di Alessandro Guerani
postato alle 10:36 del 27 Agosto 2008 in InterniTorna alla home

Sì, la giustizia in Italia è un problema. E risolverlo potrebbe anche farci risparmiare. Ma le idee del Governo, forse provocate dal troppo sole estivo preso nelle spiagge della Sardegna, non sembrano risolvere nessuno dei nodi problematici proposti. Anzi.

Chiunque in Italia abbia mai avuto a che fare con le aule dei tribunali sa benissimo che la più grande distanza che ci separa dai paesi propriamente civilizzati è l’abisso della nostra giustizia. Soprattutto sul lato civile anni per aspettare una qualche sentenza, che poi si fa fatica pure a far eseguire, lasciano il campo ai mille centri di potere, spesso criminali, che, al contrario dello Stato, una risposta la danno, e in tempi brevi. Anche sul versante penale c’è da star poco allegri: il 30 per cento dei detenuti nelle nostre carceri sono in attesa di processo e l’unica soluzione che si è escogitato al riguardo, per non incorrere in ulteriori sanzioni e reprimende da parte dell’UE, è stato l’indulto.

RIFORMARE ORA RIFORMARE TUTTO - Una riforma sarebbe necessaria, anzi indispensabile, e, come autorevoli studi hanno affermato, porterebbe come minimo ad un incremento stabile del PIL pari all’1,2 per cento. Ovvio quindi che al riguardo i membri del governo di centro destra, invece di preparare e presentare un testo di riforma articolato e complessivo, ne parlino in pieno agosto, fra una crociera al largo della Sardegna e una cena a Porto Fino. Ecco quindi prima Berlusconi annuncia in una intervista la prossima riforma della giustizia: separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e PM, indirizzo dell’azione penale con abolizione dell’obbligatorietà, criteri meritocratici nella valutazione del lavoro dei magistrati. Nonostante il Cavaliere abbia affermato che si ispirerà alle idee di Falcone, non ascoltando fortunatamente Dell’Utri che avrebbe preferito sicuramente le idee dell’eroe Mangano, rimane il dubbio della boutade estiva mischiata al classico messaggio trasversale ai giudici e al PD.

ABBIAMO SCHERZATO - Non passano infatti due giorni che, fra gli strepiti di nuovo fascismo dell’ANM, l’avvocato principe del Premier, Niccolò Ghedini, già si rimangia buona parte di quanto sopra. No no, i PM non devono dipendere dall’esecutivo, non siamo mica in Gran Bretagna, Francia o gli USA (dove i PM non dipendono dall’esecutivo ma dal Procuratore Distrettuale, carica elettiva, ma sorvoliamo). E il CSM? Ne facciamo due, uno per i giudicanti l’altro per i PM. L’azione penale obbligatoria? Deve restare così come è. E’ un valore che consente di avere certezze. Giusto il tempo di rimanere basiti a ragionare su quanto due CSM possano peggiorare il vizio di corporativismo già oggi presente nell’organismo di autogoverno dei giudici, o iniziare a temere il gioco dei politici a “farsi amico” uno dei due CSM, usando magari qualche legge carica di prebende e ricche pensioni, che spunta un’altra dichiarazione. Questa volta è del portavoce “ufficiale” di Forza Italia, Daniele Capezzone, che ribadisce l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, riconfermando però la separazione delle carriere, la riforma del CSM (come?) e lo snellimento (ancora, come?) del processo civile.

OBBLIGATORIETA’ DI CHE? - Certo, la possibilità di abolire l’obbligatorietà dell’azione penale è affascinante, di per sé. Anche perché, nei fatti, questa è già abrogata visto che i Pubblici Ministeri non riescono certo a perseguire tutti i reati di cui vengono a conoscenza, essendo già in difficoltà nel fare le fotocopie in palazzi che cadono a pezzi e senza personale ausiliario. Ma, in un paese come questo, la proposta è semplicemente impolitica: nel senso che già l’adombrarla rischierebbe di dare l’impressione, in una nazione impregnata di cultura del sospetto, di dare troppa discrezionalità all’inquirente, che così sarebbe legittimato a perseguire taluni reati (a seconda della parte politica si decida quali) piuttosto che altri. Legittimando poi anche l’impunità dilagante in tanti settori della nostra società.

PROPOSTA DI RIFORMA - Invece una riforma che snellirebbe il rito potrebbe essere l’abolizione dell’Appello. In un sistema procedurale che ha visto il passaggio dal rito inquisitorio a quello di stampo anglosassone, dove la prova viene formata in dibattimento, la possibilità di poter ricorrere dovrebbe essere limitata, come appunto in quel genere di rito, solo ai casi dove una delle parti possa portare nuove prove. Se infatti l’Appello aveva un senso una volta dove la prova si formava nel lavoro del giudice inquirente e quindi bisognava dare una tutela agli imputati che le prove potessero essere esaminate da diversi magistrati giudicanti, che senso ha adesso che la prova è costruita durante il processo con le due parti, accusa e difesa, ad “armi pari”? Che eran tutti imbecilli in aula quando si formava o meno? Certo sarebbe una riforma a costo zero che però costerebbe tantissimo ai colleghi avvocati di Niccolò Ghedini, che prosperano su parcelle derivanti da anni di azioni giudiziarie. Quindi sapremo già cosa succederà a settembre. Si farà una gran confusione, strepitii di qua e di là, qualche modifica minacciata da scambiare con qualcos’altro, e tutto come prima o quasi. Si accettano scommesse ma dalla SNAI mi dicono che le quote sono molto molto basse.

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