«Spesso ci si sentono fare strane domande, come questa: “Quali sono le tendenze della letteratura attuale?” o: “Dove va la letteratura?”. Domanda sorprendente, ma ancora più sorprendente è il fatto che una risposta c’è, e facile: la letteratura va verso se stessa, verso la sua essenza, che è la sparizione.
Coloro che fanno bisogno di affermazioni così generali possono rivolgersi a
quello che si chiama la storia. La storia gli insegnerà che cosa significhi la celebre parola di Hegel: “L’arte è per noi cosa passata”, audacemente pronunciata in faccia a Goethe, nel momento del grande slancio romantico, quando la musica, le arti figurative, la poesia sono in attesa di opere importanti. Hegel, che inaugura il suo corso di estetica con quella pesante parola, lo sa. Sa che all’arte non mancheranno le opere, ammira quelle dei suoi contemporanei e talvolta le preferisce (le disconosce anche), eppure “l’arte è per noi cosa passata”. L’arte non è più capace di portare il bisogno d’assoluto. Quel che conta in senso assoluto è ormai il compiersi del mondo, la serietà dell’azione, i compiti della libertà reale. Solo al passato, l’arte è vicina all’assoluto, solo in un Museo [in una Biblioteca] essa conserva potenza e valore. Oppure, sciagura peggiore, cade in noi fino a diventare puro piacere estetico o ausiliario della cultura. Questo si sa bene. È un futuro già presente. Nel mondo della tecnica, si può continuare a lodare gli scrittori e a far ricchi i pittori, onorare i libri e allargare le biblioteche; si può riservare all’arte un posto perché è utile o perché è inutile, opprimerla, diminuirla, lasciarla libera. La sorte, in questo caso benigno, è forse più maligna. Apparentemente, l’arte, se non è sovrana, non è niente. Di qui l’imbarazzo dell’artista, d’essere ancora qualcosa in un mondo in cui si sente ingiustificato». Maurice Blanchot, Il libro a venire, Einaudi, Torino 1969.
RIPETIZIONI -Tranne due o tre titoli che ho letto, a volte quasi con piacere, io non riesco a interessarmi della letteratura contemporanea sia italiana che straniera, di qualsiasi genere (soprattutto i gialli: che palle i gialli). Inventare storie ha oggi ancora senso? Secondo me, il canone narrativo ingabbia il pensiero e lo costringe alla vacua ripetizione del già detto. Non esistono storie nuove. Esistono eccezioni, per carità. Ognuno faccia i nomi che ritiene opportuno. Ma la letteratura sta perdendo posizioni di rilievo, è sempre più ai margini, sempre meno considerata. Anche prendere il Nobel per la letteratura ormai serve solo a commentare gli eventi dell’attualità (a pagamento, immagino) accanto a quello di poeti volatili (Rondoni, Balestrucci…vedi, la Domenica del Sole 24 ore di ieri). Allora conviene chiedersi: quali altri tentativi ha l’arte letteraria di fuoriuscire da se stessa per ritornare in cattedra, in posizione di vertice, non più serva di alcun potere (mondano o divino) ma essa stessa diveniente oggetto di venerazione? In altre parole, la letteratura oggi, nel nostro mondo occidentale assuefatto, ha dentro sé un autore che spaventa ancora
qualcuno da meritarsi il pericolo di una censura, di un bavaglio, di uno Spielberg? Per fortuna sì o per fortuna no? Possibile che nessuna parola oggi preoccupi più il potere? Nemmeno quella che riflette con chiara luce la verità? Spesso mi chiedo perché soltanto i regimi totalitari prendano sul serio la letteratura. Basti guardare, come esempio, alle grandi dittature del Novecento che avevano praticamente lo stesso atteggiamento e le stesse attese di fronte all’arte in genere e, soprattutto, a quella letteraria. Rosenberg, ministro della Cultura nella Germania hitleriana sosteneva: «La personalità dell’artista dovrebbe svilupparsi liberamente e senza restrizione. C’è però una cosa che noi chiediamo: un riconoscimento del nostro credo». Lenin, pochi anni prima, affermava: «Ogni artista ha il diritto di creare liberamente; ma noi comunisti dobbiamo guidarlo secondo un piano».
