Del calcio estivo e d’altri demoni

02/09/2009 - OLIVER LEONDARDO TWIST - Il merito e il valore non hanno attinenza. Leonardo deve pagare il taglio di Ronaldinho. Ci vuole uno che risolva dolorosamente (per le casse del club, non per le palle del tifo che immagino gonfie d’amore

     
 

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OLIVER LEONDARDO TWIST - Il merito e il valore non hanno attinenza. Leonardo deve pagare il taglio di Ronaldinho. Ci vuole uno che risolva dolorosamente (per le casse del club, non per le palle del tifo che immagino gonfie d’amore per un ex fenomeno del linguaggio sportivo divenuto un trattino della punteggiatura) il problema di un peso insostenibile. Uno che lo conosca già e che si assuma l’onere e la faccia di non far perdere la faccia al presidente Berluskoni, vittima e rispettoso della professionalità e dell’indipendenza, un vero liberale, del mister che verrà. Il nome c’è già, è un interno del gruppo a spasso ma già rodato anche se da rivedere al fuoco del calcio vero, quello che i cinesi comperano, il calcio italiano. Si chiama Frank Rijkard il restauratore del sano 4-4-2 in grado di dire la propria in modo almeno dignitoso nella fine decade. Sarebbe un peccato perdere ancora tempo che scorre comunque. Ci vuole uno che abbia già vinto e che abbia dunque l’autorevolezza per essere credibile nella crudeltà: non puoi far tagliare il sogno Ronaldinho da uno tra l’altro troppo educato, non siamo mica selvaggi del borgo natio. Tanto a Leonardo nulla cambierebbe non volendo fare l’allenatore altrove ma continuare a farsi spostare da un angolo all’altro del sinergico Pac di famiglia. Sarebbe un peccato non succedesse proprio nell’anno tra l’altro in cui il Milan schiera finalmente un duo centrale di pregio ovvero la prima conditio sine qua non di vittoria nel calcio vero (quello autunno-inverno), il pazzo Nesta, uno che a 33 anni si fa mettere le mani dal chirurgo alla schiena rischiando la pace dei sensi e la carrozzina senza nemmeno avere la gloria del martirio e la partita in tuo onore dovuta alla Sla, e Thiago Silva. Per me, un campione.

MORATTI, CHE DIRE… – L’Inter ha Snaider. Cosa vuoi di più. L’Inter, la squadra che s’è rinforzata vendendo il miglior calciatore del mondo per pagare due acquisti inutili dal Genoa, ha Moratti che per fortuna di chi guarda la tv servile italiana sempre pronta a inquadrare la tribuna d’onore d’autorità le partite oramai se le vede in Versilia perché altrimenti è Cinque Maggio come col Bari, un paio di elementi fuori ruolo che però il ruolo se lo prendono e mettono a posto da soli in campo (vedi Milito) come faceva all’epoca già Picchi col Mago del Moratti padre, ha l’eterno Stanko premio Pallone moderno, tu spingi che entra che basta un click da qualsiasi distanza, che col pallone nuovo può divertirsi a tirare e sognare di essere un calciatore decisivo, di quelli che fan la storia e non numero in campo, ha Ibra che sta andando di merda a Barcellona dove i catalani han tutto dai tanti soldi alla bella maglia ma non certo deferenza per gli stranieri, Mourinho che si conferma sempre più un personaggio inutile per il calcio italiano perché la squadra gliela fa la società, parla di terzietà delle istituzioni facendo boccuccia come ai comizi per la provincia o al tè dall’assessora, come se fossero cioè cose vere, disprezza quel che perde e sfotte Spalletti come tutti i commissari tecnici che compongono il popolo italiano, ha per fortuna Balotelli in panchina. Ma quel che più conta è che ha Maicon a sfondare le fasce e quell’apertura di Snaider, un genio a farsi liquidare a quattro milioni di euro la fidanzata spagnola da Mamma Moratti, quella tirata di compasso di prima girandosi spalle alla porta, la propria porta, settanta metri di palla sui piedi di Eto’ò. Le discussioni sulla Juve sono inutili. Quando si vince, si tace. Come il gentiluomo ? No. Più rasoterra. Come quando si ruba. Se poi il problema è quello di aver subito sul vantaggio la fisicità della Roma, cioè nel modernese non aver saputo gestire la gara, è una inutile tara ideologica. Da quando s’è inoculato il tarlo della gara perfetta, quella dove attacchi sempre, comunque, anche sul cinque a zero, dove tieni sempre palla, sempre, anche quando non serve, anche quando non potresti far meglio, anche quando non ne hai bisogno, anche quando non potresti far peggio, è sempre così. Bravini, han vinto fuori casa, sono a punteggio pieno. Però cribbio, per un quarto d’ora han subito il forcing, per cinque minuti non han prodotto quei soliti ed inutili scarichi palla degli attaccanti arretrati sin dietro la linea del centrocampo per poter darla di piatto a cinque mm al trequartista che ha prontamente accorciato, sempre di titic, sul centrale difensivo lì a due passi. Wow, la banalità di quel male assoluto del calcio spettacolo. Una volta, quando il calcio italiano era presente a se stesso, questa si chiamava sofferenza, non mala gestione. Si vinceva solo così, il golletto solitario molto simile al pazzo solitario che irrompe sulla scena come quando uccidono i Kennedy il quale, goal, gran goal, golletto o gollonzo diventava comunque una roba serissima, preziosa. Unica e inestimabile. A prescindere da come fosse arrivato. I goal erano come i figli. Importante sia farne qualcuno che non farsene fare. Perché esisteva anche l’avversario. E invece.

