Economia

Caritas in veritate: se Ratzinger la butta in politica

16 luglio 2009

Le parole del Papa sul sistema mondiale, quasi veltroniane, viste da un liberale

Un’enciclica papale come Caritas in Veritate può essere letta da un punto di vista teologico, antropologico, etico o filosofico: questo articolo la analizza dal punto di vista economico e politico. I giornalisti italiani l’hanno descritta come una difesa dell’interventismo governativo in tutti i campi, dal mercato del lavoro ai mercati finanziari: mi aspettavo, quindi, qualcosa di simile ad un saggio di Krugman. Per fortuna le cose, per un liberale, stanno meglio di così, anche se non molto. L’enciclica tocca una miriade di temi importanti ed è di interesse anche per un agnostico da competizione come il sottoscritto. Mi risulta difficile credere ad esempio che “Senza la prospettiva di una vita eterna, il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro” (§11). Nonostante ciò, nel pensiero contemporaneo la dimensione etica non è adeguatamente considerata, e un’incarnazione di questa aporia è indubbiamente “l’ideologia tecnocratica” (§14). Fermo restando che quanto si dice del rapporto tra etica, economia e politica è fondamentalmente corretto, anche se non vedo cosa c’entri la religione in tutto ciò, vediamo nel concreto le posizioni politiche ed economiche espresse dal Papa.

IL VELTRONISMO - L’enciclica è molto veltroniana: quasi ogni argomento viene presentato senza prendere una posizione chiara. Il che è comprensibile, perché il nero e il bianco esistono solo per i manichei, però rende un giudizio dei contenuti dell’enciclica difficile: da un lato, infatti, se si vuole vedere ogni problema da tutti i punti di vista, ci sono nell’enciclica delle dimenticanze anche gravi; dall’altro, se si vuole capire cosa propone la Chiesa, c’è ben poco arrosto. Così, per quanto riguarda la globalizzazione, è possibile leggere dei “grandi problemi dell’ingiustizia nello sviluppo dei popoli” (§20), ma anche che “lo sviluppo c’è stato e continua ad essere un fattore positivo che ha tolto dalla miseria miliardi di persone” (§21). La disuguaglianza tra paesi è un’ingiustizia o il risultato di differenze istituzionali e culturali? La prima spiegazione ha un sapore demagogico. Un altro esempio sono gli aiuti allo sviluppo: “gli Stati economicamente più sviluppati faranno il possibile per destinare maggiori quote del loro prodotto interno lordo per gli aiuti allo sviluppo” (§60), anche se spesso “sono stati spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori” (§22).

GLOBALIZZAZONE E SINDACATI – Scrive il Papa: “Il mercato diventato globale ha stimolato anzitutto, da parte di Paesi ricchi, la ricerca di aree dove delocalizzare le produzioni di basso costo […] Conseguentemente, il mercato ha stimolato forme nuove di competizione tra Stati allo scopo di attirare centri produttivi di imprese straniere, mediante vari strumenti, tra cui un fisco favorevole e la deregolamentazione del mondo del lavoro. Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale” (§25); “l’insieme dei cambiamenti sociali ed economici fa sì che le organizzazioni sindacali sperimentino maggiori difficoltà a svolgere il loro compito” (§25); “Il contesto globale in cui si svolge il lavoro richiede anche che le organizzazioni sindacali nazionali, […] volgano lo sguardo anche verso i non iscritti e, in particolare, verso i lavoratori dei Paesi in via di sviluppo” (§63). In un’enciclica che vuole essere realista, e spesso ci riesce, non si possono tralasciare alcuni fatti. Il livello dei salari dipende dalla produttività, e quindi è solo la crescita economica che può rendere sostenibile un miglioramento delle condizioni di vita; i sindacati sono una delle cause principali della disoccupazione, soprattutto di lungo termine, e quindi considerarli come difensori dei lavoratori è naif; il potenziamento del diritto del lavoro potrebbe essere dannoso perché porrebbe fuori mercato le economie del Terzo Mondo. In definitiva, i sindacati nostrani difficilmente si farebbero sfuggire l’occasione, in quanto i lavoratori sono tra loro in concorrenza e hanno interessi divergenti.

