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Internidi Luca Massaro
pubblicato il 14 luglio 2009 alle 11:30 dallo stesso autore - torna alla home

Riflessioni e spunti sul ruolo dello Stato e sulle opzioni a disposzione del cittadino in un paese politicamente libero che ha bisogno di qualche cambiamento. ma, prima di cambiare, occorre sapere come e  dove mettere le mani per evitare, al prossimo riavvio, di ricominciare daccapo. Sempre che si possa.

CAPIRE IL MONDO E’ DIFFICILE – Non so voi, ma io quando m’imbatto in pensatori formidabili come Amartya Sen, provo una sorta di disagio e di disappunto, perché mi chiedo: Amartya Sen Il default democratico quanti, fra noi umani, siamo in grado di accogliere e mettere in pratica tali suggestive argomentazioni? Tali pensieri scaturiscono dalla lettura di uno stralcio dell’ultima opera del pensatore indiano The Idea of Justice, ottimamente riportato dalla Domenica de Il Sole 24 Ore del 12 luglio 2009. Per esempio, quando Sen scrive: «capire il mondo non significa registrare semplicemente percezioni immediate, implica inevitabilmente la capacità di argomentare razionalmente» mi chiedo subito quanta di questa capacità io possa avere (sempre che l’abbia, beninteso). Capire il mondo, già. Sforzo difficile, soprattutto perché siamo immersi in questo mondo, ne siamo coinvolti. La realtà è troppo precipitosa. Tuttavia, ogni tanto fa bene fermarsi, cercare di meditare, riflettere nel flusso continuo del tempo fra tante tormentate vicende. Vedi la politica: mai un momento per sospendere la contesa, c’è sempre lotta confusa e continua, esasperante; e noi a vederne (subirne) avidamente lo spettacolo.

CAPIRE L’ITALIA DI PIU’ – In Italia poi, la politica è sempre sulla scena, oscenamente. La facinorosità delle fazioni impedisce il dialogo, il confronto, la risoluzione normativa condivisa. Hai voglia a fare tavole rotonde di Farefuturo, di Italianieuropei eccetera. Ma possibile che lo Stato, come istituzione, non abbia tempo di fermarsi, perlomeno lo spazio di una due giorni tipo G8, a riflettere su quali siano i suoi compiti, i suoi fini, le sue prerogative? Solo esistere, tirare a campare? Nessuno che si prenda la briga seriamente di rileggere la Carta sulla quale, appunto, il nostro stare insieme come cittadini, si fonda? Niente, solo esercizio del potere, solo questo legiferare efferato. Eppure,

«La legge è stata definita come l’espressione della volontà generale. È un’affermazione estremamente falsa. Le leggi sono la dichiarazione  Il default democratico delle relazioni degli uomini tra loro. Dal momento in cui la società esiste, si stabiliscono tra gli uomini relazioni che sono conformi alla loro natura, poiché se così non fosse, esse non si instaurerebbero. Le leggi non sono altro che queste relazioni osservate ed espresse. Non sono la causa di queste relazioni che, al contrario, le precedono. Esse dichiarano che queste relazioni esistono. Sono la dichiarazione di un fatto. Esse non creano, non determinano, non istituiscono alcunché, se non forme per garantire ciò che esisteva prima della loro istituzione. Ne consegue che nessun uomo, nessuna parte della società, né la società tutta intera possono, propriamente parlando e in senso assoluto, attribuirsi il diritto di fare le leggi. Poiché le leggi sono espressioni delle relazioni che esistono tra gli uomini e queste relazioni sono determinate dalla loro natura, fare una legge nuova, significa soltanto fare una nuova dichiarazione di ciò che esisteva in precedenza. La legge non è affatto a disposizione del legislatore. Non è la sua opera spontanea. Il legislatore sta all’ordine sociale come il fisico sta alla natura. Newton stesso ha potuto soltanto osservarla e annunciare le leggi che riconosceva o che credeva di riconoscere. Egli non pensava certo di esserne il creatore». Benjamin Costant.

Ora, da bravi newtoniani, proviamo a scoprire le leggi che regolano la nostra democrazia e, soprattutto, a capire concretamente come sostenerla e potenziarla. Innanzitutto bisogna provare a considerare la democrazia alla stessa maniera di una tecnologia e mettersi d’impegno per cercare di sfruttarne tutto il potenziale. In quanti modi possiamo personalizzare il nostro Stato per renderlo più vicino ai nostri bisogni, più consono alle nostre necessità di cittadini, ovvero di re? Perché siamo noi i re del nostro Stato, non dobbiamo mai dimenticarcelo. Non importa ora qui ingaggiare un’ennesima battaglia contro le varie rigidità e ottusità burocratiche. Come molti nostri oggetti tecnologici di uso quotidiano, anche la nostra società ha in sé dei meccanismi di default.

