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Culturadi Luca Massaro
pubblicato il 21 luglio 2009 alle 11:30 dallo stesso autore - torna alla home

«Spesso ci si sentono fare strane domande, come questa: “Quali sono le tendenze della letteratura attuale?” o: “Dove va la letteratura?”. Domanda sorprendente, ma ancora più sorprendente è il fatto che una risposta c’è, e facile: la letteratura va verso se stessa, verso la sua essenza, che è la sparizione.

Coloro che fanno bisogno di affermazioni così generali possono rivolgersi a Hegel 03 La scomparsa della letteraturaquello che si chiama la storia. La storia gli insegnerà che cosa significhi la celebre parola di Hegel: “L’arte è per noi cosa passata”, audacemente pronunciata in faccia a Goethe, nel momento del grande slancio romantico, quando la musica, le arti figurative, la poesia sono in attesa di opere importanti. Hegel, che inaugura il suo corso di estetica con quella pesante parola, lo sa. Sa che all’arte non mancheranno le opere, ammira quelle dei suoi contemporanei e talvolta le preferisce (le disconosce anche), eppure “l’arte è per noi cosa passata”. L’arte non è più capace di portare il bisogno d’assoluto. Quel che conta in senso assoluto è ormai il compiersi del mondo, la serietà dell’azione, i compiti della libertà reale. Solo al passato, l’arte è vicina all’assoluto, solo in un Museo [in una Biblioteca] essa conserva potenza e valore. Oppure, sciagura peggiore, cade in noi fino a diventare puro piacere estetico o ausiliario della cultura. Questo si sa bene. È un futuro già presente. Nel mondo della tecnica, si può continuare a lodare gli scrittori e a far ricchi i pittori, onorare i libri e allargare le biblioteche; si può riservare all’arte un posto perché è utile o perché è inutile, opprimerla, diminuirla, lasciarla libera. La sorte, in questo caso benigno, è forse più maligna. Apparentemente, l’arte, se non è sovrana, non è niente. Di qui l’imbarazzo dell’artista, d’essere ancora qualcosa in un mondo in cui si sente ingiustificato». Maurice Blanchot, Il libro a venire, Einaudi, Torino 1969.

 RIPETIZIONI -Tranne due o tre titoli che ho letto, a volte quasi con piacere, io non riesco a interessarmi della letteratura contemporanea sia italiana che straniera, di qualsiasi genere (soprattutto i gialli: che palle i gialli). Inventare storie ha oggi ancora senso? Secondo me, il canone narrativo ingabbia il pensiero e lo costringe alla vacua ripetizione del già detto. Non esistono storie nuove. Esistono eccezioni, per carità. Ognuno faccia i nomi che ritiene opportuno. Ma la letteratura sta perdendo posizioni di rilievo, è sempre più ai margini, sempre meno considerata. Anche prendere il Nobel per la letteratura ormai serve solo a commentare gli eventi dell’attualità (a pagamento, immagino) accanto a quello di poeti volatili (Rondoni, Balestrucci…vedi, la Domenica del Sole 24 ore di ieri). Allora conviene chiedersi: quali altri tentativi ha l’arte letteraria di fuoriuscire da se stessa per ritornare in cattedra, in posizione di vertice, non più serva di alcun potere (mondano o divino) ma essa stessa diveniente oggetto di venerazione? In altre parole, la letteratura oggi, nel nostro mondo occidentale assuefatto, ha dentro sé un autore che spaventa ancora letteratura 02 La scomparsa della letteraturaqualcuno da meritarsi il pericolo di una censura, di un bavaglio, di uno Spielberg? Per fortuna sì o per fortuna no? Possibile che nessuna parola oggi preoccupi più il potere? Nemmeno quella che riflette con chiara luce la verità? Spesso mi chiedo perché soltanto i regimi totalitari prendano sul serio la letteratura. Basti guardare, come esempio, alle grandi dittature del Novecento che avevano praticamente lo stesso atteggiamento e le stesse attese di fronte all’arte in genere e, soprattutto, a quella letteraria. Rosenberg, ministro della Cultura nella Germania hitleriana sosteneva: «La personalità dell’artista dovrebbe svilupparsi liberamente e senza restrizione. C’è però una cosa che noi chiediamo: un riconoscimento del nostro credo». Lenin, pochi anni prima, affermava: «Ogni artista ha il diritto di creare liberamente; ma noi comunisti dobbiamo guidarlo secondo un piano».

COME MARIONETTE - Perché si ammirano ancora, e con ragione, soltanto i maestri del passato?Per la loro spietata azione critica; per il loro rifiuto sistematico del luogo comune, dello stereotipo; per il loro cozzare indefesso contro il muro di gomma della stupidità, della cattiveria. Infatti, dove si è formata gran parte della grande arte letteraria? Nell’esilio, nell’assenza di patria, nel sentirsi autenticamente apolidi, non appartenenti, in quanto ogni forma di adesione identitaria manifesta la propria paura di non sussistere solo con se stesso. E chi non riesce a stare bene con se stesso vive la disperazione della propria finitudine, del proprio misero io appiccicato al reale come su carta moschicida. Intrappolato in qualsiasi inno o bandiera o credo, l’individuo non si accorge nemmeno di essere la marionetta di se stesso, convinto com’è di possedere quella che s’ostina a definire libertà. La vera libertà però è fuga da qualsiasi prigione identitaria. Ma oggi, mi direte, questo è un rischio che la letteratura sembra non più correre presa com’è nel vortice dell’individualismo più sfrenato. Ognuno è più o meno libero di scrivere ciò che vuole con buone speranze di essere pubblicato (e premiato). Ma il riconoscimento è una farsa perché non ha più alcuna presa politica, né influenza diretta sulle sorti e del potere e delle menti che sorreggono questo potere. Il cantastorie non impensierisce più il re di turno: tutti i suoi spari sono a salve. Il dubbio, il sospetto, la verità nuda e cruda diventa solo interpretazione e non incidono in alcun modo le vene del corpo regale. È questo il tempo della letteratura anemica. Bulimia e anoressia sono le facce della letteratura oggi.

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