Riflessioni e spunti sul ruolo dello Stato e sulle opzioni a disposzione del cittadino in un paese politicamente libero che ha bisogno di qualche cambiamento. ma, prima di cambiare, occorre sapere come e dove mettere le mani per evitare, al prossimo riavvio, di ricominciare daccapo. Sempre che si possa.
CAPIRE IL MONDO E’ DIFFICILE – Non so voi, ma io quando m’imbatto in pensatori formidabili come Amartya Sen, provo una sorta di disagio e di disappunto, perché mi chiedo:
quanti, fra noi umani, siamo in grado di accogliere e mettere in pratica tali suggestive argomentazioni? Tali pensieri scaturiscono dalla lettura di uno stralcio dell’ultima opera del pensatore indiano The Idea of Justice, ottimamente riportato dalla Domenica de Il Sole 24 Ore del 12 luglio 2009. Per esempio, quando Sen scrive: «capire il mondo non significa registrare semplicemente percezioni immediate, implica inevitabilmente la capacità di argomentare razionalmente» mi chiedo subito quanta di questa capacità io possa avere (sempre che l’abbia, beninteso). Capire il mondo, già. Sforzo difficile, soprattutto perché siamo immersi in questo mondo, ne siamo coinvolti. La realtà è troppo precipitosa. Tuttavia, ogni tanto fa bene fermarsi, cercare di meditare, riflettere nel flusso continuo del tempo fra tante tormentate vicende. Vedi la politica: mai un momento per sospendere la contesa, c’è sempre lotta confusa e continua, esasperante; e noi a vederne (subirne) avidamente lo spettacolo.
CAPIRE L’ITALIA DI PIU’ – In Italia poi, la politica è sempre sulla scena, oscenamente. La facinorosità delle fazioni impedisce il dialogo, il confronto, la risoluzione normativa condivisa. Hai voglia a fare tavole rotonde di Farefuturo, di Italianieuropei eccetera. Ma possibile che lo Stato, come istituzione, non abbia tempo di fermarsi, perlomeno lo spazio di una due giorni tipo G8, a riflettere su quali siano i suoi compiti, i suoi fini, le sue prerogative? Solo esistere, tirare a campare? Nessuno che si prenda la briga seriamente di rileggere la Carta sulla quale, appunto, il nostro stare insieme come cittadini, si fonda? Niente, solo esercizio del potere, solo questo legiferare efferato. Eppure,
«La legge è stata definita come l’espressione della volontà generale. È un’affermazione estremamente falsa. Le leggi sono la dichiarazione
delle relazioni degli uomini tra loro. Dal momento in cui la società esiste, si stabiliscono tra gli uomini relazioni che sono conformi alla loro natura, poiché se così non fosse, esse non si instaurerebbero. Le leggi non sono altro che queste relazioni osservate ed espresse. Non sono la causa di queste relazioni che, al contrario, le precedono. Esse dichiarano che queste relazioni esistono. Sono la dichiarazione di un fatto. Esse non creano, non determinano, non istituiscono alcunché, se non forme per garantire ciò che esisteva prima della loro istituzione. Ne consegue che nessun uomo, nessuna parte della società, né la società tutta intera possono, propriamente parlando e in senso assoluto, attribuirsi il diritto di fare le leggi. Poiché le leggi sono espressioni delle relazioni che esistono tra gli uomini e queste relazioni sono determinate dalla loro natura, fare una legge nuova, significa soltanto fare una nuova dichiarazione di ciò che esisteva in precedenza. La legge non è affatto a disposizione del legislatore. Non è la sua opera spontanea. Il legislatore sta all’ordine sociale come il fisico sta alla natura. Newton stesso ha potuto soltanto osservarla e annunciare le leggi che riconosceva o che credeva di riconoscere. Egli non pensava certo di esserne il creatore». Benjamin Costant.