COMMERCIO ESTERO – Anche sugli investimenti esteri si ha una posizione veltroniana: bisogna “valutare seriamente il danno che il trasferimento all’estero di capitali a esclusivo vantaggio personale può produrre alla propria Nazione” (§40), mentre “Non c’è motivo per negare che un certo capitale possa fare del bene, se investito all’estero piuttosto che in patria” (§40). Chi decide se investire in Romania è un bene o un male? È sicuramente un bene per i lavoratori rumeni (oltre che per gli investitori e i consumatori di tutto il mondo) e un male per i lavoratori italiani. Se in Italia non investe nessuno, non è del resto per la cattiveria degli investitori, ma per colpa della nostra classe dirigente. Indubbiamente frenare i flussi di capitale beneficia i sindacati nostrani, ma complessivamente i costi superano i benefici, come insegna la teoria economica.

LA RESPONSABILITA’ SOCIALE DELLE IMPRESE – Per quanto riguarda la responsabilità sociale dell’impresa, nell’enciclica si legge che “Uno dei rischi maggiori è senz’altro che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale” (§40). Ritengo la responsabilità sociale delle imprese una supercazzola. Se voglio fare beneficenza, posso sacrificare il mio reddito; farla tenendo in piedi aziende decotte non è un modo ragionevole di agire, visto che l’assenza di profitti è sintomo di inefficienza, e questo rischia di aumentare la rigidità dell’economia, danneggiando la crescita. Inoltre, minacciare l’azienda “socialmente irresponsabile” vuol dire impedire che il capitale fluisca verso altre zone, e questo danneggia altri lavoratori (analogamente all’esportazione del diritto del lavoro). Infine, i profitti sono una fonte di reddito importante anche per decine di milioni di lavoratori che vorranno una pensione: chi decide chi sacrificare? Sul mercato è l’insieme degli utenti finali con le loro scelte, in politica è chi ha potere.

MERCATO, POLTICA E MORALE – A volte pare si voglia presentare il mercato come amorale per poi riempirlo di moralità tramite la politica – anche se il successivo principio di sussidiarietà riduce il potenziale autoritario di questo approccio: “Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa […] Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale” (§35); “[La] logica mercantile […] va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione” (§36). Se il mercato è giustizia commutativa, la politica non può perseguire la giustizia tout court: al massimo può conculcare la giustizia commutativa per sostituirla con un’altra, passando da un’etica degli scambi ad una imposta dall’alto tramite scelte collettive. Che il mercato “produca solo ricchezza” è poi falso: è anche l’archetipo di ogni relazione sociale basata su scelte anziché su coercizione, a differenza della politica.

15 commenti a Caritas in veritate: se Ratzinger la butta in politica

  1. trovo assai erotico che il papa possa essere definito veltroniano

  2. liberalismo e dittatura

    le economie liberali sono attuabili totalmente in stati sittatoriali

    le economie socialcattokeynesdemocratiche sono attuabilo in stati conservatori-papalino-occidentali-capitalisti-anticomunisti

    Juppes

  3. Se ho capito bene, la nuova Enciclica intende proporre un modello spirituale della vita economica caratterizzata da sensibilità politica, disponibilità a condividere i beni, serietà e competenza nel lavoro, attenzione a chi è più debole e povero? va bene, almeno che non si scenda ad una proposta quasi teocratica…perchè mi risulta difficile annoverare l’economia ad un modello etico, son due cose distinte e separate!