COME MARIONETTE - Perché si ammirano ancora, e con ragione, soltanto i maestri del passato?Per la loro spietata azione critica; per il loro rifiuto sistematico del luogo comune, dello stereotipo; per il loro cozzare indefesso contro il muro di gomma della stupidità, della cattiveria. Infatti, dove si è formata gran parte della grande arte letteraria? Nell’esilio, nell’assenza di patria, nel sentirsi autenticamente apolidi, non appartenenti, in quanto ogni forma di adesione identitaria manifesta la propria paura di non sussistere solo con se stesso. E chi non riesce a stare bene con se stesso vive la disperazione della propria finitudine, del proprio misero io appiccicato al reale come su carta moschicida. Intrappolato in qualsiasi inno o bandiera o credo, l’individuo non si accorge nemmeno di essere la marionetta di se stesso, convinto com’è di possedere quella che s’ostina a definire libertà. La vera libertà però è fuga da qualsiasi prigione identitaria. Ma oggi, mi direte, questo è un rischio che la letteratura sembra non più correre presa com’è nel vortice dell’individualismo più sfrenato. Ognuno è più o meno libero di scrivere ciò che vuole con buone speranze di essere pubblicato (e premiato). Ma il riconoscimento è una farsa perché non ha più alcuna presa politica, né influenza diretta sulle sorti e del potere e delle menti che sorreggono questo potere. Il cantastorie non impensierisce più il re di turno: tutti i suoi spari sono a salve. Il dubbio, il sospetto, la verità nuda e cruda diventa solo interpretazione e non incidono in alcun modo le vene del corpo regale. È questo il tempo della letteratura anemica. Bulimia e anoressia sono le facce della letteratura oggi.
























Luca, scrivi cose troppo intelligenti per noi
Semplicemente mi sforzo di stare al vostro passo
ci sopravvaluti; oppure ti sottovaluti
Segnalo due piccoli refusi, di cui sono responsabile.
Il primo al 5° rigo leggasi “coloro che hanno bisogno”.
Il secondo nella seconda pagina, leggasi “mirabili sort[i] e progressive.
Sarebbe bello ricondurre la letteratura alle sue radici!
leggere gli scritti di un moderno “sommo poeta” o la lirica moderna di Saffo…la cui poesia ridisegna in modo spettacolare i nostri tempi!
Complimenti per l’articolo!
“Non esistono storie nuove”, forse. L’uomo del resto non si è evoluto pià di tanto negli ultimi secoli. Non mi sembra però un buon motivo per non raccontarle:) Studiarle? No…gustarle semmai, trarne qualcosa, foss’anche solo uno punto di vista nuovo o un riconoscimento. Io spesso mi son chiesta a che serve la posia nelle scuole, a che serve far studiare le opere di persone che hanno fatto della propria esistenza una passeggiata sull’orlo del baratro della sensibilità e della disperazione o della follia, se poi restiamo imbecilli, chiusi, incapaci di portare i versi nell’animo.
Studiare le poesie come altro è solo un compito cui si deve assolvere per non farsi bocciare, o per prendere dei buoni voti. Triste, molto
Nel testo ci sono molti spunti, ognuno meritevole di infiniti approfondimenti: dalla concezione dell’assoluto hegeliano, a sua volta ampiamente storicizzata, alla funzione delle letteratura sotto i regimi autoritari che evidentemente, in quello stadio storico, ne avevano disperato bisogno per propagandare e “costruire” l’uomo nuovo (si confronti, visto che ne accenni nel pezzo, alla irrisione beffarda che Nabokov fa del “Che fare?” di Černyševskij, una specie di antesignano dello zdanovismo socialista, molto letto e meditato da Lenin); al fatto che il canone narrativo ingabbierebbe il pensiero (non ne sarei molto sicura; in una fase letteraria così schizomorfa come l’attuale un genere apparentemente rigido può far cozzare dentro di sé scintille e bagliori di altra natura, come hanno fatto in passato Borges e, vabbè, Nabokov con l’apparente giallo di “La vera vita di Sebastian Knight”, o gli stessi Fruttero&Lucentini in Italia, grandissimi).
