Superaccordo tra le banche per salvare le imprese?
18/08/2009 - Favoloso risultato dell’ABI in pieno terzo trimestre dell’esercizio fiscale 2009! Grazie alla sapiente guida del CT Tremonti la squadra dell’Interesse Composto ha piantato un fantastico Accordo proprio in mezzo all’area di crisi del credito! Calorosi festeggiamenti e balletti dei supporter
Favoloso risultato dell’ABI in pieno terzo trimestre dell’esercizio fiscale 2009! Grazie alla sapiente guida del CT Tremonti la squadra dell’Interesse Composto ha piantato un fantastico Accordo proprio in mezzo all’area di crisi del credito! Calorosi festeggiamenti e balletti dei supporter imprenditoriali e grande soddisfazione del loro coreografo Marcegaglia che abbraccia il capitano Faissola proprio di fronte al cartellone “Patti Chiari”, su cui il Presidente di Lega Berlusconi va a vergare questo stupefacente “1 a 0”. Cosa è successo? Potete leggere la cronaca dell’incontro sul sito dell’ABI e poi sollazzarvi con il mio commento tecnico: un bel nulla.
L’ABI ha definito una proposta di revisione del rientro dei finanziamenti (mutui e leasing in via di divenire “problematici”) uniforme per tutte le banche… o meglio, per tutte quelle banche che aderiranno. Chi aderirà farà quello che le banche hanno finora fatto: concedere sei/dodici mesi di “respiro” ai propri debitori sperando che basti perché redditività e cash flow del debitore tornino sufficienti per ripagare il prestito. Le banche fanno questo di continuo, perché l’alternativa sarebbe dichiarare l’insolvenza del debitore, iscrivere il credito tra quelli “problematici” e poi “in sofferenza”, fatto che oltre a “sporcare” la Centrale Rischi (banca dati alla base dell’informativa sul merito di credito) impedendo al cliente di trovare altre banche finanziatrici (leggi: soldi per tamponare i buchi del primo debito), “sporca” il bilancio dell’istituto con tutte le conseguenze legate al capitale di vigilanza; meglio far apparire che si è modificato il contratto di finanziamento infilandoci una fila di rate a zero (il cliente non doveva pagare perché il contratto presenta rate a zero, quindi non risulterà più insolvente) e magari allungando il rientro successivo, rinunciando alla relativa liquidità anche per un anno, invece di formalizzare a terzi la bassa qualità del proprio portafoglio. L’Accordo dell’ABI semplicemente formalizza, direi a fini segnaletici verso Governo e imprenditoria, un criterio uniforme di identificazione dei candidati a questa “moratoria”, definendo in sostanza una fattispecie di debitore (storicamente) affidabile caduto in difficoltà a causa della crisi corrente.
Come in qualsiasi normale intervento di “aiuto” al cliente, difficilmente la banca va a rimetterci più di tanto. Quel che normalmente ci rimette è solo il tempo di rientro, perché pretende comunque il rientro di tutto il capitale prestato benché più dilazionato (e l’Accordo parla infatti proprio di sospensione delle quote capitali delle rate), e gli interessi verranno corrisposti anche durante il periodo di moratoria (normalmente si accumulano durante il periodo di “buco” per poi essere pagati con le rate successive insieme alle quote capitali e ai nuovi interessi). La banca remunera comunque il proprio tempo (vive di questo) cioè il cliente paga comunque questa moratoria (e figuriamoci…). La cosa interessante è che, sempre all’interno della fattispecie del “buon cristiano colpito dalla crisi”, viene concesso un allungamento del periodo di anticipo (o sconto) su crediti, rilevante fonte di liquidità per le imprese. D’altra parte se i clienti del cliente non pagano, il cliente avrà difficoltà a onorare il proprio debito, quindi è logico e razionale non strozzarlo ma allungare i tempi, nei fatti i tempi per i clienti del cliente, sperando di recuperare tutto… E intanto gli interessi corrono, perché le banche non stanno lì a pettinare le bambole, tengono famiglia. Niente di nuovo insomma.
