Cultura

La scomparsa della letteratura

«Essere incapaci d’inventare» che per molti potrebbe risultare un’ammissione della propria impotenza è invece l’unica garanzia che può salvaguardare la vera essenza artistica perché è il riconoscimento pieno del debito che ogni scrivente ha di quell’ominide che diede il via alla prima narrazione che avvenne, come sostiene Nabokov, non tanto quando il nostro antenato gridò “al lupo al lupo” e il lupo c’era davvero, ma quando, dietro quell’appello di aiuto, si nascondeva la burla nei confronti della propria comunità. «Non ha molta importanza se il poverino, per aver mentito troppo spesso, sia stato alla fine divorato da un lupo. L’importante è che tra il lupo del grande prato e il lupo della della grande frottola c’è un magico intermediario: questo intermediario, questo prisma, è l’arte della letteratura». Il vero letterato è prima di tutto, quindi, un falsario: prende il reale, lo modifica come un demiurgo e ce lo rende trasformato e pieno di consolazione o di sgomento (o un mix di tutt’e due le cose).

DISCEPOLI DELLA NATURA - Per cui occorre oggi, ancor più di ieri, smetterla definitivamente con l’assurda pretesa illusoria di ergersi a modello originario, a creatore di un mondo nuovo. Essere discepolo è il destino di ogni vero artista, fosse anche essere discepolo di quel reale chiamato Natura. Se in altri campi del sapere umano si assiste a una evoluzione costante che rimette in causa continuamente le scoperte e i lavori acquisiti, in campo prettamente artistico invece l’evoluzione è cosa più controversa, e il riferimento agli antichi maestri è sempre imprescindibile: soprattutto per quel che riguarda il contenuto dominante della vera arte ci si rende conto, se non si è accecati dall’alterigia della propria vanità, che esso è rappresentato dalla «grandezza della sconfitta umana» (Danilo Kiš). Tutta la vera arte parla di questo, cioè il fallimento, la sconfitta, la deriva, sono il suo autentico referente. E quale speranza ha oggi chi vuole rappresentare questo ineludibile referente di essere considerato, capito, accolto, ascoltato e – addirittura – messo nelle condizioni d’influire nella pratica dell’esercizio del potere? Potere dominante che rincorre il mito delle mirabili sorte e progressive dell’umanità? Essere veri scrittori oggi è diventata sempre più una missione inattuale, uno sforzo di Sisifo, una vocazione alla cenere. La letteratura è sottoposta dalla storia a un processo umiliante e i veri scrittori e poeti non possono che essere messi con le spalle al muro. Gli scriventi, i pubblicisti invece hanno altri fini, altri orientamenti che li tengono legati alla finzione del contingente. Infatti, la preoccupazione di questi ultimi è legata al guadagno immediato, alla conquista del timbro del diritto d’autore, all’auspicio dell’hit parade e del passaparola, alla speranza che un regista e un produttore riescano a volgere i loro sforzi trasformando il libro in una pellicola cinematografica. Speranza vana: la valanga inesorabile composta dalla moltitudine delle pubblicazioni sommerge tutto e non lascia respiro al pensiero. Siamo in troppi ad essere alfabetizzati, troppi a prendere in mano una penna e a credersi padroni di esprimere opinioni, di descrivere un paesaggio o un profilo psicologico. Anch’io sono di troppo, vi ho fatto perdere tempo. Sputatemi addosso.

[Comunque, buone vacanze e buone letture]

20 commenti a La scomparsa della letteratura

  1. Luca, scrivi cose troppo intelligenti per noi :-)

  2. Semplicemente mi sforzo di stare al vostro passo
    :-)

  3. ci sopravvaluti; oppure ti sottovaluti ;-)

  4. Luca Massaro

    Segnalo due piccoli refusi, di cui sono responsabile.
    Il primo al 5° rigo leggasi “coloro che hanno bisogno”.
    Il secondo nella seconda pagina, leggasi “mirabili sort[i] e progressive.

  5. Sarebbe bello ricondurre la letteratura alle sue radici! :) leggere gli scritti di un moderno “sommo poeta” o la lirica moderna di Saffo…la cui poesia ridisegna in modo spettacolare i nostri tempi! :)

    Complimenti per l’articolo!