Ora, da bravi newtoniani, proviamo a scoprire le leggi che regolano la nostra democrazia e, soprattutto, a capire concretamente come sostenerla e potenziarla. Innanzitutto bisogna provare a considerare la democrazia alla stessa maniera di una tecnologia e mettersi d’impegno per cercare di sfruttarne tutto il potenziale. In quanti modi possiamo personalizzare il nostro Stato per renderlo più vicino ai nostri bisogni, più consono alle nostre necessità di cittadini, ovvero di re? Perché siamo noi i re del nostro Stato, non dobbiamo mai dimenticarcelo. Non importa ora qui ingaggiare un’ennesima battaglia contro le varie rigidità e ottusità burocratiche. Come molti nostri oggetti tecnologici di uso quotidiano, anche la nostra società ha in sé dei meccanismi di default.
SISTEMI OPERATIVI DEMOCRATICI – Prendo a prestito questo concetto informatico da un illuminante articolo di Kevin Kelly, Il trionfo del default, trovato sul blog della rivista Internazionale, e cerco di trasporlo al concetto di democrazia. Vediamo se può funzionare. Dunque, il default «indica un’opzione che si attiva automaticamente in assenza di
una scelta volontaria» e questo va bene in fondo anche per noi cittadini occidentali che abbiamo avuto la fortuna di nascere in un contesto democratico, dove cioè la democrazia è un sistema predefinito. «Quando all’inizio i computer avevano molti difetti e si bloccavano spesso, il sistema si riavviava con le impostazioni di default. Era una scelta intelligente: se l’utente non decideva di modificarle, quelle impostazioni assicuravano il funzionamento del sistema». Per quanto riguarda l’Italia, quali sono le nostre impostazioni di default? Sono i primi 54 articoli delle nostra Costituzione. Voilà. Ma contrariamente a quelli dei vari apparecchi tecnologici, questo default non «è un’opzione che può essere cambiata in qualsiasi momento», però può essere la base sulla quale personalizzare la propria idea politica, così come possiamo personalizzare il nostro telefonino, a seconda dei nostri gusti, delle nostre esigenze. Così la democrazia, come particolare oggetto tecnologico di nostra invenzione, offre a noi cittadini gli strumenti per poterci organizzare e poter vivere a seconda delle nostre scelte, delle nostre attitudini e dei nostri desideri. Appena capisco l’importanza di essere cittadino, capisco altresì che «la mia libertà non viene limitata, ma distribuita nel tempo». E questo dovrebbe accadere proprio come quando mi trovo davanti a un pc o a un ipod. Infatti «appena capisco meglio come funziona il meccanismo torno nella pagina delle preferenze e seleziono, scelgo, modifico e così via. Ma fino a quel momento le mie decisioni rimangono nascoste, in obbediente attesa. Nei sistemi ben progettati abbiamo grande libertà, ma siamo incoraggiati a prendere le decisioni al momento giusto e con sufficiente consapevolezza. I default, quindi, sono uno strumento che tiene sotto controllo la quantità di variabili da gestire». Nella maggior parte dei casi, però, le impostazioni rimangono quelle offerte dal produttore. Quanto riflettiamo, quanto facciamo vivere ciò che i nostri padri fondatori hanno stabilito a fondamento della nostra Repubblica? Perché di fronte a questo bel sistema operativo chiamato democrazia ci comportiamo con la stessa pigrizia mentale con la quale la maggior parte di noi si comporta di fronte a un telefonino?
NESSUNO E’ NEUTRALE - Cosa significa questo? Che attualmente va tutto bene così com’è in Italia? O forse soltanto che le persone più scaltre sanno come approfittare dei vantaggi del sistema democratico? «I default ci ricordano una verità. Per definizione, funzionano quando noi non facciamo nulla. Ma il non agire non è un’azione neutrale, perché attiva un default. Questo significa che “non scegliere” è comunque una scelta. Nonostante molti dicano il contrario, la tecnologia non è mai neutrale. Anche quando non scegliete come usarla, sarà lei a scegliere per voi. Un sistema acquisisce una spinta in una determinata direzione proprio grazie a queste tendenze, anche se non sono prodotte da scelte volontarie. La cosa migliore che possiamo fare è dare la nostra piccolissima spinta nella direzione che vogliamo noi.» Forza a spingere, dunque, gentilmente, senza troppa frenesia, con sano scetticismo e fede profonda nei valori base di ogni autentica democrazia: liberté, egalité, fraternité. Nessun assillo di costruire società perfette, prive di qualsivoglia ingiustizia, giacché, come giustamente sostiene Sen, questo è il prodromo di ogni totalitarismo. Dobbiamo limitarci a diventare consapevoli che le varie ingiustizie che accadono sono «riparabili». Anche se per riparare la democrazia italiana occorre essere dei bravi meccanici, non dobbiamo scoraggiarci. In fondo, come chiosa Armando Massarenti a commento del succitato stralcio d’opera, «essere liberi ed eguali, per Sen, non significa tanto avere lo stesso reddito, quanto avere la stessa possibilità di essere padroni della propria vita, partecipando a una libera discussione pubblica. Perché la prima ingiustizia, a ben guardare, è proprio quella di essere esclusi dalla discussione razionale che riguarda i modi in cui condurre le nostre stesse vite».