Ora, secondo me, non si tratta del fatto che la letteratura rischia di morire e afflosciarsi su se stessa se non è in cattedra, solenne, se non riflette sé stessa con magniloquenza (è stata tale in specifici periodi culturali, però); né si può dare un giudizio di valore sulla stessa nella misura in cui si erge a spada tratta contro il Potere (questo potrebbe farlo uno scalzacani qualsiasi, ma magari ci troveremmo a leggere uno scritto che è tutto tranne che letteratura!). Perché questo? Perché la letteratura agisce, opera attraverso infinite mediazioni e ri-mediazioni; il problema della sua nascita o della sua morte non si pone neanche, essa “sta” (Montale) come un albero, una pietra.
Perché si continuano a scrivere romanzi e poesie quando tutto sembra che sia stato già detto, mentre il coro afferma che “tanto vale tacere”? Quelli che vedono questa fragilità della letteratura, pur volendola difendere, non ne hanno capito molto, oppure la riducono a una semplice forma di intrattenimento, cosa che spesso accade, ma non sempre e non solo.
Il fatto è che essa è, specificamente e soprattutto, una forma di pensiero, una delle più grandi: l’unica capace di offrirci saperi e intuizioni che non potrebbero essere espresse in nessun altro linguaggio settoriale ( filosofico, religioso, psicologico etc).
Non è che ci illumini tutto il percorso, la sua luce è magari più debole, ma necessaria: ci aiuta a cogliere la complessità, la zona d’ombra. Per questo le narrazioni, le invenzioni, ci accompagnano da tanti secoli: ognuno di esse ha una sua specifica zona d’ombra, una corrente di pensiero che solo dalla letteratura e grazie ai suoi specifici strumenti può essere (debolmente) illuminata: quello che, appunto, solo la letteratura può fare. E magari è anche questo il suo mistero.
studiare le poesie(racconti, canzoni, quadri, opere teatrali, ecc ecc) non serve per assolvere un compito, serve per conoscere un altro punto di vista sulle cose. la letteratura non è morta, è appena nata. è sempre difficile capire per i contemporanei le rivoluzioni di cui fanno parte. siamo abituati a guardarle dall’esterno( come si fa con il passato) ma l’arte sta diventando per tutti e di tutti, ed è una visione che gli scrittori morti non hanno mai avuto. però io al posto di lamentarmi della letteratura morta, darei spazio a scrittori vivi. avete un giornale, create cultura oltre che informazione. magari chiedendo a giovani scrittori presi dai concorsi, da internet e da chissà che altro posto per pubblicare più spesso racconti, storie, poesie ecc ecc.
caldamente raccomandato Danilo Kiš, anche lui così adorabilmente nabokoviano…;-)
Forse ho letto male l’articolo (prometto di rileggerlo tutto, però), ma ci sono alcune posizioni che mi lasciano perplesso.
” Siamo in troppi ad essere alfabetizzati, troppi a prendere in mano una penna e a credersi padroni di esprimere opinioni, di descrivere un paesaggio o un profilo psicologico.”
Prima però questo frammento: sono d’accordissimo, ed è una ottima co-spiegazione della valanga di titoli (inutili) che circolano, assieme al basso livello assoluto e alla travisazione di cosa sia arte.
Quel che non mi torna del pezzo (ben scritto, comunque) è che forse si confonde l’arte letteraria con la “denuncia” e lo “scontro”, da cui anche l’accostamento alla “sconfitta”. In realtà l’arte non è solo questo, ad esempio quasi tutta l’arte di Beethoven è una esaltazione della vittoria dell’uomo o per lo meno della speranza (sua una poesia appunto “alla speranza”: die du so gern in heiligen naechten feierst ecc. ecc.). E nel resto della letteratura è pieno di “scontri” che finiscono bene, ma anche di mere contemplazioni del bello.