  4. “i sindacati sono una delle cause principali della disoccupazione, soprattutto di lungo termine, e quindi considerarli come difensori dei lavoratori è naif”

    Sarà naif ma è comprovato storicamente il ruolo determinante dei sindacati nelle rivendicazioni dei lavoratori. Akerlof, un premio Nobel per l’economia considerato liberale non può fare a meno di sottolinearlo.

    Professarsi liberali solitamente non significa essere così ottusi rispetto al ruolo positivo giocato dai sindacati, in diverse parti del mondo, dal novecento ad oggi.

  5. Invece all’università di Exeter, diversi anni fa, hanno dimostrato sia logicamente che formalmente che i sindacati sono causa di sotto-occupazione e inflazione (anche Hayek era Nobel, e pure Al Gore… un po’ come il titolo di Imperatore di Topolinia).

    Essere liberali non significa essere così ottusi da non distinguere a cosa servissero e cosa hanno fatto i sindacati 60 anni fa rispetto a cosa stanno facendo ora e a chi servono realmente.

  6. Skorzeny

    Ringrazio l’autore perché senza il suo articolo non avrei saputo nulla del contenuto dell’enciclica.
    Liberali o socialdemocratici, la vera preoccupazione per entrambi dovrebbe essere l’accumulazione di potere monopolistico da parte di attori non soggetti alla concorrenza, che non favorisce nè i lavoratori nè gli investitori, ma solo una classe dirigente inefficiente.

  7. Z

    “L’enciclica è molto veltroniana: quasi ogni argomento viene presentato senza prendere una posizione chiara”

    Mi sarei stupito del contrario.
    Ratzinger è un capo di Stato, o meglio, il capo di un’organismo tanto poliedrico quanto potente che si chiama chiesa cattolica. Un organismo che contiene al suo interno mille anime, tra le quali il piontefice non può far altro che mediare.
    Non credo sia un’impresa facile tenere sotto lo stesso cappello lo Ior, la Compagnia delle Opere, i Francescani e i Cappuccini.

    Non credo, del resto, si possa definire “veltronismo” un tale atteggiamento e non credo che il veltronismo sia alcunché di originale e distintivo.
    E’ una pratica che forse, con Veltroni, ha assunto proporzioni tali da risultare più riconoscibile, ma che riguarda un po’ tutti i centri di potere ed i loro titolari in una realtà pluralista, persino Berlusconi.

    In un sistema basato sulla rappresentanza, chi la dice tutta è solo chi parla per se stesso o per una ristretta cerchia di accoliti.

    “Il livello dei salari dipende dalla produttività, e quindi è solo la crescita economica che può rendere sostenibile un miglioramento delle condizioni di vita; i sindacati sono una delle cause principali della disoccupazione, soprattutto di lungo termine, e quindi considerarli come difensori dei lavoratori è naif; il potenziamento del diritto del lavoro potrebbe essere dannoso perché porrebbe fuori mercato le economie del Terzo Mondo. In definitiva, i sindacati nostrani difficilmente si farebbero sfuggire l’occasione, in quanto i lavoratori sono tra loro in concorrenza e hanno interessi divergenti.”

    Questa è ideologia, non è giornalismo. Bastava che dicessi che sei un anarcocapitalista e ne avremmo desunto le conseguenze. Dubito che Ratzinger sia stato messo lì per fare da eco alle istanze capitalistico-mercatiste, altrimenti il prossimo papa potrebbe benissimo essere Margareth Thatcher.

    “indubbiamente frenare i flussi di capitale beneficia i sindacati nostrani, ma complessivamente i costi superano i benefici, come insegna la teoria economica”

    Un po’ sbrigativa come argomentazione. La tua sembra più l’enciclica di ritorno della fede mercatista che non un articolo vero e proprio…ciò che affermi è tutto da dimostrare, non vedo numeri, non vedo riferimenti, non vedo il minimo sforzo di fondare la tua critica su delle basi empiriche.
    A dire il vero, ciò che vedo io è l’esatto contrario di ciò che tu affermi.

