Poco ma buono: Nicolò Pizolo e la Cappella Ovetari
23/07/2009 - LA FINE TRAGICA – Ma l’incunabolo del rinascimento veneto, il germe del rinnovamento artistico lagunare, il prodromo degli esiti olimpici raggiunti da Giovanni Bellini, che interpretò e rispose al cognato Mantegna, si basa anche su un’asprezza di rapporti conflittuali tra
LA FINE TRAGICA – Ma l’incunabolo del rinascimento veneto, il
germe del rinnovamento artistico lagunare, il prodromo degli esiti olimpici raggiunti da Giovanni Bellini, che interpretò e rispose al cognato Mantegna, si basa anche su un’asprezza di rapporti conflittuali tra Nicolò e Andrea, tra lo scontro di due caratteri forgiati nell’esperienza dello sfruttamento squarcionesco, due caratteri destinati ad entrare in conflitto come ben presto accadde. Nicolò Pizolo, a cui fu affidata in concorrenza con Mantegna, come attestano i documenti, l’esecuzione della pala in terracotta destinata all’altare della cappella, condotta in collaborazione con Giovanni da Pisa (anche se di recente è stata avanzata ingiustificatamente, ahimè, la proposta di sottrarre al padovano l’opera per assegnarla al solo Giovanni da Pisa su progetto grafico di Donatello), lamentò l’ingerenza continua di Andrea nella confezione dell’opera. I continui litigi, alimentati dal pessimo carattere di Nicolò, provocarono una sorta di divisione dei compiti sinché nel 1453 la scomparsa tragica del Pizolo lasciò campo aperto al Mantegna, all’affermazione della sua concezione eroica dell’umanità, alla sua finzione scenografica di una realtà trasposta nelle venerate vestigia romane. In questa fucina composita, nel crogiuolo di spunti artistici si formarono artisti del calibro di Pietro Lombardo, famoso scultore che, emigrando a Venezia, trasmise in laguna gli elementi lessicali della rivoluzione copernicana in senso rinascimentale.