SISTEMI OPERATIVI DEMOCRATICI – Prendo a prestito questo concetto informatico da un illuminante articolo di Kevin Kelly, Il trionfo del default, trovato sul blog della rivista Internazionale, e cerco di trasporlo al concetto di democrazia. Vediamo se può funzionare. Dunque, il default «indica un’opzione che si attiva automaticamente in assenza diplanning choice among multiple roads id267012 size350 Il default democratico una scelta volontaria» e questo va bene in fondo anche per noi cittadini occidentali che abbiamo avuto la fortuna di nascere in un contesto democratico, dove cioè la democrazia è un sistema predefinito. «Quando all’inizio i computer avevano molti difetti e si bloccavano spesso, il sistema si riavviava con le impostazioni di default. Era una scelta intelligente: se l’utente non decideva di modificarle, quelle impostazioni assicuravano il funzionamento del sistema». Per quanto riguarda l’Italia, quali sono le nostre impostazioni di default? Sono i primi 54 articoli delle nostra Costituzione. Voilà. Ma contrariamente a quelli dei vari apparecchi tecnologici, questo default non «è un’opzione che può essere cambiata in qualsiasi momento», però può essere la base sulla quale personalizzare la propria idea politica, così come possiamo personalizzare il nostro telefonino, a seconda dei nostri gusti, delle nostre esigenze. Così la democrazia, come particolare oggetto tecnologico di nostra invenzione, offre a noi cittadini gli strumenti per poterci organizzare e poter vivere a seconda delle nostre scelte, delle nostre attitudini e dei nostri desideri. Appena capisco l’importanza di essere cittadino, capisco altresì che «la mia libertà non viene limitata, ma distribuita nel tempo». E questo dovrebbe accadere proprio come quando mi trovo davanti a un pc o a un ipod. Infatti «appena capisco meglio come funziona il meccanismo torno nella pagina delle preferenze e seleziono, scelgo, modifico e così via. Ma fino a quel momento le mie decisioni rimangono nascoste, in obbediente attesa. Nei sistemi ben progettati abbiamo grande libertà, ma siamo incoraggiati a prendere le decisioni al momento giusto e con sufficiente consapevolezza. I default, quindi, sono uno strumento che tiene sotto controllo la quantità di variabili da gestire». Nella maggior parte dei casi, però, le impostazioni rimangono quelle offerte dal produttore. Quanto riflettiamo, quanto facciamo vivere ciò che i nostri padri fondatori hanno stabilito a fondamento della nostra Repubblica? Perché di fronte a questo bel sistema operativo chiamato democrazia ci comportiamo con la stessa pigrizia mentale con la quale la maggior parte di noi si comporta di fronte a un telefonino?

domino effect b Il default democratico NESSUNO E’ NEUTRALE - Cosa significa questo? Che attualmente va tutto bene così com’è in Italia? O forse soltanto che le persone più scaltre sanno come approfittare dei vantaggi del sistema democratico? «I default ci ricordano una verità. Per definizione, funzionano quando noi non facciamo nulla. Ma il non agire non è un’azione neutrale, perché attiva un default. Questo significa che “non scegliere” è comunque una scelta. Nonostante molti dicano il contrario, la tecnologia non è mai neutrale. Anche quando non scegliete come usarla, sarà lei a scegliere per voi. Un sistema acquisisce una spinta in una determinata direzione proprio grazie a queste tendenze, anche se non sono prodotte da scelte volontarie. La cosa migliore che possiamo fare è dare la nostra piccolissima spinta nella direzione che vogliamo noi.» Forza a spingere, dunque, gentilmente, senza troppa frenesia, con sano scetticismo e fede profonda nei valori base di ogni autentica democrazia: liberté, egalité, fraternité. Nessun assillo di costruire società perfette, prive di qualsivoglia ingiustizia, giacché, come giustamente sostiene Sen, questo è il prodromo di ogni totalitarismo. Dobbiamo limitarci a diventare consapevoli che le varie ingiustizie che accadono sono «riparabili». Anche se per riparare la democrazia italiana occorre essere dei bravi meccanici, non dobbiamo scoraggiarci. In fondo, come chiosa Armando Massarenti a commento del succitato stralcio d’opera, «essere liberi ed eguali, per Sen, non significa tanto avere lo stesso reddito, quanto avere la stessa possibilità di essere padroni della propria vita, partecipando a una libera discussione pubblica. Perché la prima ingiustizia, a ben guardare, è proprio quella di essere esclusi dalla discussione razionale che riguarda i modi in cui condurre le nostre stesse vite».

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