    “Ritengo la responsabilità sociale delle imprese una supercazzola.”

    Su questo sono assolutamente d’accordo. Questa è una grossa contraddizione ideale della quale la cristianità non si libererà così facilmente.
    L’impresa non è altro che profitto.
    La chiesa è andata a braccetto col capitalismo nel corso dell’ultimo secolo, sperando di poterlo piegare al proprio volere e ai propri valori. S’è alleata al capitale per sconfiggere il nemico comune: il comunismo.
    Ma il fratello maggiore in questa santa alleanza è il capitalismo, non il cristianesimo. Ed ora che il nemico comune è scomparso, alla chiesa tocca pagar pegno, nonostante i piagnistei del suo leader.
    Di certo appellarsi alla responsabilità sociale dell’impresa equivale ad invocare il paradiso terrestre.

    “Se il mercato è giustizia commutativa, la politica non può perseguire la giustizia tout court: al massimo può conculcare la giustizia commutativa per sostituirla con un’altra, passando da un’etica degli scambi ad una imposta dall’alto tramite scelte collettive.”

    Ecco, questo sarebbe potuto essere uno spunto fecondo per un articolo interessante: il concetto di giustizia nei diversi approcci ideologici alla socialità umana.
    Il concetto di giustizia terrena riguarda poco l’etica cristiana e ancor meno quella cattolica.
    Come mi ricorda sempre mio nonno, tutte le volte che lo vado a trovare: “in questo mondo non ci può essere giustizia, solo pace, la giustizia sta di là” e punta il dito verso il cielo.
    Il fatto che il Papa parli di giustizia è un tributo alla contemporaneità scientista. In passato questo problema la chiesa non se l’è mai posto, perché la giustizia sarebbe venuta solo col giudizio universale.

    “Che il mercato “produca solo ricchezza” è poi falso: è anche l’archetipo di ogni relazione sociale basata su scelte anziché su coercizione, a differenza della politica.”

    Vabbè, un’altra overdose d’ideologia preconfezionata, peraltro basata non tanto sul nulla terreno, come l’etica cattolica, ma sul puro sovvertimento della realtà.
    Il concetto contemporaneo di giustizia sociale è inconciliabile col capitalismo mercatista, e le fanfarate rothbardiane/anarcocapitalistiche si fondano su due baggianate di numero, storicamente inconsistenti e logicamente insostenibili.
    Avendo già evidenziato nel commento ad altri articoli l’inconsistenza epistemiologica di questo filone di pensiero e non avendo mai ottenuto risposta, mi risparmio la fatica in questa sede.

    Tutto questo per dire che questo articolo l’avrei potuto scrivere anch’io, criticando l’enciclica su basi ideologico-teoretiche diverse dalle tue. Mi stupisce (è chiaramente una posa, la mia) che venga rubricato come articolo economico, tanto valeva rubricarlo come articolo culturale.

  8. Noto una curiosissima confusione concettuale tra teoria economica e ideologia.

    La proposizione “I sindacati tendono ad accrescere la disoccupazione, soprattutto di lungo termine, e soprattutto tra le fasce più deboli della popolazione” è fattuale, scientifica, teorica, avalutativa, amorale, positiva, descrittiva o come altro vogliamo chiamarla.

    In quanto tale, può essere vera o falsa, ma ciò è indipendente dal nostro giudizio etico sul suo contenuto.

    Vorrei che qualcuno avesse il coraggio di ARGOMENTARE perché la proposizione dovrebbe essere falsa, ma mi rendo conto che rubricarla come ideologia sia molto più semplice, perché esime dal cercare ed esporre degli argomenti.

