Caritas in veritate: se Ratzinger la butta in politica

16/07/2009 - LA SUSSIDIARIETA’ – Si ha poi il tema della sussidiarietà: “La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l’autonomia dei corpi intermedi. Tale aiuto viene offerto quando la persona e i soggetti sociali non riescono a fare

     
 

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LA SUSSIDIARIETA’ – Si ha poi il tema della sussidiarietà: “La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l’autonomia dei corpi intermedi. Tale aiuto viene offerto quando la persona e i soggetti sociali non riescono a fare da sé e implica sempre finalità emancipatrici […] Per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico, il governo della globalizzazione deve essere di tipo sussidiario, articolato su più livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente. La globalizzazione ha certo bisogno di autorità, in quanto pone il problema di un bene comune globale da perseguire” (§57). Il principio è affascinante ma va preso per quello che è: una dichiarazione generica di intenti, e non un criterio (un meccanismo per risolvere un problema). Il problema centrale della sussidiarietà è chi ha il potere di decidere. Se è il potere centrale, non è che decentramento amministrativo; se sono i poteri locali, è vero federalismo: parlare di sussidiarietà senza fare questa distinzione mi sembra inutile, e non c’è bisogno di ipotizzare un sovrano alla Schmitt per rendersi conto che i due sistemi hanno poco o nulla in comune.

LA POLITICA - Esattamente come si pecca in naiveté quando si analizzano i sindacati, si ha eccessiva fiducia nella politica: “Di fronte all’inarrestabile crescita dell’interdipendenza mondiale, è fortemente sentita, anche in presenza di una recessione altrettanto mondiale, l’urgenza della riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale” (§67). Non si entra nei dettagli di quali riforme siano necessarie, però si dà per scontato che queste riforme siano necessarie e che i problemi nascano quindi da una carenza di politica e non da politiche errate. Ma se le democrazie non riescono a risolvere i loro problemi – dalla stabilità finanziaria alla sostenibilità previdenziale, dalla disoccupazione al deficit pubblico, dalla corruzione al parassitismo – perché riporre fiducia in una terapia del genere?

CONCLUSIONI – Per un liberale, nell’enciclica ci sono spunti interessanti: “gli alti dazi doganali posti dai Paesi economicamente sviluppati […] ancora impediscono ai prodotti provenienti dai Paesi poveri di raggiungere i mercati dei Paesi ricchi” (§33); “Giovanni Paolo II […] aveva indicato l’esistenza di questi “blocchi” come una delle principali cause del sottosviluppo, in quanto la politica sottraeva risorse all’economia e alla cultura e l’ideologia inibiva la libertà” (§23); “Incentivando lo sviluppo economico e culturale di quelle popolazioni, si tutela anche la natura” (§51). Per un socialdemocratico, la lettura dell’enciclica fornisce anche maggiori spunti, e anche un conservatore avrebbe molto di cui essere contento. Questo ecumenismo è ottenuto però eliminando i dettagli: parrebbe veltroniano, se non fosse che la nostra classe dirigente non riuscirebbe a mettere assieme un testo di tale spessore. Complessivamente, comunque, la difesa della socialdemocrazia domina, e l’enciclica non dice nulla di nuovo politicamente, essendo un endorsement dei processi già in atto di ulteriore compressione degli spazi di libertà a favore della politica.

     
 

15 Commenti

  1. Pingback: Ventinove Settembre

  2. Z scrive:

    “Vorrei che qualcuno avesse il coraggio di ARGOMENTARE perché la proposizione dovrebbe essere falsa, ma mi rendo conto che rubricarla come ideologia sia molto più semplice, perché esime dal cercare ed esporre degli argomenti.”

    Ma di che parli, scusa? Parli di CGIL, CISL e UIL o parli del sindacato in quanto tale? Non mi sembra ci sia molto da dire…e credo che tutto ciò che può esser detto sia abbastanza ovvio.
    Il sindacato, in linea di principio è un’associazione di lavoratori che porta avanti gli interessi dei lavoratori unendoli in lotte comuni di categoria ed evitando che vengano ricattati e sfruttati in quanto persone singole.
    Il sindacato è stato una necessità storica. Rappresenta gli interessi corporativi di una categoria che, in sua assenza, si troverebbe in balia del potere del capitale.

    Forse è il caso che tu ti vada a rileggere cos’era il tuo mitico capitalismo ottocentesco, prima della nascita dei sindacati.
    Forse è il caso che tu ti documenti su quali fossero le condizioni dei lavoratori salariati nell’ambito del capitalismo ottocentesco prima delle rivendicazioni salariali e sindacali.
    Forse è il caso che tu sia consapevole di quanto sangue abbiano dovuto versare i lavoratori salariati prima di veder riconosciuti diritti che oggi diamo per scontati.
    Poi se vuoi continuare ad inondare di baggianate anarcocapitaliste questo forum di discussione fai pure…ma risparimaci le castronerie in base alle quali il capitale fa l’interesse del proletariato, mentre il sindacato farebbe l’interesse del potere costituito.