Ma questo Accordo è molto articolato, e insieme ai suddetti pilastri “Prestito” e “Liquidità” è apparso il pilastro “Ricapitalizzazione”, un punto ancora tutto da vedere in realtà, che riguarda finanziamenti particolari per imprese che avviano processi di rafforzamento patrimoniale. Ve lo spiego: il cliente si fruga le tasche, butta fuori palanche per tappare i buchi delle tesorerie e dare nuovi mezzi per il funzionamento dell’azienda, nei fatti alleggerendone l’esposizione finanziaria, e le magnanime banche “bravo, e io ti do un nuovo finanziamento”. Lo ripeto: l’imprenditore ricapitalizza di tasca sua l’azienda, ne migliora lo standing creditizio, e la banca offre nuovi finanziamenti… Bella forza! La banca fa, in questo come nei precedenti due casi, quello che ha sempre fatto: se il cliente migliora gli dà più soldi (la contropartita del “sei più rischioso, ridammi i soldi”). Tutto questo in aggiunta a nuovi sgravi fiscali per l’imprenditore ricapitalizzante.
Il quadro di difficoltà atteso è infatti tale da costringere le banche a studiare qualche modo per “tamponare” la massa di crediti “problematici” in vista. Confindustria parla di cali di fatturato tra il 30% e il 50%; Due terzi delle SRL e il 15% delle SPA hanno il capitale sotto al minimo legale (anticamera del fallimento); un terzo delle SPA e delle SRL nel primo semestre erano già in perdita (figuriamoci a fine anno). Mi pare chiaro che se le insolvenze bancarie non segneranno record storici a fine anno, sarà qualcosa di talmente irreale da costringere e controllare che sotto sotto qualcuno non abbia saccheggiato i conti dei risparmiatori.
Tornando all’Accordo, nel complesso non c’è nulla di nuovo, vengono formalizzati schemi di comportamento uniformi rispetto alla pratica bancaria usuale o logicamente prospettabile. L’adesione a questo schema è volontaria; chi aderisce uniformerà la propria politica, e questo sicuramente ucciderà una possibilità di confronto competitivo (d’altra parte viviamo in uno schema corporativo dell’economia, o pensavate che fosse un libero mercato capitalista? Ah, pensavate che capitalismo e mercato fosse uguale a corporativismo? Poveri… ). Ma perché una banca che abbia la possibilità, dati i propri mezzi e caratteristiche di portafoglio, di concedere “aiuti” più forti alle imprese o lasciare fallire chi (a suo giudizio) se lo merita, dovrebbe aderire a questa specie di cartello (pubblicitario)? Un po’ per marketing, perché come ritorno di immagine può non essere male, e un po’ perché se la cosa procede il Governo ha già promesso interessanti sgravi fiscali alle banche, in particolare rinforzando la deducibilità delle perdite su crediti.
Quest’ultimo punto merita una riflessione. Allora, abbiamo delle banche che normalmente vedono di non far apparire “sofferenze” sui propri crediti, quindi “aiutano” le imprese allungando i tempi di rientro dei prestiti; facendo questo nascondono la peggior qualità del portafoglio ma rinunciano anche a portare delle sofferenze in deduzione sulle imposte. Ora viene fuori un Accordo di pratica uniforme della fattispecie, incentivata con un incremento di sgravi fiscali sulle sofferenze, cioè proprio su quelle voci che l’Accordo teoricamente andrebbe a “nascondere”. Una banca che aderisse a questo Accordo dovrebbe allora aver da parte o in previsione una massa già ben pesante di “sofferenze” da sfruttare fiscalmente, “sofferenze” fuori dai parametri dell’Accordo perché già oggetto di tentativi di mascheramento, o perché troppo vecchie, o perché già viste come irrecuperabili. L’adesione a questo Accordo secondo me dà una misura della gravità del momento; al 14/8 quasi il 60% del sistema bancario ha aderito.
