di Dario Ferri
postato alle 16:29 del 24 novembre 2008 in InterniTorna alla home

Giunti alla fine (?) della vicenda, nel libro di Pino Nicotri “Emanuela Orlandi - La verità” si raccontano storia e si ipotizzano motivi - per quanto è possibile enuclearli - di uno scientifico depistaggio. Insieme a un’ipotesi investigativa trascurata: “Cos’è che si desidera più fortemente, Clarice?” (cit.)

Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte devo dirti qualche cosa che riguarda noi due tu digli a quel coso che sono geloso e se lo rivedo gli spaccherò il muso!

A Ercole Orlandi, padre che molto ha sofferto e al quale molto è stato fatto soffrire“. Comincia con una necessaria dedica il libro di Pino Nicotri “Emanuela Orlandi: la verità. Dai lupi grigi alla Banda della Magliana“, che racconta con dovizia di particolari i 25 anni di un’infinita scomparsa con tutto il suo corredo di depistaggi volontari e involontari, e una serie di retroscena dei quali forse chi legge libri e giornali forsenon dovrebbe venire a conoscenza. Perché il detto che recita “Chi ama le salsicce e le leggi non dovrebbe sapere come vengono fatte né le une né le altre” si può benissimo applicare anche a certi giornali, certi ponderosi e misteriosi tomi che vengono annunciati ma poi non arrivano nelle librerie, e a una miriade di trasmissioni televisive dove si fa finta di rivelare esclusivi particolari in realtà messi in giro su internet da gente che sta ancora combattendo una guerra (per bande) finita per sempre. In esso, come in una commedia dell’arte, pullulano personaggi che sembrano più caricature che altro. Giornalisti che credono ai mitomani, magistrati che si danno alla fiction, poliziotti che si autoinvestono di indagini senza incarico ufficiale, e tanta altra varia umanità. Girano anche, come è giusto che sia visto che hanno fatto di tutto per entrarci, anche ex componenti di bande criminali, insieme al loro corredo mitologico che anche oggi va per la maggiore nella fiction. Ma che ha sempre qualche problema quando la fantasia vuole farsi passare per realtà.  

È VIVA E LOTTA INSIEME A NOI? - Una pubblicistica sconfinata, quella sul caso di Emanuela Orlandi. Tanto grande da far pensare a tutti, almeno una volta nella vita, che visto quanto tutti ne parlano, qualcosa di vero dovrà pur esserci. Eppure, è lo stesso Ercole nel libro di Nicotri a fornirci un perché, una possibile spiegazione di una così ampia mole di documentazione, spiegando perché nell’occasione della pubblicazione di una falsa notizia non smentì l’Ansa: ”Perché avevo capito fin dall’inizio che le smentite servivano solo ad aumentare la confusione e, a volte, perfino l’animosità dei giornalisti, come per esempio quando smentii di essere stato ricevuto in udienza dal Papa. Ecco perché mi sono ben guardato dal dire subito che con Emanuela non c’era mai stato proprio nessun diverbio, né in quell’occasione né mai, contrariamente a quanto affermava quel cosiddetto comunicato“. E Pino chiosa: “Queste parole di papà Ercole spiegano bene anche il meccanismo dell’intera vicenda: una volta che è scoppiato l’amore dell’opinione pubblica verso una storia, che in qualche modo appaga le sue attese o le sue ansie, non c’è modo di fermarsi. Anche perché gli addetti al mestiere, dai giornalisti ai pubblicitari, dagli investigatori ai mitomani, alimentano l’incendio. È come un vulcano che vomita la lava che ha in corpo o come un ubriaco che vomita gli eccessi non più contenibili: non si fermeranno finché non si saranno liberati dei sommovimenti“.

FALSARIO, FALSARI - Verrà un giorno  in cui questa recita finirà, forse. Verrà un giorno nel quale si ammetterà che prove di un rapimento non ce ne sono, e che una persona che non dà segni di vita da 25 anni, né ne ha dati durante il fantomatico “rapimento“, forse non è stata rapita. Nel frattempo, Nicotri si diverte a smontare con dovizia documentale tutte le cosiddette “prove” del ratto della cittadina vaticana, una per una. Dimostrando, ad esempio, che il segretissimo codice 158 considerato rivelatore del collegamento tra rapitori e personaggi che si muovono nel parterre della storia era stato invece pubblicato dall’Ansa già nel 1983. Ricordando che i particolari dei vestiti di Mirella Gregori, rivelati dall’Amerikano durante una telefonata ritenuta attendibile, erano invece risaputi nella cerchia di amicizie della stessa. Considerando che tra il rapimento di Mirella e quello di Emanuela non ci sono collegamenti oggettivi, mentre della volontà dei presunti rapitori di “buttarla in caciara” vi è ben più che l’evidenza: c’è la sicurezza. Indagando la presunta attendibilità della teste Sabina Minardi, e ricordando anche che il cosiddetto testimone - l’agente del Sisde Giulio Gangi - che aveva riconosciuto nell’ex compagna di Renatino De Pedis la persona che aveva incontrato al Residence Mallia, in realtà non aveva riconosciuto un bel nulla. Elencando infine tutte le periodiche “rivelazioni” che in questi anni si sono succedute (il ritrovamento di un teschio in una chiesa adue passi dal Vaticano, le cosiddette “prove” portate dalle miriadi di telefonisti che quest’anno avevano un filo diretto con la Rai, e tante altre) e smentendole una per una.  

IDENTIKIT DI UNO O PIÙ DISINFORMATORI - ”Ormai i programmi come Chi l’ha visto? servono più che altro a suscitare l’impressione che mentre i giornalisti fanno indagini la magistratura dorme, quando invece è l’esatto contrario, anzi peggio: mentre la magistratura lavora, i programmi come Chi l’ha visto? e relativa ricaduta sui giornali a volte insabbiano o falsificano“, dice Nicotri. Che poi ricostruisce anche con dovizia di particolari l’azione della Stasi, il servizio segreto della Germania comunista, in quei meravigliosi anni ‘80 aveva una sua agenzia di disinformazione che arrivava fino alle alte stanze di Oltretevere. Lo scopo della Stasi era semplice, ma ambizioso, e puntava a prendere due piccioni con una fava. Il primo era l’Operation Papst, commissionata da Mosca per creare diversivi utili ad aiutare i  ”fratelli” bulgari, presentati con insistenza dalla non disinteressata pubblicistica italiana, e non solo, come mandanti dell’attentato al papa per conto del Kgb, i servizi segreti sovietici dell’epoca. Il secondo consisteva nel mettere il più possibile in imbarazzo il Vaticano e personalmente Wojtyla per indurlo a frenare la sua azione ostinata e decisa, condotta su molti fronti, a favore dei movimenti che in Polonia puntavano a staccare il Paese dall’Unione sovietica e a liberarlo anche dal comunismo. Insomma, una vera e propria battaglia della guerra fredda, esplosa per ironia della sorte nel luglio più caldo della storia italiana.

COMMENTI (11)STAMPA - FALLO LEGGERE