  6. gloria

    “Non esistono storie nuove”, forse. L’uomo del resto non si è evoluto pià di tanto negli ultimi secoli. Non mi sembra però un buon motivo per non raccontarle:) Studiarle? No…gustarle semmai, trarne qualcosa, foss’anche solo uno punto di vista nuovo o un riconoscimento. Io spesso mi son chiesta a che serve la posia nelle scuole, a che serve far studiare le opere di persone che hanno fatto della propria esistenza una passeggiata sull’orlo del baratro della sensibilità e della disperazione o della follia, se poi restiamo imbecilli, chiusi, incapaci di portare i versi nell’animo.
    Studiare le poesie come altro è solo un compito cui si deve assolvere per non farsi bocciare, o per prendere dei buoni voti. Triste, molto

  7. cordapazza

    Nel testo ci sono molti spunti, ognuno meritevole di infiniti approfondimenti: dalla concezione dell’assoluto hegeliano, a sua volta ampiamente storicizzata, alla funzione delle letteratura sotto i regimi autoritari che evidentemente, in quello stadio storico, ne avevano disperato bisogno per propagandare e “costruire” l’uomo nuovo (si confronti, visto che ne accenni nel pezzo, alla irrisione beffarda che Nabokov fa del “Che fare?” di Černyševskij, una specie di antesignano dello zdanovismo socialista, molto letto e meditato da Lenin); al fatto che il canone narrativo ingabbierebbe il pensiero (non ne sarei molto sicura; in una fase letteraria così schizomorfa come l’attuale un genere apparentemente rigido può far cozzare dentro di sé scintille e bagliori di altra natura, come hanno fatto in passato Borges e, vabbè, Nabokov con l’apparente giallo di “La vera vita di Sebastian Knight”, o gli stessi Fruttero&Lucentini in Italia, grandissimi).
    Ora, secondo me, non si tratta del fatto che la letteratura rischia di morire e afflosciarsi su se stessa se non è in cattedra, solenne, se non riflette sé stessa con magniloquenza (è stata tale in specifici periodi culturali, però); né si può dare un giudizio di valore sulla stessa nella misura in cui si erge a spada tratta contro il Potere (questo potrebbe farlo uno scalzacani qualsiasi, ma magari ci troveremmo a leggere uno scritto che è tutto tranne che letteratura!). Perché questo? Perché la letteratura agisce, opera attraverso infinite mediazioni e ri-mediazioni; il problema della sua nascita o della sua morte non si pone neanche, essa “sta” (Montale) come un albero, una pietra.
    Perché si continuano a scrivere romanzi e poesie quando tutto sembra che sia stato già detto, mentre il coro afferma che “tanto vale tacere”? Quelli che vedono questa fragilità della letteratura, pur volendola difendere, non ne hanno capito molto, oppure la riducono a una semplice forma di intrattenimento, cosa che spesso accade, ma non sempre e non solo.
    Il fatto è che essa è, specificamente e soprattutto, una forma di pensiero, una delle più grandi: l’unica capace di offrirci saperi e intuizioni che non potrebbero essere espresse in nessun altro linguaggio settoriale ( filosofico, religioso, psicologico etc).
    Non è che ci illumini tutto il percorso, la sua luce è magari più debole, ma necessaria: ci aiuta a cogliere la complessità, la zona d’ombra. Per questo le narrazioni, le invenzioni, ci accompagnano da tanti secoli: ognuno di esse ha una sua specifica zona d’ombra, una corrente di pensiero che solo dalla letteratura e grazie ai suoi specifici strumenti può essere (debolmente) illuminata: quello che, appunto, solo la letteratura può fare. E magari è anche questo il suo mistero.

  8. studiare le poesie(racconti, canzoni, quadri, opere teatrali, ecc ecc) non serve per assolvere un compito, serve per conoscere un altro punto di vista sulle cose. la letteratura non è morta, è appena nata. è sempre difficile capire per i contemporanei le rivoluzioni di cui fanno parte. siamo abituati a guardarle dall’esterno( come si fa con il passato) ma l’arte sta diventando per tutti e di tutti, ed è una visione che gli scrittori morti non hanno mai avuto. però io al posto di lamentarmi della letteratura morta, darei spazio a scrittori vivi. avete un giornale, create cultura oltre che informazione. magari chiedendo a giovani scrittori presi dai concorsi, da internet e da chissà che altro posto per pubblicare più spesso racconti, storie, poesie ecc ecc.

  9. cordapazza

    caldamente raccomandato Danilo Kiš, anche lui così adorabilmente nabokoviano…;-)

  10. Forse ho letto male l’articolo (prometto di rileggerlo tutto, però), ma ci sono alcune posizioni che mi lasciano perplesso.

