di Alessandro Guerani
postato alle 08:26 del 21 Aprile 2008 in EconomiaTorna alla home

Calderoli contro Montezemolo e Tremonti contro Draghi. Cosa c’è dietro i primi focolai di polemica dell’establishment italiano. E quali progetti del “new order” sono davvero credibili.

Il mondo alla rovescia. E’ proprio questa la prima impressione che si ha sentendo Calderoli difendere i sindacati dall’attacco di Montezemolo, e Tremonti propugnare le nazionalizzazioni come rimedio alla recessione prossima ventura in contrasto con le misure elaborate da Draghi. Ma non è proprio così e vediamo il perchè analizzando le due questioni. Partiamo dall’immarcescebile Luca Cordero marchese di Montezemolo che, forte del successo elettorale della destra, sperava probabilmente di trovare una sponda sicura per bastonare il cane morente, cioè la sinistra della CGIL che finora si è opposta a qualsiasi modifica della struttura del contratto nazionale.

DAGLI AL SINDACATO! - Anzi, con la finezza e la signorilità che gli è propria, ha attaccato tutti i sindacati in generale, così tanto per non sbagliare, e proporsi al paese come alfiere non solo dell’antipolitica ma anche dell’antisindacato. Del resto ci sono un bel po’ di poltrone da assegnare nel prossimo futuro e lui ne ha appena lasciato una. E Marchionne non vuole certo che torni a far danni in Fiat. Ma da uno che appoggiava la scelta centrista (approposito di nuovo) e che era presidente di una forza sindacale (ancorchè un sindacato di imprese) non si può pretendere di avere un particolare acume politico. Acume politico che persino un Calderoli, che vuole tenersi stretti i voti strappati alla Sinistra Arcobaleno, invece ha.

LA LEGA SI’ CHE NE SA - Montezemolo è il controaltare dei dirigenti della sinistra comunista: infatti entrambi ragionano come se in Italia ci fossero solo aziende come la Fiat. Invece nella gran parte del paese, e soprattutto nel nord, ci sono lavoratori che già trattano direttamente con l’azienda: trovate un bravo operaio specializzato che non abbia un superminimo in busta paga. E gli imprenditori stessi, stretti fra le banche da un lato e le grosse aziende che lo pagano a 180 giorni dall’altro, non amano particolarmente la nomenklatura confindustriale come fu evidente con la contestazione di Vicenza della scorsa campagna elettorale. A questi elettori adesso è la Lega che vuole dare una risposta. E sarà interessante vedere quale sarà, sicuramente non certo di stampo thatcheriano e liberale come alcuni illusi del centro-destra continuano a pensare.

STATALISTA, E NE VA FIERO - Lo scontro Tremonti-Draghi si inserisce bene nello stesso contesto. Ed è anche la perfetta rappresentazione del limite del PD di oggi che ancora cerca una legittimazione presso i grandi templi dell’economia. Legittimazione di cui invece la compagine berlusconiana se ne frega altamente. Ve le immaginate le cassandre del liberismo italico stile Giavazzi-Ostellino-Boeri se fosse stato Bersani a parlare di nazionalizzazioni per fermare la recessione? Apriti cielo! Invece il buon Tremonti si può permettere di parlare da novello Keynes, invocare l’intervento dello Stato e magari riesumare l’IRI, e tutto questo dal palco dell’Aspen Institute. Il problema è che ha persino ragione, tanto che negli USA stanno pian piano convertendo il debito privato, pari ad oltre il 100% del PIL e in progressivo default, in debito pubblico per evitare un disastro sociale che spazzerebbe via sia democratici che repubblicani. L’unico problemino è che in Italia, dove abbiamo già un debito pubblico che è oltre il 100%, questo non si può fare; anche qui siamo davvero curiosi di sapere cosa proporrà Tremonti quando dalla discussione teorica sui massimi sistemi mondiali dovrà scendere nelle melma del bilancio pubblico italiano. Speriamo quindi che il nostro sistema bancario non tiri crepe e che la Bankitalia di Draghi davvero faccia il suo dovere di vigilanza; i soldi per una nuova IRI non ci sono. Per sfortuna nostra e di Montezemolo. Che ne sarebbe un presidente più che adatto.

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