    E quindi che devo argomentare? Vuoi tornare alle 16 ore lavorative in miniera, ai crumiri, alle fogne a cielo aperto dei sobborghi proletari londinesi? Dillo, ma sappi che il tuo interlocutore non sarò io, sarà la storia del capitalismo occidentale, che tu, scientemente, fingi d’ignorare.

    I lavoratori cinesi di oggi non sono altro che i crumiri di ieri: il capitale si fa globale, mentre le rivendicazioni delle classi subalterne rimangono relegate entro i confini nazionali, e quindi ricattabili, e quindi sempre più subalterne.

    Ma mi rendo conto che chiedere ad un talebano del liberismo mercatista di riconoscere anche la verità più elementare significhi chiedergli troppo: aprire uno squarcio nella marea di cazzate che informa la sua retorica ideale significa minarne le fondamenta.

    Sarebbe come asserire che i vangeli siano apocrifi o che il vecchio testamento sia opera di uomini e non la trascrizione della parola di dio.

    Se il tuo universo ideale è alla deriva non è né colpa mia né dei sindacati…
    Se il tuo modello interpretativo della realtà fa acqua da tutte le parti non è né colpa mia né dei sindacati…
    forse è ora che tu apra gli occhi e prenda coscienza del mondo in cui vivi.

  3. Z scrive:

    Vorrei ribadire un concetto fondamentale:

    l’anarchismo, nelle sue varie sfaccettature, rigetta l’anarcocapitalismo come corrente del pensiero anarchico.
    Difficilmente troverete due anarchici che siano d’accordo su un modello condiviso di organizzazione sociale, l’unica cosa sulla quale tutti gli anarchici saranno sempre e comunque d’accordo è che l’anarcocapitalismo non ha nulla a che fare con l’anarchismo.
    Per ovvie ragioni.

  4. libertyfirst scrive:

    Ce ne vuole di disonestà intellettuale, o semplice incapacità di capire, per pensare che questo mio articolo abbia qualcosa a che fare con l’anarchia. Ma, mi pare di capire, oltre a rubricare le idee che non ti piacciono come “ideologia”, sei anche molto bravo con gli argomenti strawman.

    Siccome oggi ho tempo da perdere ti rispondo riga per riga.

    1. Ritieni che sia ideologia scrivere che: ““Il livello dei salari dipende dalla produttività, e quindi è solo la crescita economica che può rendere sostenibile un miglioramento delle condizioni di vita; i sindacati sono una delle cause principali della disoccupazione, soprattutto di lungo termine, e quindi considerarli come difensori dei lavoratori è naif; il potenziamento del diritto del lavoro potrebbe essere dannoso perché porrebbe fuori mercato le economie del Terzo Mondo. In definitiva, i sindacati nostrani difficilmente si farebbero sfuggire l’occasione, in quanto i lavoratori sono tra loro in concorrenza e hanno interessi divergenti.””

    Siccome il legame tra prezzo e produttività marginale è microeconomia da primo anno, ne risulta che tu ritenga che la teoria economica sia ideologia. Per quanto riguarda i sindacati, ti invito a riflettere sulla teoria dei prezzi minimi, e sul come abbia conseguenze ovvie nello spiegare la disoccupazione nel meridione, in Germania Orientale o tra gli stranieri (tutti lavoratori a bassa produttività e quindi fregati dai salari minimi). Ovviamente, chi non può lavorare perché non produce abbastanza per pagare il salario minimo, non lavorerà per lunghi periodi, visto che non può neanche imparare a lavorare, e perché non ha senso investire in una regione dove il lavoro costa più di quanto vale. Quanto dico sul potenziamento del diritto del lavoro è la conseguenza del ragionamento di cui sopra.

    Poi dici che questo non è giustificato: ““indubbiamente frenare i flussi di capitale beneficia i sindacati nostrani, ma complessivamente i costi superano i benefici, come insegna la teoria economica””

    Ti ho dato i riferimenti bibliografici: studiati qualsiasi testo di economia internazionale, magari il Krugman/Obstfeld di cui ti parlavo, e scoprirai cosa dice la teoria economica – che tu ovviamente ridefinisci ideologia – a favore del commercio internazionale etc etc. Nella fattispecie, se non arrivi a capire che investire in Romania aiuta i lavoratori rumeni aumentandone la produttività, temo che il Krugman/Obstfeld sia troppo avanzato per te.

    Poi affermi: “La chiesa è andata a braccetto col capitalismo nel corso dell’ultimo secolo, sperando di poterlo piegare al proprio volere e ai propri valori. S’è alleata al capitale per sconfiggere il nemico comune: il comunismo.”

