E’ l’antipasto al settembre caldo della crisi. Lavoratori licenziati e precari a spasso. Che ingaggiano forme di protesta estrema per attirare l’attenzione dei media e del governo. Dai quali si sentono abbandonati. E il peggio deve ancora arrivare. Ma Cazzola (PdL) chiede di spegnere le telecamere
Tra le martoriate lande di quello che l’Economist ha definito “il caotico Mezzogiorno d’Italia” le fabbriche chiudono o licenziano, e i precari stanno perdendo anche il brivido dell’incertezza se otterranno o meno un rinnovo contrattuale. I tagli sono fatti con cesoie risolute e nette, i cancelli chiudono senza fare rumore. Un silenzio che pare una condanna a morte e c’è chi ha ancora voglia di esprimere la propria rabbia e il proprio dissenso. Quando gli equilibri saltano, le proteste scivolano come tessere del domino e diventano l’unica espressione, sempre più estrema, dei disagi di una crisi economica che sta diventando sociale.
ECCE SUD - ”Rivogliamo il nostro lavoro. Nessuno, in questi giorni, ci ha prestato attenzione. Siamo disperati e disposti a tutto, anche a lanciarci di sotto”, dice uno degli otto operai licenziati dalla società Elettra, i quali, lasciato il presidio di protesta in atto da due settimane presso il termovalorizzatore di Acerra, hanno pensato di salire sull’alta torre centrale del Maschio Angioino a Napoli. Solo dopo l’intervento di mediazione del prefetto Giampaolo Pansa, nel pomeriggio di venerdì, gli operai sono scesi dal monumento. I sindacati hanno chiesto un incontro in Prefettura con Guido Bertolaso e la società Elettra per affrontare i temi del lavoro e delle prospettive occupazionali della società. L’esempio è quello della Innse, e viene, ironia della sorte, dal Nord: “Dopo l’esemplare vittoria dell’Innse, dobbiamo essere pronti e uniti ad affrontare un autunno caldissimo. Ormai non c’è più utopia: LA LOTTA DURA PAGA!”, si legge in uno dei tanti gruppi nati su Facebook a sostegno degli operai pionieri della nuova forma di protesta. Così a Melfi, nel potentino ancora oggi gli operai sono sul tetto della fabbrica Lasme dell’indotto Fiat-Sata. La protesta è sfociata venerdì in un corteo di 500 operai metalmeccanici, secondo le stime dei sindacati organizzatori Fiom, Fim e Uilm, cui hanno partecipato il Presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Prospero De Franchi, alcuni sindaci e i segretari generali della Basilicata di Cgil, Cisl e Uil. Hanno ottenuto da parte della dirigenza la sospensione temporanea della messa in mobilità dei 174 lavoratori, che poi è stata riattivata per la scelta dei lavoratori di mantenere il presidio all’interno dello stabilimento, e non fuori come richiesto dai vertici della Lasme in sede di trattativa.
BRIVIDI FREDDI – Ieri mattina a Teverola nel casertano due dipendenti, licenziati con altri dieci, da un’impresa di pulizia, la Pluriservice, hanno trascorso circa otto ore sul tetto del centro commerciale Medì, gruppo Mediterraneo spa, che nella zona industriale ospita una galleria di 120 negozi. Sono intervenuti i vigili del fuoco di Aversa e i carabinieri per cercare di calmare gli animi. Uno dei colleghi di lavoro, disperati per il licenziamento ha dichiarato in lacrime: «Sapevamo che le cose non andavano eppure speravamo fino alla fine che si trovasse una soluzione». Il prefetto Ezio Monaco è intervenuto convocando un tavolo in prefettura per martedì alle 10, per mediare tra le parti in causa, convincendo i lavoratori ad abbandonare la protesta. Si allunga invece la lista delle aziende casertane, ventotto, ad aver chiesto la Cig in deroga, dopo la delibera della Regione Campania a marzo. Nella zona di Caserta si registrano solo nel settore metalmeccanico aziende in crisi di rilievo come la Ixfin, la Formenti, la Jabil e la Siltal. Il totale dei lavoratori a rischio tra cessazione di attività, mobilità e cassa integrazione sono 2.105. Emblematica l’odissea dei dipendenti Ixfin, ex Olivetti di Marcianise e della Finmek di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. I lavoratori avevano chiesto l’intervento del ministero del Lavoro presso l’Inps per l’erogazione della cassa integrazione in deroga. In caso contrario i 700 dipendenti rischiano di essere inseriti nelle liste di mobilità. “Abbiamo già un accordo firmato dalla Regione Campania e il Ministro del lavoro ci deve convocare, non sappiamo perché non lo fa. C’è bisogno che qualcuno cominci a guardare che 700 famiglie sono da quattro anni in cassa integrazione e non hanno nessuna risposta”, dice Antonello Accurso, Rsu Uilm della Ixfin.




Bravissima Anna!