  9. ““indubbiamente frenare i flussi di capitale beneficia i sindacati nostrani, ma complessivamente i costi superano i benefici, come insegna la teoria economica”

    Un po’ sbrigativa come argomentazione. La tua sembra più l’enciclica di ritorno della fede mercatista che non un articolo vero e proprio…ciò che affermi è tutto da dimostrare, non vedo numeri, non vedo riferimenti, non vedo il minimo sforzo di fondare la tua critica su delle basi empiriche.
    A dire il vero, ciò che vedo io è l’esatto contrario di ciò che tu affermi.”

    Non lo dico io. Lo dice Krugman in “International economics”. Sarà un anarco capitalista, immagino. :-D

  10. gloria

    (io ho capito che d’ora in avanti ho un aggettivo in più per definirmi. Mi sento molto veltroniana:D pure io)

  11. Pingback: Ventinove Settembre

  12. Z

    “Vorrei che qualcuno avesse il coraggio di ARGOMENTARE perché la proposizione dovrebbe essere falsa, ma mi rendo conto che rubricarla come ideologia sia molto più semplice, perché esime dal cercare ed esporre degli argomenti.”

    Ma di che parli, scusa? Parli di CGIL, CISL e UIL o parli del sindacato in quanto tale? Non mi sembra ci sia molto da dire…e credo che tutto ciò che può esser detto sia abbastanza ovvio.
    Il sindacato, in linea di principio è un’associazione di lavoratori che porta avanti gli interessi dei lavoratori unendoli in lotte comuni di categoria ed evitando che vengano ricattati e sfruttati in quanto persone singole.
    Il sindacato è stato una necessità storica. Rappresenta gli interessi corporativi di una categoria che, in sua assenza, si troverebbe in balia del potere del capitale.

    Forse è il caso che tu ti vada a rileggere cos’era il tuo mitico capitalismo ottocentesco, prima della nascita dei sindacati.
    Forse è il caso che tu ti documenti su quali fossero le condizioni dei lavoratori salariati nell’ambito del capitalismo ottocentesco prima delle rivendicazioni salariali e sindacali.
    Forse è il caso che tu sia consapevole di quanto sangue abbiano dovuto versare i lavoratori salariati prima di veder riconosciuti diritti che oggi diamo per scontati.
    Poi se vuoi continuare ad inondare di baggianate anarcocapitaliste questo forum di discussione fai pure…ma risparimaci le castronerie in base alle quali il capitale fa l’interesse del proletariato, mentre il sindacato farebbe l’interesse del potere costituito.

    E quindi che devo argomentare? Vuoi tornare alle 16 ore lavorative in miniera, ai crumiri, alle fogne a cielo aperto dei sobborghi proletari londinesi? Dillo, ma sappi che il tuo interlocutore non sarò io, sarà la storia del capitalismo occidentale, che tu, scientemente, fingi d’ignorare.

    I lavoratori cinesi di oggi non sono altro che i crumiri di ieri: il capitale si fa globale, mentre le rivendicazioni delle classi subalterne rimangono relegate entro i confini nazionali, e quindi ricattabili, e quindi sempre più subalterne.

    Ma mi rendo conto che chiedere ad un talebano del liberismo mercatista di riconoscere anche la verità più elementare significhi chiedergli troppo: aprire uno squarcio nella marea di cazzate che informa la sua retorica ideale significa minarne le fondamenta.

    Sarebbe come asserire che i vangeli siano apocrifi o che il vecchio testamento sia opera di uomini e non la trascrizione della parola di dio.

    Se il tuo universo ideale è alla deriva non è né colpa mia né dei sindacati…
    Se il tuo modello interpretativo della realtà fa acqua da tutte le parti non è né colpa mia né dei sindacati…
    forse è ora che tu apra gli occhi e prenda coscienza del mondo in cui vivi.

  13. Z

    Vorrei ribadire un concetto fondamentale:

    l’anarchismo, nelle sue varie sfaccettature, rigetta l’anarcocapitalismo come corrente del pensiero anarchico.
    Difficilmente troverete due anarchici che siano d’accordo su un modello condiviso di organizzazione sociale, l’unica cosa sulla quale tutti gli anarchici saranno sempre e comunque d’accordo è che l’anarcocapitalismo non ha nulla a che fare con l’anarchismo.
    Per ovvie ragioni.