Magari ho capito male io l’articolo.
Un altro punto che non mi pare venuto fuori è la confusione tra “contenuto” “messaggio” dell’arte (nel caso letteraria) con la “forma”. L’arte come parola significa “saper fare bene”, l’artista è quello che sa tirar fuori dalla materia (anche letteraria) il risultato esatto che aveva in mente; oggi invece pare che l’arte sia solo il contenuto e si sorvola sulla forma, ottenendo sgorbi di plastica spacciati per sculture solo perché l’autore DICE a priori il messaggio, e scrittori osannati perché parlano della guerra o dell’amore o di cazzi enormi tralasciando se il loro stile abbia di per sé valore.
Il combinato di questi tre appunti (forma, tematica, eccesso di offerta) va a offuscare i letterati che possono definirsi tali su tutti gli aspetti.
Ho scoperto Niffoi, e a parte la forza delle storie si può vedere l’evoluzione del suo stile fino a quel “ritorno a baraule” con pagine che sono assolutamente belle come quadri (magari sono delle merde e piacciono solo a me, questo spero qualcuno me lo dica). Niente a che vedere con tanta altra roba che ho letto, italiana o estera, che semplicemente trattava di cose che potevano interessarmi ma che non sono opere d’arte come ho inteso finora.
L’arte letteraria non va a scomparire, l’arte che si può dire arte è solo confusa in un fiume di letame, solo che mediamente non siamo in grado di separare merda da poesia perché non sappiamo vedere la bravura nell’atto.
E l’industria letteraria ci marcia.
Se ho detto cazzate mi scuso.
Hai ragione Gloria! a cosa sia servito studiare per altro a memoria le poesie??
…forse ad allenare il cervello…e per cosa?
ma una volta imparata non si dimentica più, rimane impressa nella mente.
Io, ricordo ancora a memoria “il passero solitario” del Leopardi… ho odiato tanto quella poesia
[...] Continua Articolo Originale: La scomparsa della letteratura : Giornalettismo [...]
D’accordo con Leonardo, soprattutto quando insiste sul non confondere bontà a priori del “messaggio” (brrrr, il messaggio) e capaità poietica per definizione dell’arte.
Si veda Niffoi: è grande non solo per l’inventiva straordinaria che muove dalle sue radici etniche e culturali e che poi, però, vola per conto proprio (e qui sta l’arte), ma anche perché è riuscito, poieticamente, a crearsi una sua grammmatica dei suoni, un linguaggio tutto suo e assolutamente congruo per plasmare il suo mondo fantastico.
Innanzitutto, grazie a tutti voi per aver “letto” questo articolo.
Alcune precisazioni: il titolo non è mio ma “rubato” a un capitolo del libro citato di Maurice Blanchot. Ispiratore dell’articolo è stato Vertigoz col suo divertentissimo Prontuario 1 e 2
Cordapazza, il tuo commento è superbo minisaggio: averti fatto venire in mente la parodia nabokoviana di Černyševskij è un onore e un’emozione. Il Dono è per me uno dei libri più straordinari che siamo mai stati scritti. E poi Borges, Montale. Càpperi che suggestioni!
Riguardo allo “stare” della letteratura: se tutti noi, ammiratori delle varie arti, potessimo continuare il nostro esercizio di ammirazione standocene tranquilli dentro una bella torre d’avorio, allora potremo diventare, chi più e chi meno, dei piccoli Montaigne che si cibano di questi artefatti umani dai quali magari scaturiranno delle successive riflessioni in forma diaristica che diverranno a sua volta letteratura (nei casi più pregevoli).