    ” Siamo in troppi ad essere alfabetizzati, troppi a prendere in mano una penna e a credersi padroni di esprimere opinioni, di descrivere un paesaggio o un profilo psicologico.”
    Prima però questo frammento: sono d’accordissimo, ed è una ottima co-spiegazione della valanga di titoli (inutili) che circolano, assieme al basso livello assoluto e alla travisazione di cosa sia arte.

    Quel che non mi torna del pezzo (ben scritto, comunque) è che forse si confonde l’arte letteraria con la “denuncia” e lo “scontro”, da cui anche l’accostamento alla “sconfitta”. In realtà l’arte non è solo questo, ad esempio quasi tutta l’arte di Beethoven è una esaltazione della vittoria dell’uomo o per lo meno della speranza (sua una poesia appunto “alla speranza”: die du so gern in heiligen naechten feierst ecc. ecc.). E nel resto della letteratura è pieno di “scontri” che finiscono bene, ma anche di mere contemplazioni del bello.
    Magari ho capito male io l’articolo.

    Un altro punto che non mi pare venuto fuori è la confusione tra “contenuto” “messaggio” dell’arte (nel caso letteraria) con la “forma”. L’arte come parola significa “saper fare bene”, l’artista è quello che sa tirar fuori dalla materia (anche letteraria) il risultato esatto che aveva in mente; oggi invece pare che l’arte sia solo il contenuto e si sorvola sulla forma, ottenendo sgorbi di plastica spacciati per sculture solo perché l’autore DICE a priori il messaggio, e scrittori osannati perché parlano della guerra o dell’amore o di cazzi enormi tralasciando se il loro stile abbia di per sé valore.

    Il combinato di questi tre appunti (forma, tematica, eccesso di offerta) va a offuscare i letterati che possono definirsi tali su tutti gli aspetti.
    Ho scoperto Niffoi, e a parte la forza delle storie si può vedere l’evoluzione del suo stile fino a quel “ritorno a baraule” con pagine che sono assolutamente belle come quadri (magari sono delle merde e piacciono solo a me, questo spero qualcuno me lo dica). Niente a che vedere con tanta altra roba che ho letto, italiana o estera, che semplicemente trattava di cose che potevano interessarmi ma che non sono opere d’arte come ho inteso finora.

    L’arte letteraria non va a scomparire, l’arte che si può dire arte è solo confusa in un fiume di letame, solo che mediamente non siamo in grado di separare merda da poesia perché non sappiamo vedere la bravura nell’atto.
    E l’industria letteraria ci marcia.

    Se ho detto cazzate mi scuso.

  11. Hai ragione Gloria! a cosa sia servito studiare per altro a memoria le poesie?? :)
    …forse ad allenare il cervello…e per cosa?
    ma una volta imparata non si dimentica più, rimane impressa nella mente.
    Io, ricordo ancora a memoria “il passero solitario” del Leopardi… ho odiato tanto quella poesia :) :) :)

  12. Pingback: La scomparsa della letteratura : Giornalettismo

  13. cordapazza

    D’accordo con Leonardo, soprattutto quando insiste sul non confondere bontà a priori del “messaggio” (brrrr, il messaggio) e capaità poietica per definizione dell’arte.
    Si veda Niffoi: è grande non solo per l’inventiva straordinaria che muove dalle sue radici etniche e culturali e che poi, però, vola per conto proprio (e qui sta l’arte), ma anche perché è riuscito, poieticamente, a crearsi una sua grammmatica dei suoni, un linguaggio tutto suo e assolutamente congruo per plasmare il suo mondo fantastico.

