di Luca Conforti
postato alle 11:40 del 27 Agosto 2008 in EconomiaTorna alla home

Il presidente di Banca Intesa salva gli acerrimi nemici Gnutti & Co. Una pietra tombale contro curiosi e magistrati. Con i libri contabili in mano ai periti chissà quante vicende sarebbero potute emergere…

(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore)

«C’era allora e c’è ora una ragione di ordine sociale e civile: in Hopa sono intervenuti molti imprenditori bresciani raccolti attorno a un’idea e a un progetto che ha vissuto alterne vicende. Vedere che tutto questo si concretizza in un fallimento con conseguenze anche di ordine penale, anche per l’idea che ho io dell’economia, è una cosa che preferirei evitare». (Giovanni Bazoli)

In questa dichiarazione il presidente di Intesa Sanpaolo e Mittel spiega perché ha deciso salvare la galassia Hopa-Fingruppo e l’intera razza padana. Pur nel suo sapiente miscuglio di understatement e ipocrisia, fornisce l’interpretazione che contiene il maggior numero di elementi di verità di una vicenda chiusa troppo in fretta. Le cronache hanno riportato in maniera piatta la versione ufficiale secondo cui, dopo i guai giudiziari e di salute che hanno coinvolto Emilio “Chicco” Gnutti, le banche più coinvolte nelle sue scorribande, Mps e il Banco popolare (la ex Lodi), hanno rinunciato ad una parte dei crediti (circa un centinaio di milioni) per permettere l’arrivo di nuovi soci (la Mittel, il fondo Equinox) e ridurre il conto finale della liquidazione. Un puro calcolo contabile? Non proprio e lo ammette persino Bazoli, ex nemico di Gnutti e soci. Proviamo a gettare un po’ di luce proprio seguendo proprio le parole del Professore.

IL PROGETTO - “L’idea” intorno alla quale gli imprenditori si erano riuniti era di fare soldi velocemente con la finanza. Dare i soldi al “Chicco”, inventore della “razza padana”, significava entrare nel miglior hedge fund all’italiana: ingressi selezionati, grossi rischi e grandi ritorni. Gli agiografi parlavano del fiuto di Gnutti nello scegliere gli investimenti in società quotate e non. I pubblici ministeri di almeno tre procure hanno dimostrato che Gnutti era bravo in borsa, ma era superbo nel truccare le partite a cui partecipava. Il suo era il capolavoro del “capitalismo relazionale”: ovvero coinvolgere alcuni amici nei propri affari sfruttando le posizioni che rivestivano in altre aziende. La Unipol di Gianni Consorte e la popolare di Lodi di Giampiero Fiorani erano gli altri perni del sistema che aveva addentellati a Siena, nel Nordest e si nutriva sia di operazioni piccole (la popolare di Crema, le obbligazioni Unipol, compravendite di titoli attraverso banche svizzere, Banca Lombarda), sia di grandi colpi (l’Opa Telecom di Colaninno, il passaggio del controllo a Tronchetti e ovviamente la scalata a Banca Antonveneta e Bnl). Lo schema era semplice: si coltivavano gli amici giusti e questi pilotavano le scelte delle aziende che guidavano per creare gruzzoli da spartirsi. Le vicende sommariamente elencate coprono più di un decennio e hanno prodotto processi ancora in corso e qualche condanna. In generale le accuse di insider trading e manipolazione del mercato sono ricorrenti, ma non mancano l’abuso d’ufficio, il falso in bilancio e altre amenità.

LE ALTERNE VICENDE E IL CROLLO - Hopa, nei suoi momenti di splendore, era chiamata dai giornali “banca d’affari”, pur non avendo né le autorizzazioni della banca centrale, né i requisiti patrimoniali. Il termine più adatto sarebbe stato “comitato d’affari” visto che spesso è servita da cassa di compensazione, in cui la stessa persona a seconda della necessità appariva come venditore, controparte, socio, advisor. Come dimostrano le “consulenze” pagate a Consorte e Sacchetti nella vicenda Telecom nel ’99. Operazioni in barba alla correttezza, alle regole,  e soprattutto agli interessi delle aziende coinvolte che pagavano dalle loro casse tutte le necessità della razza padana. Le “alterne vicende” ricordate da Bazoli potrebbero essere anche tradotte in “passo più lungo della gamba” dell’estate del 2005 con le scalate a Rcs, Antonveneta e l’incursione in Mediobanca. Attacchi che hanno suscitato la risposta dell’establishment e della magistratura. Tutto il castello è crollato, Gnutti ha accettato l’idea di doversi ritirare (per sempre?), ma portare l’intera vicenda al tribunale fallimentare l’avrebbe resa un po’ troppo pubblica.

UN’IDEA DISTORTA DELL’ECONOMIA - E questo ha acceso in Bazoli “L’attenzione agli impatti sul tessuto civile delle vicende economiche, la necessità di evitare situazioni di frattura sociale”. Con i libri contabili in mano a periti esterni quante piccole e grandi vicende sarebbero potute emergere: disparità di trattamento tra i vari imprenditori coinvolti, arricchimenti personali, altre pratiche illecite, magari la scoperta, probabile, che parte dei fondi conferiti a Hopa e Fingruppo da parte dei vari esponenti della razza padana potevano essere del tutto o in parte sconosciuti al fisco. L’intervento di Mittel si è reso necessario per salvare questa cinquantina di “cumenda”, una sorta di ammortizzatore sociale per miliardari. Bazoli naturalmente si è premurato di mandare un chiaro messaggio: “La vicenda è chiusa. Vietato scavare ulteriormente” e senza l’accesso ai documenti da parte degli investigatori e con un tutore tanto importante l’indicazione sarà senz’altro seguita. Rimane il rimpianto per le verità destinate a finire nel dimenticatoio e per il fatto che uno degli esponenti più importanti del capitalismo italiano abbia “un’idea dell’economia” per cui l’insabbiamento è un’azione meritevole, specie se poi serve a collezionare qualche debito di riconoscenza. Una notazione inquietante visto che è stato Bazoli, su richiesta del Vaticano, il custode delle macerie dell’Ambrosiano di Roberto Calvi.

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