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pubblicato il 31 agosto 2009 alle 00:02 dallo stesso autore - torna alla home

Dino Boffo, direttore responsabile del giornale dei vescovi italiani L‘Avvenire d‘Italia: “Sì, è vero, ho transato una condanna in un processo nato per molestie a base di telefonate che partivano dal telefono del mio ufficio di Roma, ma della cosa s’è occupato il legale del giornale, non un mio legale privato. Qualcuno infatti ha usato il mio telefono, approfittando delle mie assenze. Quando ho saputo della cosa mi sono fatto più furbo e ho imparato a chiudere a chiave la stanza e a evitare che vi si potesse telefonare senza controlli”. Era l’estate del 2006, e mi erano arrivate alcune voci e segnalazioni su asserite vicende a sfondo sessuale del direttore de L’Avvenire.

Ho sempre ritenuto professionalmente doveroso, prima di sferrare una eventuale bastonata sulla testa di qualcuno, verificare le notizie con il diretto interessato, cioè con il destinatario della possibile bastonata. Così feci con Boffo. Che, raggiunto al telefono e sentito di cosa volessi parlare con lui, mi disse che era occupato e che mi avrebbe richiamato. Ovviamente pensai che si trattasse di una scusa e che non mi avrebbe richiamato, anche perché gli avevo specificato che le voci parlavano di una sua condanna, al tribunale di Terni, a sfondo pedofilo. Invece, con mia sorpresa, dopo una ventina di minuti Boffo mi richiamò come promesso. E mi spiegò tutto per filo e per segno, rispondendo anche a domande imbarazzanti che gli ponevo non senza anche un mio imbarazzo.

C’erano anche altre voci, da quelle su sberle sferrategli sul sagrato di una chiesa da una madre infuriata fino a quelle sull’impossibilità di consultare la sentenza pur essendo questa un atto pubblico. Però il nome della signora delle asserite sberle nessuno fu in grado di farmelo. E se un documento giudiziario non si riesce a leggerlo non si può certo scriverne. Ovviamente avrei apprezzato da parte di Boffo e del legale che lo difese l’invio di copia della sentenza, ma il diritto alla privacy esiste e non è un optional. Certo, la spiegazione fornitami può apparire un po’ strana, ma se l’editore – vale a dire la Conferenza episcopale italiana (Cei) – si è preso la briga di difendere Boffo, e oggi lo difende di nuovo, ancora e a spada tratta, non potevo certo essere io a saltare a conclusioni non dimostrabili.

A me infatti era successo anche di peggio. Nel ‘79 sono stato arrestato con accuse pazzesche, dal sequestro e uccisione dell’onorevole Aldo Moro fino alla direzione strategica delle Brigate Rosse, Prima Linea e Autonomia, insomma l’intero terrorismo italiano come fosse uno e trino e io, ad appena 36 anni, il Grande Vecchio. Nonostante le accuse mega galattiche e manicomiali l’editore de L‘Espresso, cioè all’epoca Carlo Caracciolo, mi assegnò il migliore avvocato penalista d’Italia, il compianto e inarrivabile Adolfo Gatti, e non mi depennò neppure dal tamburino della gerenza, vale a dire dalla pagina che allinea tutti i nomi dei giornalisti che lavorano in redazione o collaborano dall’esterno a un giornale. Venne fuori rapidamente che non c’entravo un fico secco con nulla di nulla e ripresi la mia vita di sempre. Perché la stessa cosa non può essere successa a Boffo, visto che anche lui – a quanto mi disse – era stato difeso dal suo editore?

Da dove viene la “velina”, nel senso di imbeccata e non di Velina con chiappe al vento, a Feltri? Repubblica dice la sua, con D’Avanzo. Non farò mai il nome di chi mi passò quella “notizia”, ma qualche giretto su Internet basta e avanza per capire che non è affatto necessario che la soffiata arrivi dal tribunale di Terni. Se Vittorio Feltri, il neo ri-direttore de Il Giornale, avesse verificato con il diretto interessato come ho fatto io nel 2006 avrebbe evitato la figura bestiale che ha fatto. Non sarebbe scivolato sulla buccia di banana che legittima eventuali “leggere impressioni” che lui sia davvero un amante del killeraggio giornalistico pro domo padronale, in questo caso berlusconiana.

Però non sarebbe riuscito a far saltare in zona Cesarini la prevista e fortissimamente voluta da Silvio Berlusconi cena con il segretario di Stato del Vaticano Tarcisio Bertone. La Perdonanza a L’Aquila c’è stata, come ogni anno, ma il pubblico perdono della Chiesa a Berlusconi invece no. Il desco era già apparecchiato e riccamente imbandito per l’ospite di lusso e di lussuria Berlusconi Silvio, da perdonare pubblicamente e alla grande, perdono che sarebbe stato esibito mediaticamente Urbi et orbi come un trofeo tra una forchettata e una battuta tra lui e Tarcisio Bertone, segretario di Stato del Vaticano e di fatto per l’occasione rappresentante di rango del papa.

Ma per ora, grazie alla foga di un Feltri as usual più realista del re, questa scena da basso impero ce la siamo risparmiata: tra Chiesa e Potere niente baci in bocca e abbracci degni dei secoli più bui del Medioevo o del periodo più carnascialesco del Rinascimento, andazzo che fece incazzare, tra molti altri, S. Francesco prima e Martin Lutero dopo, con le note conseguenze. Nel mio blog ho scritto con voluta e dovuta irriverenza che siamo passati dalla festa della Perdonanza a quella, per ora mancata, della Mignottanza… Feltri ha già dimostrato di che pasta è fatto non appena re-insediato nel giornale di famiglia Berlusconi, quando ha dato addosso alla bonanima di Gianni Agnelli tacciandolo di mega evasione fiscale e di altre nefandezze basandosi solo ed esclusivamente su supposizioni di Margherita Agnelli, finora NON supportate né da documenti né da atti giudiziari.

Feltri ha pestato duro su Agnelli basandosi sulle affermazioni della figlia Margherita solo per dire che quelli sì erano fattacci da sindacare duramente, anche perché decisamente più gravi della “palpata di culo a una ragazza in vena di farselo palpare”. Il nostro infatti ha ridotto a una palpata di culo tutte le malefatte ultraventennali berlusconiane, comprese le mai da lui nominate leggi ad personam per pararsi il culo nei confronti della giustizia.

Peccato. Anche perché Feltri se volesse potrebbe picchiare non duro, ma durissimo contro chi critica il suo lord protettore. Anziché prendersela con Boffo, potrebbe prendersela infatti direttamente con Tarcisio Bertone e Ratzinger: basterebbe chiedere loro perché nel giugno 2001 hanno firmato, e se è mai stato ritirato, l’ordine scritto a tutti i vescovi del mondo di nascondere alle autorità civili dei rispettivi Paesi TUTTI i casi di membri pedofili del clero, preti, monache o frati che fossero. Con notevole danno a molti minorenni anche in Italia, come dimostra, tra vari altri, il caso – fatto sparire dalle cronache e dai tribunali – dell’ex parroco fiorentino Lelio Cantini e quello del Numero Uno dei Legionari di Cristo. Caro Feltri, il giornalismo è cosa diversa dagli agguati, così come dal servilismo e/o da eventuale killeraggio ad personam pro domo padronale. Così come è da sciocchi, o da servi, essere più realisti del re. Grazie comunque per aver fatto saltare, pur senza volerlo, l’ignominia della Perdonanza ridotta a mercato delle vacche e Mignottanza.

Pino Nicotri

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