni, percezioni che qualcosa in questo modo d’intendere la democrazia e di parteciparvi va cambiato. Però il mio auspicio è inficiato dal fatto che, purtroppo o per fortuna, non so sinceramente che altro mondo pensare oltre questo (dentro me cova un inconscio conservatore?). Cosicché procedo come sempre, come un rabdomante, buttando nella rete parole, commenti, critiche, calembour forse fini a se stessi, dacché so in partenza che tutto ciò non cambierà un’acca delle regole e dei preconcetti del sistema e che, ahimè!, non scoverà alcuna vena sorgiva di un novello sapere. Perché, in fondo, a parte tutti i superbi sviluppi tecnologici, a parte l’estensione della solidarietà al globo terracqueo (sia pure di facciata, ma sempre di solidarietà si tratta), a parte il progressivo e indubbio avanzamento delle pratiche mediche di cura e di allungamento della vita media, a parte questo e altro, non vorrei, com’è accaduto in fondo a quasi tutte le civiltà succedutesi nella storia, che anche la nostra civiltà venga seppellita dai suoi stessi monumenti, dai suoi pensieri, dalle sue formidabili teorie, dalle sue immaginazioni di mondi più giusti e equi che sembrano lì alla portata di tutti, basta un passo, e invece il passo non viene fatto, perché, come sempre accade, non siamo all’altezza dei nostri desideri. Non vorrei, cioè, che secoli e secoli di produzione splendida di arte, filosofia, poesia, letteratura, spiritualità, scienza in genere fossero chiusi, per l’ennesima volta, dentro il sarcofago dei libri (cartacei e non) e resi inoffensivi. A che serve, infatti, continuare a far echeggiare i versi di Dante (cosa molto di moda oggidì) se poi non incarniamo il suo spirito di cittadinanza, di giustizia, di libertà? A che serve celebrare Galileo o Darwin – per citare alcuni grandi – se poi non si fanno trionfare e dominare nel mondo comme il faut, con le loro concezioni, le loro aperture mentali, e freniamo il salto qualitativo di complessità e immaginazione che ci donano?

2 commenti a Libertà vo cercando (confessioni di uno pseudo-blogger)

  1. Lucia

    “La mia preoccupazione, però, è la stessa di Montaigne: ossia, che chi scrive commenti sui pensieri di pensieri si trova seduto, senza accorgersene, su di un ramo alto e pericolosamente secco.”

    Chi scrive parla al cuore del lettore più che ai suoi organi uditivo-visivo….

    E' un bellissimo articolo, i miei complimenti Luca!

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