  14. Ce ne vuole di disonestà intellettuale, o semplice incapacità di capire, per pensare che questo mio articolo abbia qualcosa a che fare con l’anarchia. Ma, mi pare di capire, oltre a rubricare le idee che non ti piacciono come “ideologia”, sei anche molto bravo con gli argomenti strawman.

    Siccome oggi ho tempo da perdere ti rispondo riga per riga.

    1. Ritieni che sia ideologia scrivere che: ““Il livello dei salari dipende dalla produttività, e quindi è solo la crescita economica che può rendere sostenibile un miglioramento delle condizioni di vita; i sindacati sono una delle cause principali della disoccupazione, soprattutto di lungo termine, e quindi considerarli come difensori dei lavoratori è naif; il potenziamento del diritto del lavoro potrebbe essere dannoso perché porrebbe fuori mercato le economie del Terzo Mondo. In definitiva, i sindacati nostrani difficilmente si farebbero sfuggire l’occasione, in quanto i lavoratori sono tra loro in concorrenza e hanno interessi divergenti.””

    Siccome il legame tra prezzo e produttività marginale è microeconomia da primo anno, ne risulta che tu ritenga che la teoria economica sia ideologia. Per quanto riguarda i sindacati, ti invito a riflettere sulla teoria dei prezzi minimi, e sul come abbia conseguenze ovvie nello spiegare la disoccupazione nel meridione, in Germania Orientale o tra gli stranieri (tutti lavoratori a bassa produttività e quindi fregati dai salari minimi). Ovviamente, chi non può lavorare perché non produce abbastanza per pagare il salario minimo, non lavorerà per lunghi periodi, visto che non può neanche imparare a lavorare, e perché non ha senso investire in una regione dove il lavoro costa più di quanto vale. Quanto dico sul potenziamento del diritto del lavoro è la conseguenza del ragionamento di cui sopra.

    Poi dici che questo non è giustificato: ““indubbiamente frenare i flussi di capitale beneficia i sindacati nostrani, ma complessivamente i costi superano i benefici, come insegna la teoria economica””

    Ti ho dato i riferimenti bibliografici: studiati qualsiasi testo di economia internazionale, magari il Krugman/Obstfeld di cui ti parlavo, e scoprirai cosa dice la teoria economica – che tu ovviamente ridefinisci ideologia – a favore del commercio internazionale etc etc. Nella fattispecie, se non arrivi a capire che investire in Romania aiuta i lavoratori rumeni aumentandone la produttività, temo che il Krugman/Obstfeld sia troppo avanzato per te.

    Poi affermi: “La chiesa è andata a braccetto col capitalismo nel corso dell’ultimo secolo, sperando di poterlo piegare al proprio volere e ai propri valori. S’è alleata al capitale per sconfiggere il nemico comune: il comunismo.”

    Immagino che questa non sia ideologia. E non lo è, immagino, perché lo dici tu.

    Ammetto invece che: ““Che il mercato “produca solo ricchezza” è poi falso: è anche l’archetipo di ogni relazione sociale basata su scelte anziché su coercizione, a differenza della politica.”” sia un po’ sbrigativo. C’è molto più che ideologia dietro, comunque, visto che fondamentalmente sto dicendo qualcosa sui due tipi fondamentali di relazione sociale (coordinative e subordinative: scambio vs obbedienza), cosa che anche un anarco-socialista come Franz Oppenheimer diceva ormai oltre un secolo fa. Ammetto quindi un po’ di sbrigatività, ma rimane comunque che l’idea di base, il ridurre il mercato alla produzione di ricchezza da parte del Papa, è roba da economia del XIX secolo ed è superata da un pezzo.