Complimenti per questa bella riflessione.
Riflettere e far riflettere, specie su internet, non sembra anadare tanto più di moda. Ed è per questo che la “democrazia” soffre.
Davvero, quanti s’interrogano su cosa significano le parole, i concetti, le “mission” di uomini ed istituzioni, tutti presi a correre dietro alle brighe del quotidiano, spesso noiose e sempre fuorvianti?
La democrazia soffre un po’ dovunque, in Italia di più per ragioni che hanno molto a che vedere con la nostra storia che con la nostra cronaca.
Ma è un “organismo” che ha in se gli “anticorpi” per “ripararsi”, per andare verso un nuovo equilibrio.
Certo, se facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa riusciremmo anche a capire…^_^
Molto interessante, e come sempre ottimamente scritto.
Sul default però avrei altre idee.
Grazie.
L’ultima tua frase mi ricorda ciò che Salvini (Benigni) pronuncia ne «La voce della luna» di Fellini:
«Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse potremmo capire».
Pregiatissimo Devarim,
se ne hai voglia sei invitato a esporle hic et nunc.
[...] Il default democratico di Luca Massaro postato alle 11:30 del 14 luglio 2009 in Interni Torna alla home [...]
[...] Il default democratico di Luca Massaro postato alle 11:30 del 14 luglio 2009 in Interni Torna alla home [...]
@Luca Massaro:
Sì, era una citazione dalla battuta finale di quel film. Il tuo post me lo ha fatto tornare in mente. Spero ti faccia piacere.
Grazie per la risposta.
C.
@ Comicomix
Sono lusingato. Grazie di nuovo.
POtrei non aver compreso, ma se si intende che la democrazia sia la naturale attivazione di default della società umana, credo che ci si esponga , oltre che alla fallacia naturalistica (in cui cade adv esempio Constant: di dedurre il dover essere da un fatto [il fatto della relazione: e già qui, a ben vedere, occorra vedere se la relazione non violenta , o diplomaticamente sospensiva dell violenza , su cui si fonda la democrazia sia "di default"]), anche alla negazione dell’ovvio carettere di barbarie in cui, senza una vigilanza ferrea e faticosa, in ogni tempo e luogo (e dunque anche qui ed ora) la democrazia (intesa come stoto di diritto in cui vigno procedure di garanzia del cambio di governo senza spargimento di sangue) si man-tiene.
Inoltre non sono d’accordo sulla riduzione tecnologica della democrazia; Semmai è TECHNE, la politica (come dice Platone), ma bisogna anche considerare la presupposizione di un punto di vista “divino” (il mondo delle idee, o delle relazioni ideali) su cui, secondo lui, di debba modellare lo Stato. (penso all’ultimo Platone, non solo alla Respublica).
Comunque: la democrazia è un compito, e presuppone il concetto (immaginato) di “essenza dell’essere umano”. E senza siffatta immaginazione l’essere e l’umano non si coapparterrebbero.
Bisogna vedere se questo si accenda di default quando accendiamo la nostra coscienza adulta, o se implichi ben altre regolazioni, fatte di faticoso studio, vigilante discplina, rintuzzare l’istinto ego-nomico del totalitarismo della Vorstellung e della tesi dossica. In breve “di default” è la non democrtazia, non la democrazia.
Chiedo scusa per i troppi refusi, ma è troppo tardi…
SOLO UN e.c:
VIGNO= VIGONO