Non a camminare, ma a vivere. Coperti di cartone anche se ci sono 40 gradi e chissà quale percentuale di umidità, sporchi, malati, con corpi deformati da una alimentazione che puoi immaginare folle, con vestiti laceri. Se non corri come tutti gli altri o se soltanto sei lì con una macchina fotografica ma non ti frega niente di fotografare i grattacieli cominci a contarli e non puoi più smettere. Non riesci a guardare altro che quelle facce mischiate alle altre, ma immobili. A volte sorridenti, non sai spiegarti come e perché. Sono ovunque. Fuori da Tiffany e sulla Avenue of the Americas. A Washington Square Park e a Bryant Park, tra l’angolo della lettura e le lezioni di yoga. Dormono durante il concerto jazz e sono incuranti del wireless o di quanti sfrecciano con il pranzo sotto braccio e il computer sempre acceso che magari devi aggiornare twitter.
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Pink bottle |
Andy Capp |
The big sleep |
In una notte di fine agosto sono circa in 15 a dormire a Columbus Circle, all’angolo di Central Park, con il rumore del traffico e della fontana e il vento che comincia ad alzarsi verso le due di notte. Lasciano il cuscino davanti a un bancomat, nascosto per non dare fastidio, per dormire non proprio in strada o per prepararsi all’inverno. Sono intorno alle stazioni: Penn Station, Central Station o sulle scale delle stazioni della metro. Alcuni sono o dicono di essere veterani, ex combattenti, dimenticati dallo Stato. Altri nemmeno alzano lo sguardo dal loro cappellino logoro mezzo pieno di dollari. Sono nelle piazze e nei parchi. Agli angoli delle strade. Seduti sulle pensiline degli autobus senza aspettare nulla, perché non devono andare da nessuna parte. Come quello addormentato all’angolo tra la sesta e la cinquantacinquesima, dietro di lui una ragazza viene acconciata da 6 o 7 persone (forse girano un video o stanno realizzando un servizio fotografico). Dietro di loro una scritta enorme rossa LOVE, a formare un quadrato 3 metri per 3, LO sopra VE.
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Comfort |
Corner |
Sono ovunque, come monito o come sintomo di una città che cerca di nascondere nelle proprie viscere quanto non è presentabile. Sono talmente tanti, però, che non è affatto facile nasconderli. Nel 2008 pare fossero circa 35.000 le persone che vivevano per le strade (A Night on the Streets, mar 16 2008, New York Magazine).
Una stima ufficiale del 2009 parla di poco più di 2.000. Il numero sarebbe diminuito dall’anno precedente (3,306) e dal 2005 (4,395) (Homeless Numbers Drop, mar 4 2009, New York). Sembrano le guerre di numeri tra gli organizzatori e la questura dopo ogni manifestazione in Italia…
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Take a rest |
Readings |











Ero curiosissima di vedere il reportage Chiara e di leggere. Mi ha preso come una poesia malinconica. “Seduti sulle pensiline degli autobus senza aspettare nulla perché non devono andare da nessuna parte”. Sai, a volte mi sento un po' così anch'io, anche sotto un tetto. Forse loro hanno accettato una condizione che io-e non credo di essere la sola-facciamo finta sia solo un malessere dell'anima
Veramente un bel lavoro, complimenti!
Commovente e toccante, però essere un senza casa a New York significa avere la possibilità di non esserlo più un domani. Esserlo a Roma significa esserlo per sempre… senza contare l'innata cultura al volontariato del popolo statunitense, mentre a Roma ancora non si riesce a far fronte all'emergenza sangue.
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Anch'io sono rimasto impressionato dal numero di barboni, mendicanti… la maggior parte dei quali erano di colore. A Washington mi dicevano che nei giardini e nelle piazze le panchine sono tutte occupate da loro ed è impossibile sedersi in una. Ogni volta che uscivo per la strada era come ricevere un pugno nello stomaco. No, non riuscirei mai a vivere in USA.
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Un articolo eccellente, poetico, toccante. Infonde una infinita tristezza.