Bruce Springsteen tira giù San Siro

08/06/2012 - Impressioni dalla transenna (la solita recensione la lasciamo a chi stava sugli spalti)

Bruce Springsteen tira giù San Siro

“Bruce mi ha guardata negli occhi” e altre storie da fan talebani.

DA ZERO A SETTANTA - Arriva un punto verso le quattro del pomeriggio in cui il cervello si spegne e hai quasi l’impressione di essere in campeggio: si mangiano panini, si dorme, si legge, la stanchezza della coda fatta fin dal mattino presto si fa sentire. Poi ti riconnetti e ti rendi conto che lì a pochi metri ci sarà lui, il Boss, in carne ossa e sudore. C’è la signora inglese settantenne con lo sgabello pieghevole, l’immancabile sosia, la ragazza incinta di sei mesi, la stalker che alloggia apposta negli stessi alberghi di Springsteen e vanta una infinita sfilza di foto con lui sul cellulare, quello che ha visto 100 concerti, quello che doveva sposarsi ma poi il terremoto ha fatto venire giù la Chiesa e si consola del rinvio andando al concerto di Londra. Insomma, ci siamo tutti. Dai meno zero ai settant’anni la Chiesa di Bruce Springsteen raduna fedeli da 40 anni a questa parte, sincera come un whiskey e solida come una Cadillac.

 

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“ONE, TWO, THREE…” - Verso  le 20.30 la E Street Band arriva sul palco accompagnata dalla colonna sonora di “C’era una volta in America” e inizia il secondo concerto più lungo della sua carriera, 3 ore e 40 di rock ininterrotte che fanno effetto se si pensa che il Boss ha 63 anni e si dopa solo di beveroni di sali minerali. La preparazione atletica di Bruce Springsteen è indispensabile per il suo modo di stare sul palco: non risparmia le energie, si carica ascoltando la folla, balla, si arrampica sul microfono, corre da un lato all’altro del palco con un sorriso stampato sulla faccia che trasmette ai suoi fan (immaginate di dire “cheese” per  più di tre ore. Ecco, così stanno i muscoli facciali di un fan dopo un suo concerto). Quando si avvicina alla passerella la gente si accalca, diventa un’unica entità che si protende cercando di suonare la sua chitarra o stringergli la mano, ridere con lui e incrociare il suo sguardo. Chi ci riesce ha la sensazione che meglio di così non potrà mai andare, meglio farla finita con i live e chiudersi nella propria cameretta ad ascoltare musica barocca.

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L’impressione è quella di un dialogo possibile, di una persona molto vicina col cuore e con lo spirito che non solo non ha bisogno di mettere una distanza tra sé e il pubblico, ma cerca proprio di abbatterla: fa salire una bambina a cantare durante “Waiting on a sunny day”, prende oggetti dalla folla e ci gioca, indossa un salvagente gonfiabile e fa finta di nuotare, si nasconde dietro un fantoccio a sua immagine e somiglianza, raccoglie i cartelli su cui il suo pubblico scrive i titoli delle canzoni che vorrebbe sentire (“Cadillac cadillac” recita un cartello, e “Cadillac Ranch” sia). Il simbolo più efficace di questa intesa con la folla è la ragazza che sventola la scritta “Can I dance with Jackie?”: “Perché no?”, e la ragazza viene issata sul palco, ringrazia Bruce al volo e corre a ballare “Dancing in the Dark” con il sassofonista, degno sostituto di Clarence Clemons (di cui è il nipote). I due si scatenano in balletti idioti, finché lei invitata a lasciare il palco prende la ricorsa e salta in braccio a Bruce, il quale abbastanza frastornato la scarrozza comunque per qualche metro fino al suo posto. In un qualsiasi altro concerto probabilmente la ragazza sarebbe stata abbattuta da dei cecchini della security.

Il Boss è fondamentalmente un giocherellone, un giullare, ma anche un uomo coi piedi per terra conscio di essere molto fortunato. Allo showman mancano la moglie (“Dove sei Patti? È a casa con i figli”) e The Big Man Clarence, sua spalla di una vita a cui è dedicato un video ai versi “When the change was made uptown and the Big Man joined the band” su “Tenth avenue Freeze Out”.  Ieri sera ha regalato al suo adorato S. Siro un concerto meraviglioso, chiuso da un’escalation di pezzi storici su cui l’ultimo, “Twist and shout” sta come la ciliegina sulla torta. A noi figli padri e nipoti radunati e sudati da questa passione rimane una carica di ottimismo incollata addosso, e un senso di fortissima gratitudine al Boss per essere così forte e semplice.

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5 Commenti

  1. brain_use scrive:

    Concordo.

    Grazie, Bruce.
    Non c’è altro da dire.

  2. Engine scrive:

    Ovviamente c’ero, e ovviamente sono tornato a casa senza un filo di voce. Il piu’ grosso problema sono i paragoni: con la mia ragazza che mi chiede di andare a vedere un concerto dei SUOI cantanti preferiti, e io che mentalmente mi chiedo perche’ sprecare dei soldi e del tempo per dei live neanche lontanamente paragonabili a questo.

  3. Linda scrive:

    pazzesco, indescrivibile, incredibile…un’esperienza da fare almeno una volta nella vita

  4. Giuseppe scrive:

    Dio esiste ed il suo nome e’ Bruce Springsteen. Grazie davvero.

  5. Mauro scrive:

    Il più grande concerto mai visto, ci sono venuto da Roma, e quando sono ripartito con la mia auto all’una di notte il sonno era passato e sembrava giorno, Bruce ti dà una carica per superare 1.000 ostacoli, veramente grande, meditate gente meditate

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