Il Governo ha bisogno di far vedere una qualche capacità di mediazione tra “parti sociali” e di sostegno per l’attuale recessione… le banche hanno bisogno di un ritorno di immagine e di aiuti finanziari… le imprese hanno davanti una recessione… una mano lava l’altra… E siccome i vari aiuti e sgravi fiscali sono “rinunce ad entrate” o da un altro punto di vista “nuova spesa pubblica”, indovinate chi paga il conto? Pensate che sia un obolo perché l’economia riprenda? No, è un obolo allo statu quo, perché il credito resti dov’è, attirando anche ulteriore credito e lasciando il tutto vincolato a passati errori e loro fautori. È un obolo che si aggiunge a quello che paghiamo a chi sta riscuotendo il rimborso (statale) per mutui a tasso superiore al 4% (non ci credevo, ma qualcuno risulta aver intascato davvero questo “premio” alla propria scelta irresponsabile, oltretutto senza considerare il numero di abitazioni già in possesso, quindi con conseguenze sperequative enormi), altro modo di concentrare credito nuovo e vecchio attorno a passati errore e soliti fautori.
Io scendo dagli spalti e vado verso i cancelli, non vedo nulla da festeggiare in questa partita truccata.













In certi casi, economia e politica (per esempio), non occorre parlare tanto o analizzare troppo. Tutto inutile, quello che dice uno competente (come in questo caso) può essere stravolto e contraddetto da un altro competente. Vi è una misura che non erra MAI. Guarda chi è, e ti dirò cosa farà. Tremonti (Berlusconi), non farà MAI niente che benefici “” Il Paese”", le Sue misure economiche, beneficeranno i Banchieri e gli imprenditori “”amici”". La logica di questa politica, è basata sul fatto che, beneficiando il “”Sistema”", in seguito, se ne beneficieranno tutti. In Paesi Normali e Civili, questa filosofia paga, in Italia, dovuto alla struttura corrotta della POLITICA che dovrebbe controllare la Struttura NATURALMENTE furbesca dell’imprenditoria, questo non può avvenire, non è MAI avvenuto e quando siamo arrivati alla distribuzione di un po’ di “”ricchezza”" , è stato frutto di un aumento del debito pubblico. Abbiamo distribuito “”un po’ di quello che si era rubato”". Naturalmente ci vorrà ancora un po’ di tempo per vedere le nefaste conseguenze di questo comportamenmto, ma, come diceva un economista, si posono dire tutte le cazzate che si vogliono, ma in economia si è sempre castigati.
“d’altra parte viviamo in uno schema corporativo dell’economia, o pensavate che fosse un libero mercato capitalista? Ah, pensavate che capitalismo e mercato fosse uguale a corporativismo?”
Beh, non è che pensassimo cose poi tanto strampalate. E’ semplicemente ciò che risulta evidente mettendo in fila i fatti storici degli ultimi trent’anni secondo il puro e semplice nesso di causalità (anche ampliando il periodo storico d’indagine il risultato non cambierebbe di molto).
Se poi ci vogliamo affidare alle utopie, personalmente ne ho viste di migliori.
Certo Z, anche io ne conosco una migliore: “pane e fica per tutti”.
Battute a parte, ma se io definissi il socialismo come la maschera dei padroni per fregare il pane ai poveri e rivenderlo al mercato nero tu, oltre a incazzarti, diresti che non è questo bensì cooperazione; se io chiamassi il socialismo teocrazia delle baldracche ma poi definirlo correttamente mi diresti che devo comunque chiamarlo con il suo nome, socialismo, perché il nome è in sé defizione e mischiare i termini crea solo confusione. E avresti ragione.
Bene, allo stesso modo io ti dico che il libero mercato non è corporativismo.
Certo Z, anche io ne conosco una migliore: “pane e fica per tutti”.
Tutto avrei detto di te, tranne che fossi un berlusconiano.
Battute a parte.
Sono assolutamente d’accordo che il libero mercato non sia corporativismo.
Il punto sul quale dissento, se ho capito bene il tuo pensiero, è questa distinzione fra capitale e stato che vorrebbe il capitale portatore di istanze liberiste e lo stato fautore del pantano corporativista.
A questo punto mi chiedo quali istanze anticapitaliste presiedano all’operato di questo fantomatico stato.
A partire dal crollo dell’ideale socialista il capitalismo è rimasto il padrone incontrastato dello scenario ideologico mondiale. Gli apparati statali nazionali e gli enti governativi sovranazionali sono centri d’irradiazione della propaganda capitalista ed apparati di governo militare ed economico del territorio che non rispondono tanto alla legittimazione popolare, quanto ai diktat degli stessi potentati economici.
L’ideale liberista è, a mio avviso, un’utopia storicamente fallita, al pari di quella marxista.
