Economia

Anche in autunno il lavoro resta un fantasma

2 settembre 2009

Giovanni, Luigi, Francesca, Sara e Michele hanno una cosa in comune: il peggio sarà anche passato, ma loro a lavorare non ci torneranno. Sperando che  almeno i soldi della Cassa Integrazione siano veri

Giovanni lavorava in una piccola azienda dell’hinterland torinese, che produce componentistica per auto, soprattutto per la grande mamma Fiat. Luigi invece sta in Brianza, lavorava in un piccolo supermercato che ha iniziato ad aver problemi quando hanno aperto un iper poco lontano ed è poi andato in crisi con il calo dei consumi. Francesca invece stava in una delle tante microimprese che in Umbria producono in conto terzi per qualche grande stilista, che adesso ha “razionalizzato” la produzione delle linea “young”, riducendo i volumi e “tagliando” parte dei fornitori. Sara è abruzzese, impiegata in un’impresa di componentistica per computer, risparmiata dal terremoto ma non dalla crisi della casa madre, che ha preferito far produrre quei pezzi da qualcun altro, in qualche parte sperduta del mondo. Michele era uno dei pochi meridionali “fortunati”, con un posto in un piccolo cementifico, che con la crisi dell’edilizia non ha più niente da fare.

LA CASSA INTEGRAZIONE – Sono un esercito silenzioso di fantasmi che si aggirano per l’Italia. Un’Italia colpita un po’ dappertutto, anche se non in modo omogeneo, dalla crisi economica. Un esercito di persone che da quando la crisi è esplosa, prima con la stretta creditizia e poi con la riduzione degli ordinativi, ha cominciato a lasciare il proprio luogo di lavoro. In Piemonte, in Lombardia, in Umbria, in Abruzzo e in Campania. Certo, per tirare avanti c’è la cassa integrazione. Quella ordinaria, per le crisi aziendali di carattere congiunturale (difficoltà temporanee e transitorie) che garantisce al lavoratore un reddito sostitutivo pari all’80% della retribuzione complessiva (ma con dei tetti massimi). La eroga l’Inps, per non più di 52 settimane. Un anno. Poi c’è quella straordinaria, che viene data ai lavoratori delle imprese in difficoltà strutturali a causa di ristrutturazioni, riconversioni produttive, fallimenti.

L’ESPLOSIONE DEL 2009 – Tra gennaio e luglio del 2009 sono state autorizzate dall’Inps 324.703.288 ore di cassa integrazione ordinaria tra operai ed impiegati, industria e edilizia. E nello stesso periodo, sono state autorizzate 138.701.422 ore di cassa Integrazione straordinaria. Numeri quadruplicati rispetto allo stesso periodo del 2008. Gli incrementi più consistenti sono nelle regioni del Nord e del Centro Italia, perché la crisi colpisce più duramente le aree più sviluppate del paese, a maggiore vocazione industriale e più esposte alle oscillazioni della domanda interna ed estera. Le situazioni variano molto da regione a regione, ma circa il 54% delle ore di cassa integrazione autorizzate in Italia fino a luglio 2009 si concentrano in Piemonte, Lombardia e Veneto. E la parte del leone la fa la cassa ordinaria, che rappresenta il 70% delle ore autorizzate. Ed è soprattutto l’Industria a far registrare gli incrementi più consistenti, mentre sembra “tenere” meglio il settore dell’Edilizia. In tutto, se convertiamo le ore autorizzate in unità di lavoro equivalenti per questo periodo, fanno circa 400 mila lavoratori. In realtà le ore effettivamente utilizzate dalle imprese (il cosiddetto tiraggio) sono circa due terzi, e quindi i lavoratori sono un po’ meno: circa 300 mila. Senza contare le 570 mila domande di indennità di disoccupazione ordinaria o speciale edile, le 645 mila richieste per disoccupazione con requisiti ridotti.

