Certezza della pena, pietà, o uno sconto al budget dello Stato?

11/08/2009 - Era il 9 agosto del 1969. Un gruppo di Hippy, appassionati dei Beatles, organizza e mette in opera un vero e proprio assalto a un ricco quartiere di Los Angeles. Una scia di sangue che è continuata fino alla fine

     
 

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Era il 9 agosto del 1969. Un gruppo di Hippy, appassionati dei Beatles, organizza e mette in opera un vero e proprio assalto a un ricco quartiere di Los Angeles. Una scia di sangue che è continuata fino alla fine di quell’agosto, sulle note di Helker Skelter. Per il leader di questo gruppo, la canzone presagiva la fine del mondo. Gli otto omicidi dovevano servire a innescare una guerra tra bianchi e neri, che avrebbe dato il via all’apocalisse. Il santone si chiamava Charles Manson, e il suo gruppo restò nella cronaca e nella storia come la famiglia Manson. Durante il processo una ragazza della famiglia fece alcune rivelazioni – cercando però al contempo di difendere Manson – ma di fatto aiutando a ricostruire parte degli accadimenti. Lei era Susan Atkins e oggi chiede di poter essere graziata.

IL PROCESSO – Susan Atkins, in carcere per prostituzione nell’ottobre del 1969 si vantò di aver ucciso Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, senza mostrare pietà per il suo stato di gravidanza. La compagna di cella guadagnò uno sconto di pena e vendette la notizia al direttore del carcere. Il risultato fu la condanna a morte per tutti i componenti della famiglia, tramutata poi in carcere a vita dopo l’abolizione della pena capitale nello Stato della California, nel 1972. “Mi chiese di lasciare almeno che il figlio che portava in grembo vivesse. Le risposi che non avevo nessuna pietà per lei”.

GLI ANNI IN CARCERE – Durante il suo ergastolo la Atkins le ha provate un po’ tutte per uscirne. Si è convertita ai “born again”, una sorta di gruppo cattolico radicale che annovera tra le sue fila anche George W. Bush. Si è sposata con uno di loro, poi con l’avvocato che la difesa fin dall’inizio della storia. Ha fatto anche volontariato in carcere e ha sempre dichiarato alla commissione che giudica un’eventuale revisione della pena, di essere una donna diversa, cambiata.

LA MALATTIA – Ma se uscirà di prigione non è per le sue dichiarazioni, o per i suoi gesti di pentimento. Susan Atkins è malata allo stadio terminale di un cancro al cervello. Le sue condizioni sono critiche, e non le resta molto da vivere. I suoi ultimi sei mesi di vita sono trascorsi lontano dalla sua cella, attaccata a dei macchinari che la tengono in vita. Per questa ragione ha chiesto la grazia, per poter morire a casa.

LA QUESTIONE MORALE O DEL PORTAFOGLI – E’ possibile in uno Stato dove si accetta come fondamento portante della società il poter difendere armati la propria proprietà e dove ancora un buon numero di Stati usano un’iniezione letale come pena per i reati più efferati parlare di gesto di pietà? Le famiglie delle vittime si sono già espresse in modo negativo. Lo stato, retto da un conservatore rivelatosi molto liberal come Arnold “Terminator” Schwarzenegger, potrebbe invece farci un pensierino. La questione non è morale. Il governatore si è già presentato ai suoi elettori munito di grandi forbici per mostrare che vuole fare seri tagli a un bilancio in catastrofico rosso, potrebbe risparmiare diverse centinaia di migliaia di dollari. Le macchine e l’assistenza medica che permettono alla Atkins di rimanere in vita costano al contribuente 10.000 dollari. Al giorno. Proviamo dunque a riformulare la domanda, in modo che suoni più verosimile: sarebbe corretto concedere la grazia a una persona per il solo fatto che il suo ‘costo sociale’ in prigione supera il ‘beneficio sociale’ della punizione? Fino a che punto il principio della certezza della pena va difeso fino a quando diventi troppo oneroso?E che Shwar zy non ricorra a qualche battuta dei suoi vecchi copioni… “Hai lasciato qualcosa anche per noi?“Solo cadaveri.”

     
 

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