  14. Luca Massaro

    Innanzitutto, grazie a tutti voi per aver “letto” questo articolo.
    Alcune precisazioni: il titolo non è mio ma “rubato” a un capitolo del libro citato di Maurice Blanchot. Ispiratore dell’articolo è stato Vertigoz col suo divertentissimo Prontuario 1 e 2
    Cordapazza, il tuo commento è superbo minisaggio: averti fatto venire in mente la parodia nabokoviana di Černyševskij è un onore e un’emozione. Il Dono è per me uno dei libri più straordinari che siamo mai stati scritti. E poi Borges, Montale. Càpperi che suggestioni!
    Riguardo allo “stare” della letteratura: se tutti noi, ammiratori delle varie arti, potessimo continuare il nostro esercizio di ammirazione standocene tranquilli dentro una bella torre d’avorio, allora potremo diventare, chi più e chi meno, dei piccoli Montaigne che si cibano di questi artefatti umani dai quali magari scaturiranno delle successive riflessioni in forma diaristica che diverranno a sua volta letteratura (nei casi più pregevoli).
    Riguardo a ciò che scrive Leonardo Daverio Patrizi, ritengo che la quasi totalità dell’arte moderna (e non solo) degna di questo nome sia arte del sospetto, della critica, dello scetticismo, manifestati attraverso molteplici stili e forme; anche quando si contempla un tramonto – magari con stile nabokoviano – ci rende conto dello struggimento che ci cela dietro l’attimo descritto, la chiara sensazione che la felicità autentica può essere vissuta solo nel ricordo. Ciò che mi premeva in questo articolo è far emergere la contraddizione patente tra ciò che la vera letteratura dice e la sua “ricezione” da parte nostra. Ebbene, quanto di questo “contenuto” è preso alla lettera? Quanto invece ne vien fatta tara? E quel che scrive Gloria mi fa venire in mente questo passo di Alfonso Berardinelli che riporto: «Che cosa fare di quello che dicono Kierkegaard e Leopardi della modernizzazione e del progresso? È possibile insegnare autori simili? Dove portano? Si deve o no prenderli sul serio, cioè alla lettera? O invece ci si deve applicare a ridimensionare (come volgarmente si dice) i loro eccessi? Bisogna ascoltarli, ma fare una tara a quello che dicono? Spiegare le loro affermazioni con i loro fallimenti privati, i loro amori infelici, le loro inettitudini, la loro mania di persecuzione? Confesso che io, neppure come appartenente all’infame categoria dei docenti, mi sentirei di fare una cosa simile ai miei cari autori moderni. No: ridimensionarli e far loro la tara, mi sembra quasi infame. Sarebbe meglio cambiare mestiere. Ma infine che razza di mestiere è il mio? È un fare propaganda all’angoscia? Condurre per mano verso la più melanconica delle critiche sociali? Illustrare la chiaroveggenza dei misantropi? Trasformare i miei studenti in disadattati, asociali, spostati che prendano in simpatia l’andare contro corrente? Che cosa faccio veramente quando insegno letteratura contemporanea? Parlo della fine del mondo a dei ventenni che saranno la classe media di domani?»
    È vero ciò che scrive “uno sconosciuto”: occorrerebbe una prospettiva diacronica per capire cosa si salverà dell’attuale mare magno di pubblicazioni, cosa sarà degno di ricordare e studiare, cosa invece di obliare e obliterare. Non mi trova però d’accordo quando parla di scrittori “morti”. Ciò che si ricorda e legge non è morto, Dante ancora passeggia insieme a chi gradisce la sua compagnia, anche perché se si vuole avere un’esperienza poetica come quella della Commedia non esiste e (molto probabilmente) non esisterà più alcuno scrivente di questa nostra lingua in grado di farcela riassaporare.
    Per concludere, cito di nuovo Danilo Kiš, (Homo Poeticus, Adelphi 2009) che rivolgendosi a un giovane scrittore scrive: «Ricordati sempre questa massima: “Chi centra l’obiettivo sbaglia tutto”».

  15. icy

    Beh, a cosa serve studiare le poesie a memoria? Per la stessa cosa a cui serve imparare a far di conto. Ovvero a nulla, a meno che non sia qualcosa che ricada nel lavoro/interessi del singolo.
    Sulla fine della letteratura invece ho qualche dubbio, di tipo più logico che informato.

  16. Forse bisognerebbe prima capire se si parla di arte moderna, o contemporanea, e soprattutto mettere delle date e dei paletti. In ogni caso io faccio riferimento all’arte tutta, non per nulla ho richiamato un “romantico” nel vero senso della parola (quando romanticismo non era sdolcinatura, ma eroismo e idealismo), quindi non esattamente “pensiero moderno”; se poi Beethoven è moderno, be’ allora non tutto il moderno è “sospetto”.