LE IMPRESE IN CRISI – Ma anche 300 mila sarebbero già tanti. Perché dietro quelle cifre ci sono Giovanni, Luigi, Francesca. Ci sono quelle migliaia di imprese alle quali, con decreto ministeriale, è stata autorizzata la cassa integrazione straordinaria. Imprese come la ATE alta tecnologia editoriale di Milano, per una riorganizzazione aziendale, dal 31 dicembre 2008 al 30 giugno 2009, o la Società cooperativa 25 aprile di Carini, che ha un supermercato a Termini Imerese, per un periodo di un anno, da settembre 2008 a settembre 2009. Aziende come la Aicon di Pace del mela, che produce imbarcazioni da diporto e sportive o come la Acciaierie di Badia con sede a Badia nel Polesine, che a dispetto del nome produce cosmetici, con i lavoratori in Cigs per crisi aziendale fino a maggio 2010. La stessa sorte toccata alla Alstom ferroviaria di Savigliano, che costruisce materiale rotabile ferroviario e locomotive. Nella pagina del Ministero del lavoro dedicata se ne contano migliaia di aziende così, chiuse con i dipendenti cha si barcamenano con la CIGS data per contratti di solidarietà, crisi aziendali, ristrutturazioni e procedure concorsuali.

7 commenti a Anche in autunno il lavoro resta un fantasma

  1. aliantes

    Pezzo ottimo e triste. :(

    L'importante è elargire/ricevere soldi e sperare che la nottata passi. E chi si ferma per strada, beh, non possiamo farci nulla…

    Sunto del pensiero governativo (oppositivo)/popolare sui metodi ed azioni per affrontare la crisi economica.

    Di più non siamo in grado di pensare.

  2. comicomix

    Grazie.
    Triste? Forse, ma sempre con la speranza che le cose non restino così. Non per sempre, almeno.

    Un sorriso ritornato
    C.

  3. libertyfirst

    Non riesco a trovare dati più recenti di Marzo 2009 sulla disoccupazione (7.4%). Ma è normale tutto questo ritardo?

  4. comicomix

    @libertyfirst:
    Ciao!
    Sì, purtroppo. I dati istat sul secondo trimestre saranno disponibili attorno al 20 settembre.
    C

  5. libertyfirst

    Negli USA già hanno Luglio 2009… incredibile.

    Ciao!

  6. Z

    Carlo, non so quanti anni abbiano i titolari di cassa integrazione che hai citato nel tuo articolo.
    So una cosa, perché la sento e la vedo, intorno a me, tutti i giorni.
    Saremo noi a pagare.
    Ma non potremo nemmeno lamentarci.
    Perché i nostri figli pagheranno anche più di noi.
    La nostra generazione ha avuto tanto.
    Tanta beneficienza…non è stata mai padrona del proprio destino, ma ha vissuto una situazione agiata.
    Ai nostri figli non auguro fortuna.
    Auguro tanto carattere ed un kalashnikov.
    Ai nostri figli auguro che non facciano parte di una generazione molle ed istupidita come la mia, che sappiano cacciarci a calci nel culo dalle nostre poltrone, come noi dovremmo fare con i nostri genitori ed i nostri nonni.
    Che sappiano impadronirsi del loro futuro, che a noi è negato e che non sappiamo conquistarci.
    Ai nostri figli auguro di non essere figli e nipoti ad indefinitum, come siamo noi, ma di essere padri e madri a loro volta. Un giorno.

  7. comicomix

    @Z:
    Hanno varie età, ma la maggioranza non sono molto vecchi.
    Il tuo discorso, anche se forse un po' pessimista, ha molti punti che mi trovano d'accordo. Che ci sia stata una gigantesca “rapina” del futuro di alcune generazioni rispetto ad altre (e quelli che arrivano staranno probabilmente peggio di noi) è un fatto difficilmente confutabile. Il tema che qui io (e Michela) volevamo affrontare è quello di chi sta pagando, qui ed ora, il prezzo di una crisi che – checché ne dicano tanti commentatori pelosamente interessati – è ancora ben lontana dall'essere superata. Anche da un punto di vista “congiunturale”
    Grazie dell'attenzione, un sorriso come vuoi

    C.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>