Riguardo a ciò che scrive Leonardo Daverio Patrizi, ritengo che la quasi totalità dell’arte moderna (e non solo) degna di questo nome sia arte del sospetto, della critica, dello scetticismo, manifestati attraverso molteplici stili e forme; anche quando si contempla un tramonto – magari con stile nabokoviano – ci rende conto dello struggimento che ci cela dietro l’attimo descritto, la chiara sensazione che la felicità autentica può essere vissuta solo nel ricordo. Ciò che mi premeva in questo articolo è far emergere la contraddizione patente tra ciò che la vera letteratura dice e la sua “ricezione” da parte nostra. Ebbene, quanto di questo “contenuto” è preso alla lettera? Quanto invece ne vien fatta tara? E quel che scrive Gloria mi fa venire in mente questo passo di Alfonso Berardinelli che riporto: «Che cosa fare di quello che dicono Kierkegaard e Leopardi della modernizzazione e del progresso? È possibile insegnare autori simili? Dove portano? Si deve o no prenderli sul serio, cioè alla lettera? O invece ci si deve applicare a ridimensionare (come volgarmente si dice) i loro eccessi? Bisogna ascoltarli, ma fare una tara a quello che dicono? Spiegare le loro affermazioni con i loro fallimenti privati, i loro amori infelici, le loro inettitudini, la loro mania di persecuzione? Confesso che io, neppure come appartenente all’infame categoria dei docenti, mi sentirei di fare una cosa simile ai miei cari autori moderni. No: ridimensionarli e far loro la tara, mi sembra quasi infame. Sarebbe meglio cambiare mestiere. Ma infine che razza di mestiere è il mio? È un fare propaganda all’angoscia? Condurre per mano verso la più melanconica delle critiche sociali? Illustrare la chiaroveggenza dei misantropi? Trasformare i miei studenti in disadattati, asociali, spostati che prendano in simpatia l’andare contro corrente? Che cosa faccio veramente quando insegno letteratura contemporanea? Parlo della fine del mondo a dei ventenni che saranno la classe media di domani?»
È vero ciò che scrive “uno sconosciuto”: occorrerebbe una prospettiva diacronica per capire cosa si salverà dell’attuale mare magno di pubblicazioni, cosa sarà degno di ricordare e studiare, cosa invece di obliare e obliterare. Non mi trova però d’accordo quando parla di scrittori “morti”. Ciò che si ricorda e legge non è morto, Dante ancora passeggia insieme a chi gradisce la sua compagnia, anche perché se si vuole avere un’esperienza poetica come quella della Commedia non esiste e (molto probabilmente) non esisterà più alcuno scrivente di questa nostra lingua in grado di farcela riassaporare.
Per concludere, cito di nuovo Danilo Kiš, (Homo Poeticus, Adelphi 2009) che rivolgendosi a un giovane scrittore scrive: «Ricordati sempre questa massima: “Chi centra l’obiettivo sbaglia tutto”».
Beh, a cosa serve studiare le poesie a memoria? Per la stessa cosa a cui serve imparare a far di conto. Ovvero a nulla, a meno che non sia qualcosa che ricada nel lavoro/interessi del singolo.
Sulla fine della letteratura invece ho qualche dubbio, di tipo più logico che informato.
Forse bisognerebbe prima capire se si parla di arte moderna, o contemporanea, e soprattutto mettere delle date e dei paletti. In ogni caso io faccio riferimento all’arte tutta, non per nulla ho richiamato un “romantico” nel vero senso della parola (quando romanticismo non era sdolcinatura, ma eroismo e idealismo), quindi non esattamente “pensiero moderno”; se poi Beethoven è moderno, be’ allora non tutto il moderno è “sospetto”.
Ripeto che forse sono io che non riesco a capire la tua elaborata prosa (io sono uno stronzo bancario che si atteggia a economista, il che sta alla letteratura quanto Totti alla fisica matematica), ma non mi pare che tu abbia replicato a quanto ho detto io sulla distinzione tra arte quale “saper fare” e il concetto se vuoi moderno di arte come “contenuto” a scapito (o oltre, perché no?) la forma.
Come dice un mio amico “non c’è etica senza estetica”; il non poter o sapere rendere una forma che faccia intendere la padronanza del mezzo espressivo per me getta forti dubbi sulla capacità poi di padroneggiare il contenuto, che può ben diventare un pretesto per vendere ciarpame in una forma che qualunque pezzente letterario può produrre.
