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Rassegna stampadi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 15 luglio 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

Un poliziotto che cinque testimoni hanno visto impugnare la pistola con due mani, stendere le braccia, mirare e sparare, è stato condannato per omicidio colposo come un qualsiasi sventurato automobilista per un incidente stradale. Vergogna. Ci sarà un appello. Ci sarà giustizia“. A parlare è il Cristiano, il fratello di Gabriele Sandri, a Repubblica dopo la lettura della sentenza che ha condannato Luigi Spaccarotella a sei anni di carcere per l’uccisione del fratello. Ed è difficile dare torto sia a lui che a quegli ultras ai quali nel titolo dell’articolo di Carlo Bonini vengono attribuite “voglie di vendetta”, anche se poi, scorrendo tutto il testo, la parola “vendetta” non viene più pronunciata (ma intanto il lettore l’abbiamo fregato, tié).

oppos Sandri, Aldrovandi e il braccio colposo della leggeEra davvero difficile che finisse in un modo diverso da questo. Molto complesso sostenere l’omicidio volontario come capo d’imputazione; originale però la scelta della Corte d’Assise di Arezzo, visto che ha applicato la figura di “omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento, piuttosto che l’omicidio volontario per dolo eventuale“: difficile sostenere la volontarietà, e allora i giudici se la sono cavata “affibbiando a Spaccarotella, al posto della volontarietà, l’aggravante della “colpa cosciente” che viene giudicata prevalente sulle attenuanti generiche. È come dire: Spaccarotella non voleva uccidere, ma era cosciente di tenere un comportamento pericolosamente colposo“. Ed è divertente a questo punto anche ricordare, in relazione a quanto detto prima, dopo e durante al processo, che la difesa (e la stampa, finché il caso ha meritato l’attenzione dei grandi giornali) abbia sostenuto per molto tempo che lo sparo uscito dalla pistola di Spaccarotella fosse frutto di un incidente, e non di una vera e propria volontà di far partire il colpo. Il primo testimone, un commercialista fermo all’autogrill di Badia del Pino che invece faceva notare come l’agente della Polstrada avesse preso la mira prima di sparare, venne etichettato come “non credibile” visto che tifava per la Lazio. Poi, per fortuna, è arrivato Keiko Korihoshi, guida turistica giapponese: “Vidi il poliziotto cercare la mira per cinque secondi a braccia tese, poi esplose il colpo verso l’auto in movimento“. Al cittadino del Sol Levante non si potevano attribuire simpatie per la società di Lotito, nemmeno eventuali.

Può starci, è logico, visti i precedenti. Così come può succedere quello che è successo nel caso di Federico Aldovrandi, dove “l’eccesso colposo di omicidio colposo” ha portato 3 anni e mezzo di carcere per i quattro poliziotti che hanno picchiato, fino a provocarne la morte, qualcuno che non stava opponendo resistenza. D’altronde, anche nel caso di Stefano Lucidi, il romano che aveva investito con la sua auto, provocandone la morte, due ventenni, è caduta l’imputazione di omicidio volontario in secondo grado, provocando il dimezzamento della pena. Quello che si fa fatica a comprendere, in uno Stato di diritto, è come mai tutto ciò debba essere per forza condito di ogni stereotipo possibile nei confronti della vittima e dei suoi amici, aggiungiando al danno (al dolo eventuale, direbbe il giudice del processo Sandri) anche la beffa del sentirsi chiamare criminali prima ancora di aver combinato qualcosa. Come si diceva qualche tempo fa, spesso gli Ultras non brillano in casi del genere: capita persino di “apprezzare lo spettacolo di sostenitori della stessa squadra che si picchiavano, per una questione di posizione (?!?) dei rispettivi gruppi in curva. Anche se poi alla fine dissero che c’era invece un movente politico. Per salvarsi la faccia, probabilmente“. Ma, come per Aldovrandi, anche in questo caso la vittima sembra davvero figlia di un dio minore. Mentre la responsabilità di chi deve garantire i cittadini – tutti: anche quelli che si macchiano di reati – sembra sempre più flebile via via che i casi si assommano: “va bene l’ha ucciso, ma che doveva fare? Stavano scappando…“; “va bene, l’hanno massacrato di botte in quattro contro uno, ma era un drogato“, e così via. Non c’è più nulla di volontario, sembrerebbe, negli atti della Legge. E’ tutto colposo, disgraziato, casuale. Come far partire un colpo dalla propria pistola puntando verso un’automobile in fuga, con il proiettile che – colposamente, disgraziatamente, casualmente – finisce nel collo di uno che dormiva nei sedili posteriori della macchina. Che ci volete fare? Sono cose che capitano.

(Vignetta di Bucchi)

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