    Poi dici: “Il concetto contemporaneo di giustizia sociale è inconciliabile col capitalismo mercatista, e le fanfarate rothbardiane/anarcocapitalistiche si fondano su due baggianate di numero, storicamente inconsistenti e logicamente insostenibili”

    Faccio notare che la prima affermazione è ovvia: la giustizia sociale intesa liberalmente come sforzo dello stato di controllare il popolo tramite panem et circenses o socialdemocraticamente come realizzazione di una società giusta tramite l’accrescimento del potere della classe politica sulla società, è di certo incompatibile col liberalismo. Poi ti inventi che ho scritto qualcosa di rothbardiano: ma con chi e di cosa stai parlando? Mai letto un mio articolo contro il giusnaturalismo, o sui problemi delle relazioni internazionali, o sugli eccessi ideologici di Rothbard? Strawman fallacy a gogò…

    “Il sindacato, in linea di principio è un’associazione di lavoratori che porta avanti gli interessi dei lavoratori unendoli in lotte comuni di categoria ed evitando che vengano ricattati e sfruttati in quanto persone singole.
    Il sindacato è stato una necessità storica. Rappresenta gli interessi corporativi di una categoria che, in sua assenza, si troverebbe in balia del potere del capitale.”

    Questa è ideologia, visto che non c’è uno straccio di argomento, a differenza di quanto ho scritto sul legame tra salari minimi e disoccupazione, ad esempio.

    “Poi se vuoi continuare ad inondare di baggianate anarcocapitaliste questo forum di discussione fai pure…ma risparimaci le castronerie in base alle quali il capitale fa l’interesse del proletariato, mentre il sindacato farebbe l’interesse del potere costituito.”

    Microeconomia, primo anno: più capitale, più produttività, più salari. Ti posso fornire i necessari riferimenti bibliografici, se vuoi. Faccio anche notare che non ho scritto da nessuna parte che i sindacati fanno l’interesse del potere costituito: ovviamente fanno l’interesse dei propri membri, soprattutto di chi li guida. Tanto per fare un esempio, la Fiom-CGIL nacque ad inizio XX secolo per imporre il closed shop alla Pirelli: praticamente, dicevano al “capitalista” che se non assumevano solo membri del sindacato avrebbero ricorso alla violenza. I non-membri potevano fottersi. Come dicevo prima: i lavoratori sono naturalmente in conflitto d’interessi l’uno con l’altro (come anche i capitalisti o chiunque altro svolga una funzione simile in una simile nicchia ecologica-economica): solo quando si tratta di chiedere privilegi al governo ci si ricorda di essere una classe sola, ma in genere si chiedono privilegi anche e soprattutto contro la concorrenza, dimostrando ancora una volta che il conflitto di interessi è la norma, e la comunanza di interessi un’eccezione.

    “I lavoratori cinesi di oggi non sono altro che i crumiri di ieri”

    Giusto, perché non si fottono a morire di fame inc ampagna, questi fottuti puzzolenti musi gialli del cazzo. Complimenti per l’ipocrisia. E parli di giustizia sociale? Fammi il piacere? Hai più boria che cervello.

    E, infine: “l’anarchismo, nelle sue varie sfaccettature, rigetta l’anarcocapitalismo come corrente del pensiero anarchico”

    Vedo che “argomenti” per associazione di idee. Troppa mescalina?

  15. Bell’articolo complimenti. Purtroppo qui ti rivolgi ad un pubblico più vasto di quello che trovi sul tuo blog e capita che arrivino persone che non sanno che quel che tu dici è ampiamente dimostrato in economia. E siccome sono confusi dalla propaganda statale pro status quo, scattano di nervi. A proposito di cinesi. Lavoreranno pure tanto, ma vi garantisco che si fanno i soldi. Cosa che in Italia è proibita per legge. Nel senso che se lavori seguendo la legge, non ti arricchisci mai.

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