CIAO, CIAO, CIAO, CIAO LUCIANO – Spalletti, il quale continua a far da bersaglio manco non avesse preso Burdisso apposta manco fosse lui quella Rosella Sensi che come il padre pensa sia furbo essere amici di Galliani per poi accorgersene quando ti servono favori e giocatori, il quale in questo calcio di figli solipsisti ha l’unico torto di essere l’unico italiano ad aver capito che il quattro due tre uno non è una formula sganciata dalla realtà ed applicabile solo se lo si voglia anche ad Ascoli Piceno ma una fortunata ottimizzazione del talento, di un talento, che funziona solo se quell’uno è Totti e Totti è uno, ha provato a tornare ai metodi naturali. Tenendosi abbottonato sulle fasce, marcando a uomo Diego con De Rossi, che meraviglia. E non gli è andata neanche malissimo. Stesso numero di occasioni della Juve, persino lo stesso numero di pali. In fondo la Roma di quest’anno senza panchina, svenduto Aquilani ad un prezzo che qui in Italia manco D’Agostino e col difensore raccattato l’ultimo giorno ricorda la Roma dell’86. Quando dopo una stagione falcidiata dalle rotture, aver perso in malo modo Falcao, dopo aver cercato a tutti i costi un difensore, osando anche l’inosabile, Claudio Gentile zeru zona, riciclarono un modesto Dario Bonetti che per l’emozione si mise a far il fenomeno di un solo anno costruendo (e pagando) su di un risicato organico di qualità una incredibile stagione. In fondo se la stampa romana sta riempiendo Burdisso di sei e sette è perché se non competente almeno dimostra di essere superstiziosa. Ma niente. Il risultato conta ma Spalletti oggi viene messo in croce non per la verità ma per non aver osato, per non aver avuto coraggio. Per non aver avuto fegato. Di quelli grossi. E dire che s’era fatto prendere Burdisso pure per questo.

     
 

2 Commenti

  1. radoilfigo scrive:

    “al minore calcio scozzese, due partite all'anno alla faccia del pluralismo”

    Fai pure tre: lì hanno la poule scudetto di sola andata.

  2. prova da non salvare scrive:

    Matri: il giorno dopo che va alla giuve viene CONVOCATO IN NAZIONALE

    è vergognoso

    La giuventus va RADIATA dal calcio

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