I love Radio Rock: tra nostalgia e rock’n'roll
21/07/2009 - Su Giornalettismo la visione del film che racconta le vicissitudini della più famosa finta radio pirata britannica degli anni ’60. Un trip di rock’n'roll che vince sulla superficie, ma non convince appieno nell’anima. E’ sbarcato nei cinema promettendo faville l’ultimo
Su Giornalettismo la visione del film che racconta le vicissitudini della più famosa finta radio pirata britannica degli anni ’60. Un trip di rock’n'roll che vince sulla superficie, ma non convince appieno nell’anima.
E’ sbarcato nei cinema promettendo faville l’ultimo film di Richard Curtis, direttore tra gli altri di Quattro matrimoni e un funerale, che, ahinoi, di rock britannico porta solo un pesantissimo cognome. La sua ultima prova infatti è un film che porta sulle spalle notevoli responsabilità, in quanto sceglie un argomento di grandissimo potere sui suoi spettatori: la musica. Nessuno può vivere senza musica e, dopo gli anni ’60, questo vuol dire che nessuno può vivere senza il rock. Queste responsabilità vengono però tradite e disattese, anche se non completamente.
Vediamo di scoprire come.
LA STORIA – 1966, Inghilterra. E’ il tempo dei Turtles, dei Beach boys, degli Who. Eppure le radio sul suolo nazionale trasmettono solo un pugno di minuti di blanda pop music al giorno. L’unica speranza per non essere tagliati fuori dagli ascolti che hanno ispirato una generazione sono radio pirata che trasmettono dai posti più impensabili. Il film racconta la storia di una di queste radio, creata all’occasione per questa pellicola, e piazzata nel bel mezzo del Mare del Nord: Radio Rock. Gli occhi di Curtis ci conducono, mediante il punto di vista di un ragazzino appena arrivato sulla barca, a scoprirne la vita quotidiana fatta di vaffanculi e scommesse, scopate e fumate. Fino a che dal governo di sua maestà non si decide di agire per fermare tutto questo.
MISCASTING – Sembra, a tutti gli effetti, il paradiso di chi ama gli anni ’60 londinesi e un certo qual spirito di rivolta verso le grigie istituzioni politiche. E in effetti tutto questo è gridato nei contenuti più espliciti del film. Cosa c’è che non va allora? La prima cosa che salta agli occhi è che questo progetto sia fondamentalmente nelle mani sbagliate. Per quanto riguarda gli attori non ho assolutamente nulla contro Philip Seymour Hoffman, che ritengo un ottimo attore (Il Grande Lebowsky, Onora il padre e la madre). Ma non si può non pensare che per quel ruolo sia nato Jack Black, lui e nessun altro. Per quanto riguarda la regia e la scrittura del film è sconfortante vedere che questo inno alla satira e all’anarchia sia posto nelle mani del realizzatore del Diario di Bridget Jones. Posso solo immaginare cosa avrebbe fatto un Edgar Wright al suo posto (L’alba dei morti dementi, Hot fuzz). Perché i contenuti al livello più superficiale ci sono. Come l’abilità di far immergere lo spettatore nei leggendari Sixties. E anche la scelta musicale è fantastica (ma d’altronde era quasi impossibile da sbagliare): quella scena con A Whiter Shade Of Pale è veramente da brividi. Ma manca quell’abilità con la macchina da presa e quell’attenzione ai dettagli che trasforma una bella idea in un film epocale.
IL POTERE SEDUCENTE – Prendiamo il personaggio interpretato da Kenneth Branagh. Lui rappresenta il grigio burocrate contro cui lo spirito anarchico del rock’n'roll è chiamato a combattere. E’ una macchietta e in un certo senso va bene così. Ma non può che far nascere un sospetto, appena si ha l’accortezza di grattare la superficie dell’apparenza. E’ quello il potere oggi? La risposta è no. La subdola mossa del potere di oggi è quello di essere molto più colorato e attraente della ribellione. Il potere oggi è un puttaniere, è un ubriacone, è un pagliaccio. Al giorno d’oggi è con i vaffanculo e lo sballo egoistico fine a se stesso che si mantiene il giogo sulle persone. Fumarsi uno spinello è diventato un atto senza più un perché, un’idea di fondo che andava bene negli anni ’60. Ma adesso è il vero oppio con cui si cerca di anestetizzare le menti e mettere a tacere le domande riguardanti la verità, la libertà e la satira che il potere tradisce ora come allora. Solo che oggi ha un migliore reparto di
public relations. Lungi da me fare del moralismo spicciolo, ma ormai siamo giunti alla cultura dello sballo come fine e non come mezzo per rivoltare il mondo. E questo è, a ben vedere, quasi incoraggiato dal film, visto oggi.
NOSTALGIA COME REAZIONARISMO – Tenendo conto un altro aspetto critico del fare un film che esalta lo sballo e la musica dei Sixties oggi. E cioè che è un film che pericolosamente scivola nel luogo comune dei bei tempi andati. E’ molto chiaro un monologo di Hoffman verso la fine “Ci saranno milioni di canzoni meravigliose a partire da oggi”, ma questo messaggio difficilmente viene recepito dallo spettatore. Chi guarda è portato a pensare che quella fosse un’epoca mitica e irripetibile, irraggiungibile. Che quello sia stato il massimo, sia della vita che del rock. Nulla di più falso. E’ una nostalgia simile al “Si stava meglio quando si stava peggio”, è il conservatorismo delle idee, è la negazione che il presente e il futuro possa essere costruito per essere migliore. Non lo sarà necessariamente. La storia ci insegna a negare il positivismo. Ma di certo nessuno lo costruirà questo presente migliore se tutti rimarranno a guardare sconsolati un bel passato pensando che a quanto è impossibile tornarci. I Cream o Hendrix non hanno creato quello che hanno creato pensando che il passato fosse troppo grande per loro. Questo il film non lo sa comunicare.













Mmmh..
Penso che non basti riempire di ciuffi ribelli, pantaloni a zampa e camicine colorate una pellicola per poter fare un film un periodo come quello degli anni 60.
La ribellione non sta dietro quattro indumenti e una pettinatura ben curata, se si racconta in maniera leggera ciò che si vuole raccontare..
Malgrado io non abbia visto il film, anch’io ho l’impressione che questo film abbia dei vuoti.. a mancare non sono solo dei dettagli nella ripresa, ma la costruzione in se della storia.
Gli anni sessanta non erano solo pantaloni a zampa, vaffanculo, spinelli, e canzoncine rock…
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