Negli USA hanno condannato Maddoff e, contemporaneamente è stato salvato l’intero apparato dirigente del capitalismo fallimentare statunitense.
In base all’ideale liberista sarebbero dovuti fallire tutti o quasi, cedendo il campo a nuovi imprenditori, nuovi dirigenti, nuovi economisti, migliori dei loro predecessori.
Invece, attraverso lo stato sottoposto al loro controllo, si sono salvati, scaricando il proprio fallimento sull’intero popolo americano e sacrificando qualche capro espiatorio alla causa della propaganda di regime.
Lo stesso è accaduto in ogni altra parte del mondo.
E a me sembra che i socialisti con tutto questo abbiano molto poco a che fare.
Tutto avrei detto di te, tranne che fossi un berlusconiano.
>> bada a come parli, sciagurato!
A questo punto mi chiedo quali istanze anticapitaliste presiedano all’operato di questo fantomatico stato.
>> vedi mister, non ci troviamo con l’analisi del presente, e questo ci fa accapigliare. il capitalismo non è assolutamente padrone dello scenario; la quota di PIL controllato dagli Stati è da sempre in crescita, e ora supera la metà. Questa è la decadenza del capitalismo.
Il crollo del socialismo è la fine di una certa utopia, e senza questo spauracchio anche il mondo liberale (diciamo) ha potuto ibridarsi, o come credo piacerebbe più a te ha potuto rivelare la profonda commistione tra capitale e politica.
Quando un potere statale dirige quello economico si ha, almeno per me, una situazione paragonabile a quella in cui il potere economico dirige il potere politico. Se vuoi possiamo discutere su quale sia la situazione attuale tra queste due (io personalmente non sono comunque sicuro al 100%), sono situazioni che condanno in pari misura, perché almeno per il mio ideale di libertà questa non c’è se chi ha il soldo ha anche il potere di gestire la norma.
Per te non c’è legittimazione popolare? Benvenuto nel club, anche se entrambi dobbiamo chiederci chi vota come e perché.
L’ideale liberista è, a mio avviso, un’utopia storicamente fallita, al pari di quella marxista.
>> non so storicamente sia un’utopia che sia mai stata seriamente messa in piedi (sbandierata certo, quanto vuoi); resta un ideale, un ideale che per me ha basi più solide del socialismo, un’ideale per cui nessuna élite sarà mai illuminata, nessun popolo sarà mai gestore di sé stesso, e l’unica soluzione è ridurre il potere centrale: senza un potere centrale in economia, il capitale non può né esercitare dittature né essere strumento di dittature politiche.
In base all’ideale liberista sarebbero dovuti fallire tutti o quasi, cedendo il campo a nuovi imprenditori, nuovi dirigenti, nuovi economisti, migliori dei loro predecessori. Invece, attraverso lo stato sottoposto al loro controllo, si sono salvati, scaricando il proprio fallimento sull’intero popolo americano e sacrificando qualche capro espiatorio alla causa della propaganda di regime.
>> appunto, non è liberismo questo. mica penserai che io difenda gli USA o chicchessia vero?
E a me sembra che i socialisti con tutto questo abbiano molto poco a che fare.
>> nemmeno i liberisti se è per questo; ma la presenza di una sovrastruttura statale che può dirigere queste situazioni è “tipica” del socialismo, non del liberismo. E se permetti, anche il concetto di “socializzazione” dei problemi (per una loro soluzione meno traumatica, certo) è anch’esso “tipico” del socialismo.
Non voglio farti arrabbiare, però a mio vedere, e con poca tema di smentita, le decisioni politiche di voler garantire ad ogni costo una casa per tutti, la volontà politica di mostrare sempre e comunque PIL in crescita, di garantire un lavoro ad ogni costo (e il costo è la distruzione del futuro), il “forzare” il mercato verso fini a lui diversi, sono “idee” socialiste e comunque non liberiste (che non piacciono perché spietate).
Nello schema socialista lo Stato deve “gestire il capitale” per l’utilità di tutti, e se nel farlo commette un errore la colpa è sua non del capitale di cui lo Stato si è servito; se le cose stanno così, i “colpevoli” materiali di una crisi non possono essere puniti dai loro manovratori. Hai capito vero?