La pratica quotidiana dei diritti umani
09/07/2009 - SIATE EROI - Che in chiave moderna possiamo ritrovare persino in un eroe (magari meno universalmente riconosciuto) delle lotte a favore degli oppressi, Ernesto “Che” Guevara, che esortava così i suoi lettori: “siate sempre capaci di sentire nel più profondo
SIATE EROI - Che in chiave moderna possiamo ritrovare persino in un eroe (magari meno universalmente riconosciuto)
delle lotte a favore degli oppressi, Ernesto “Che” Guevara, che esortava così i suoi lettori: “siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario”. E’ forse allora proprio questo il messaggio contenuto nelle testimonianze ostinate, il motivo stesso della necessità dell’ostinazione: osserva Shirin Ebadi che Ahmadinejad in tempi recenti si scagliava contro l’aggressione di Israele contro i civili di Gaza, piuttosto che l’attacco degli stessi israeliani al Libano o la guerra in Afghanistan.Troppo facile solidarizzare e difendere il nostro consimile, chi esprima i nostri stessi ideali o le nostre convinzioni o soltanto rappresenti il nostro stesso sistema di valori o ci ispiri compassione. Difendere i diritti umani nella pratica quotidiana significa essere capaci di opporsi alle ingiustizie, tutte. Significa essere capaci di denunce come quelle di Saviano (laddove è evidente come di fronte a centinaia di “saviani”, le associazioni mafiose non avrebbero i mezzi per intimorire), ma allo stesso tempo di difendere un perfetto sconosciuto che sia vittima di un abuso di potere, oggetto di restrizione di un diritto o una libertà per il solo fatto di rappresentare la diversità. E’ forse per questo che si muore in Iran (e non semplicemente per contestare il risultato elettorale), o che si viene condannati in Francia…ed è sicuramente per questo che dovremmo riscoprire la solidarietà, in Italia. Sottolinea Zygmunt Bauman, in “Vita liquida”:
“Nel 1989 Richard Rorty indicava come finalità auspicabili e possibili degli educatori i compiti di «sobillare i ragazzini» e di insinuare «dubbi negli studenti sulla loro stessa immagine di sé e sulla società di cui fanno parte»”.
Viene da chiedersi se questo tipo di coscienza individuale (ma non individualista) non sarebbe in fin dei conti il migliore strumento di promozione dei diritti umani su scala mondiale, oggi.












