Fazio, Saviano e la retorica del “meno peggio”

Trasmissione televisiva "Quello che (non) ho" di Fabio Fazio e Roberto Saviano alle Officine Grandi Riparazioni di Torino

La premiata ditta Fazio-Saviano è il riflesso allo specchio di quella società inebetita che compra buste di insalata già pronta perché non ha più tempo nemmeno per lavarla e tagliarla.

Si nutre di opinioni (meglio se) preconfenzionate e sceglie il social network come teatro della digestione per andare poi a letto con la coscienza sistematicamente pulita: anche oggi i problemi oltre il pianerottolo hanno avuto i loro quindici minuti di celebrità. Si può provare solo tenerezza di fronte all’uomo dalle mille pause imbarazzanti che diluisce favole tristi in serate da dedicare allo sdegno civico. L’applauso alla vedova ci fa sentire soddisfatti ma non è tanto diverso dalla spettacolarizzazione del dolore firmato De Filippi.

Ci fa stare bene aggiungere un programma al piatto magro dell’informazione, dove una notizia per sembrare più interessante deve indossare giacca e cravatta o parlare per motti da ripetere con gli amici mentre si grida “Italia 1” alla camera di un iPhone. Quando smettiamo di documentarci e scegliamo un programma ridicolo perché “loro le cose le dicono” siamo complici di un sistema inadeguato e non lamentiamoci, allora, se alle urne votiamo “il meno peggio”. Tra rassegnazione e rivoluzione c’è di mezzo l’evoluzione.

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