Cercando di riassumere: non veder letteratura perché non si vede “scontro” ma un proliferare ad esempio di melassa stucchevole mi pare eccessivo; che poi il momento storico renda più prono l’artista al “dubbio” e al “dolore” è tutto un altro discorso (una maggioranza non è comunque il tutto). Artisti della penna esistono assolutamente, ma sono fortemente diluiti nella massa di produzione che giustamente ti schifa (la stessa cosa che succede per la musica, se hai letto il mio pezzo qui su giornalettismo).
E ha senso leggere Kierkegaard? Sì che ne ha! E se non per il contenuto, che potrebbe essere superato o fuori luogo attualmente (ad esempio così non è, secondo me, per Baudelaire, che è ancora attualissimo) almeno per la forma, per come ha affrontato i problemi, per la sua logica esposta.
Il contenuto è importante; altrettanto la forma. Il David di Michelangelo è stupendo, e tutti lo vedono stupendo, anche se in pochi hanno visto quanto è grande la testa e la mano, cioè vedono la forma ma non leggono il messaggio di l’esaltazione dell’intelligenza attuata con il gesto preciso manuale. E resta un’opera d’arte.
Col cavolo che ti sputo addosso, sono Estasiata! Complimenti Luca, davvero.
Contentissima che su Giornalettismo scriva un ragazzo che prova brividi alle scapole quando legge Il dono e che come me lo considera un vertice della letteratura russa del Novecento (perché, come dice il nostro Vladimir, l’emozione estetica si sente non nel cuore ma nel midollo spinale, cioé in quello che di più grande abbiamo).
Riguardo a quello che dici sui problemi della ricezione, e sulla “tara” che si fa al contenuto (e non solo ad esso, a questo punto), penso, da inguaribile filoproustiana, che succeda spesso che i “grandi pensieri non comprendano sé stessi” (Adorno), anche quando ci troviamo di fronte a geni assoluti, e che quindi spesso le opere vadano aldilà delle loro originarie intenzioni: che quindi il loro futuro autentico sia la posterità: la posterità dell’opera.
Ti regalo a mia volta una citazione da Eliot che mi ha colpito:
“L’ordine letterario esistente è in sé concluso prima che arrivi l’opera nuova; ma dopo che l’opera nuova è comparsa, deve tutto essere modificato, magari di pochissimo; tutti i rapporti, le proporzioni, i valori di ogni opera trovano un loro equilibrio; e questa è la coerenza tra l’antico e il nuovo. Chiunque approvi questa idea di un ordine, di una forma che è propria della letteratura europea non troverà assurdo che il passato sia modificato dal presente, come non lo è che il presente trovi la propria guida nel passato”. Insomma, il passato dell’opera modificato da tutti i presenti che gli fanno seguito.
(T.W.Adorno, Note per la letteratura, Einaudi;
(T. S. Eliot, Tradizione e talento individuale”,in Opere, Bompiani)
@ Leonardo.
Ciò che scrivi lo condivido. Sulla distinzione che mi chiedi, sui paletti da mettere… Beh, ho scritto questo pezzo in modo rabdomantico cercando di elaborare una certa idea della letteratura che mi frullava nella mente. A volte, di sicuro, possono esservi anche delle contraddizioni o dei nodi che non riesco a sciogliere. Riguardo al tema che mi chiedi, dovrei riflettere, rileggere, ma a botta calda rispondo: per me la “forma” è il “contenuto”. Eventualmente, nei prossimi giorni, vedrò di rispondere più dettagliatamente.
@Cordapazza.
Grazie per il “ragazzo”. Del Sessantasette, ma ragazzo. Ma soprattutto, rinnovo il mio piacere nello scovare una sapiente nabokoviana tra i “giornalettisti”. Inseriamo le nostre “spine” dorsali nella stessa presa per dare una scossa “culturale” alla redazione
@Sofia
Ciò che dici è per me un regalo. Grazie.
Anche troppo gentile. Grazie