    Immagino che questa non sia ideologia. E non lo è, immagino, perché lo dici tu.

    Ammetto invece che: ““Che il mercato “produca solo ricchezza” è poi falso: è anche l’archetipo di ogni relazione sociale basata su scelte anziché su coercizione, a differenza della politica.”” sia un po’ sbrigativo. C’è molto più che ideologia dietro, comunque, visto che fondamentalmente sto dicendo qualcosa sui due tipi fondamentali di relazione sociale (coordinative e subordinative: scambio vs obbedienza), cosa che anche un anarco-socialista come Franz Oppenheimer diceva ormai oltre un secolo fa. Ammetto quindi un po’ di sbrigatività, ma rimane comunque che l’idea di base, il ridurre il mercato alla produzione di ricchezza da parte del Papa, è roba da economia del XIX secolo ed è superata da un pezzo.

    Poi dici: “Il concetto contemporaneo di giustizia sociale è inconciliabile col capitalismo mercatista, e le fanfarate rothbardiane/anarcocapitalistiche si fondano su due baggianate di numero, storicamente inconsistenti e logicamente insostenibili”

    Faccio notare che la prima affermazione è ovvia: la giustizia sociale intesa liberalmente come sforzo dello stato di controllare il popolo tramite panem et circenses o socialdemocraticamente come realizzazione di una società giusta tramite l’accrescimento del potere della classe politica sulla società, è di certo incompatibile col liberalismo. Poi ti inventi che ho scritto qualcosa di rothbardiano: ma con chi e di cosa stai parlando? Mai letto un mio articolo contro il giusnaturalismo, o sui problemi delle relazioni internazionali, o sugli eccessi ideologici di Rothbard? Strawman fallacy a gogò…

    “Il sindacato, in linea di principio è un’associazione di lavoratori che porta avanti gli interessi dei lavoratori unendoli in lotte comuni di categoria ed evitando che vengano ricattati e sfruttati in quanto persone singole.
    Il sindacato è stato una necessità storica. Rappresenta gli interessi corporativi di una categoria che, in sua assenza, si troverebbe in balia del potere del capitale.”

    Questa è ideologia, visto che non c’è uno straccio di argomento, a differenza di quanto ho scritto sul legame tra salari minimi e disoccupazione, ad esempio.

    “Poi se vuoi continuare ad inondare di baggianate anarcocapitaliste questo forum di discussione fai pure…ma risparimaci le castronerie in base alle quali il capitale fa l’interesse del proletariato, mentre il sindacato farebbe l’interesse del potere costituito.”

    Microeconomia, primo anno: più capitale, più produttività, più salari. Ti posso fornire i necessari riferimenti bibliografici, se vuoi. Faccio anche notare che non ho scritto da nessuna parte che i sindacati fanno l’interesse del potere costituito: ovviamente fanno l’interesse dei propri membri, soprattutto di chi li guida. Tanto per fare un esempio, la Fiom-CGIL nacque ad inizio XX secolo per imporre il closed shop alla Pirelli: praticamente, dicevano al “capitalista” che se non assumevano solo membri del sindacato avrebbero ricorso alla violenza. I non-membri potevano fottersi. Come dicevo prima: i lavoratori sono naturalmente in conflitto d’interessi l’uno con l’altro (come anche i capitalisti o chiunque altro svolga una funzione simile in una simile nicchia ecologica-economica): solo quando si tratta di chiedere privilegi al governo ci si ricorda di essere una classe sola, ma in genere si chiedono privilegi anche e soprattutto contro la concorrenza, dimostrando ancora una volta che il conflitto di interessi è la norma, e la comunanza di interessi un’eccezione.

    “I lavoratori cinesi di oggi non sono altro che i crumiri di ieri”

    Giusto, perché non si fottono a morire di fame inc ampagna, questi fottuti puzzolenti musi gialli del cazzo. Complimenti per l’ipocrisia. E parli di giustizia sociale? Fammi il piacere? Hai più boria che cervello.

    E, infine: “l’anarchismo, nelle sue varie sfaccettature, rigetta l’anarcocapitalismo come corrente del pensiero anarchico”

    Vedo che “argomenti” per associazione di idee. Troppa mescalina?

  5. libertyfighter scrive:

    Bell’articolo complimenti. Purtroppo qui ti rivolgi ad un pubblico più vasto di quello che trovi sul tuo blog e capita che arrivino persone che non sanno che quel che tu dici è ampiamente dimostrato in economia. E siccome sono confusi dalla propaganda statale pro status quo, scattano di nervi. A proposito di cinesi. Lavoreranno pure tanto, ma vi garantisco che si fanno i soldi. Cosa che in Italia è proibita per legge. Nel senso che se lavori seguendo la legge, non ti arricchisci mai.

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