    Ripeto che forse sono io che non riesco a capire la tua elaborata prosa (io sono uno stronzo bancario che si atteggia a economista, il che sta alla letteratura quanto Totti alla fisica matematica), ma non mi pare che tu abbia replicato a quanto ho detto io sulla distinzione tra arte quale “saper fare” e il concetto se vuoi moderno di arte come “contenuto” a scapito (o oltre, perché no?) la forma.
    Come dice un mio amico “non c’è etica senza estetica”; il non poter o sapere rendere una forma che faccia intendere la padronanza del mezzo espressivo per me getta forti dubbi sulla capacità poi di padroneggiare il contenuto, che può ben diventare un pretesto per vendere ciarpame in una forma che qualunque pezzente letterario può produrre.

    Cercando di riassumere: non veder letteratura perché non si vede “scontro” ma un proliferare ad esempio di melassa stucchevole mi pare eccessivo; che poi il momento storico renda più prono l’artista al “dubbio” e al “dolore” è tutto un altro discorso (una maggioranza non è comunque il tutto). Artisti della penna esistono assolutamente, ma sono fortemente diluiti nella massa di produzione che giustamente ti schifa (la stessa cosa che succede per la musica, se hai letto il mio pezzo qui su giornalettismo).

    E ha senso leggere Kierkegaard? Sì che ne ha! E se non per il contenuto, che potrebbe essere superato o fuori luogo attualmente (ad esempio così non è, secondo me, per Baudelaire, che è ancora attualissimo) almeno per la forma, per come ha affrontato i problemi, per la sua logica esposta.

    Il contenuto è importante; altrettanto la forma. Il David di Michelangelo è stupendo, e tutti lo vedono stupendo, anche se in pochi hanno visto quanto è grande la testa e la mano, cioè vedono la forma ma non leggono il messaggio di l’esaltazione dell’intelligenza attuata con il gesto preciso manuale. E resta un’opera d’arte.

  17. sofia

    Col cavolo che ti sputo addosso, sono Estasiata! Complimenti Luca, davvero.

  18. cordapazza

    Contentissima che su Giornalettismo scriva un ragazzo che prova brividi alle scapole quando legge Il dono e che come me lo considera un vertice della letteratura russa del Novecento (perché, come dice il nostro Vladimir, l’emozione estetica si sente non nel cuore ma nel midollo spinale, cioé in quello che di più grande abbiamo).
    Riguardo a quello che dici sui problemi della ricezione, e sulla “tara” che si fa al contenuto (e non solo ad esso, a questo punto), penso, da inguaribile filoproustiana, che succeda spesso che i “grandi pensieri non comprendano sé stessi” (Adorno), anche quando ci troviamo di fronte a geni assoluti, e che quindi spesso le opere vadano aldilà delle loro originarie intenzioni: che quindi il loro futuro autentico sia la posterità: la posterità dell’opera.
    Ti regalo a mia volta una citazione da Eliot che mi ha colpito:
    “L’ordine letterario esistente è in sé concluso prima che arrivi l’opera nuova; ma dopo che l’opera nuova è comparsa, deve tutto essere modificato, magari di pochissimo; tutti i rapporti, le proporzioni, i valori di ogni opera trovano un loro equilibrio; e questa è la coerenza tra l’antico e il nuovo. Chiunque approvi questa idea di un ordine, di una forma che è propria della letteratura europea non troverà assurdo che il passato sia modificato dal presente, come non lo è che il presente trovi la propria guida nel passato”. Insomma, il passato dell’opera modificato da tutti i presenti che gli fanno seguito.
    (T.W.Adorno, Note per la letteratura, Einaudi;
    (T. S. Eliot, Tradizione e talento individuale”,in Opere, Bompiani)

  19. Luca Massaro

    @ Leonardo.
    Ciò che scrivi lo condivido. Sulla distinzione che mi chiedi, sui paletti da mettere… Beh, ho scritto questo pezzo in modo rabdomantico cercando di elaborare una certa idea della letteratura che mi frullava nella mente. A volte, di sicuro, possono esservi anche delle contraddizioni o dei nodi che non riesco a sciogliere. Riguardo al tema che mi chiedi, dovrei riflettere, rileggere, ma a botta calda rispondo: per me la “forma” è il “contenuto”. Eventualmente, nei prossimi giorni, vedrò di rispondere più dettagliatamente.

    @Cordapazza.
    Grazie per il “ragazzo”. Del Sessantasette, ma ragazzo. Ma soprattutto, rinnovo il mio piacere nello scovare una sapiente nabokoviana tra i “giornalettisti”. Inseriamo le nostre “spine” dorsali nella stessa presa per dare una scossa “culturale” alla redazione :-D

    @Sofia
    Ciò che dici è per me un regalo. Grazie.

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