Esteri

La pratica quotidiana dei diritti umani

9 luglio 2009

Tante voci, un solo argomento. La giustizia. Quella universale, quella umana, quella che dovrebbe garantire un minimo. Che si allontana ogni giorno di più.

L’occasione: la presentazione del rapporto “L’ostinazione della testimonianza”, lavoro firmato dall’Osservatorio per la Protezione dei Difensori dei Diritti Umani, impreziosito dalla prefazione di Roberto Saviano (quale miglior emblema della testimonianza ostinata e pronta a pagare le conseguenze sulla propria pelle?).Martedì 7 Luglio, Sala Caduti di Nassirya del Senato, Palazzo Madama, Roma.Dietro al tavolo: il Presidente dell’Unione Forense per la tutela dei diritti dell’uomo Mario Lana; la Vice-Presidente del Senato, Emma Bonino; la Presidente della FIDH (Federazione Internazionale dei Diritti Umani), Souhayr Belhassen; il Segretario Generale dell’Organizzazione Mondiale Contro la Tortura, Anne Laurence Lacroix; e un’ospite d’eccezione (nonché inattesa): il Premio Nobel per la Pace 2003, l’iraniana Shirin Ebadi. E proprio l’intervento di quest’ultima utilizzeremo come spunto per una riflessione sullo stato dei diritti umani.

TESTIMONI DI LIBERTA’ - “Usate la vostra libertà per promuovere la nostra”. – Questa celebre frase di Aung San Suu Kyi, citata dall’onorevole Bonino, sembra la miglior sintesi del discorso pronunciato dall’Avvocato Ebadi. La donna che fino a pochi mesi fa era Presidente (oltre che cofondatrice) del Centro per la Difesa dei Diritti Umani di Teheran (chiuso il 21 dicembre scorso dal regime di Ahmadinejad) si trova in Italia proprio per promuovere l’ostinazione delle testimonianze dei connazionali.In particolare quella di Narges Mohammadi, giornalista, Vice Presidente del Centro per la Difesa dei Diritti Umani e Presidente del Comitato Esecutivo del Consiglio Nazionale della pace (una vasta coalizione contro lo scontro militare e di promozione dei diritti umani), per conto della quale nel pomeriggio la Ebadi ha ritirato alla Camera dei Deputati il Premio Alexander Langer, attribuito “a persone anche sconosciute che con scelte coraggiose, indipendenza di pensiero, forte radicamento sociale siano capaci di illuminare situazioni emblematiche e strade innovative per il perseguimento degli obiettivi indicati nell’articolo 2 della Fondazione” (così si legge sul sito della Fondazione). Cita anche le dolorose esperienze di altri collaboratori del Centro per la Difesa dei Diritti Umani di Teheran: una segretaria, detenuta per 55 giorni prima di essere rilasciata, o i due avvocati tuttora costretti nelle prigioni iraniane.

MINACCIATI PERCHE’ LIBERI – Testimonianze non meno importanti di quella della sopra citata Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991, ad oggi ancora costretta agli arresti domiciliari dal regime birmano per aver scelto di non abbandonare il proprio Paese (essendo stata minacciata di non potervi più fare ritorno, in quel caso) e continuare a lavorare per il ripristino della democrazia. O di quella della Presidente Belhassen, espulsa dalla Tunisia nel 1993 per il suo impegno a favore della causa delle donne nei Paesi del Maghreb, che a sua volta ricorda come in democrazie ritenute all’avanguardia siano poco tollerate alcune pratiche di dissenso attivo alle politiche di governo (cita a titolo di esempio il “reato di solidarietà” previsto dall’ordinamento penale francese per punire chi aiuti un immigrato clandestino); oppure il fatto che personaggi che si siano esposti in prima persona sono costretti ad una vita da reclusi, identica a quella che dovrebbe toccare ai veri criminali – e qui fa riferimento a Roberto Saviano, impossibilitato a presenziare alla presentazione a causa delle minacce alla sua stessa vita.

LA QUESTIONE IRANIANA E STRUMENTALIZZAZIONI - L’intervento di Anne Laurence Lacroix, Segretario Generale Aggiunto dell’Organizzazione Mondiale Contro la Tortura, è incentrato sulle tendenze attuali della restrizione dei diritti umani: la criminalizzazione della protesta sociale, il soffocamento delle associazioni e unioni di individui (in particolare i sindacati), la repressione delle minoranze e da ultimo la repressione dei difensori dei diritti umani, per l’appunto. Queste quattro direttrici dovrebbero farci riflettere sull’attenzione suscitata da casi eclatanti come quello della protesta iraniana. Si tratta di eventi dirompenti per la comunicazione di massa, che interessano milioni di individui, e che un Governo non potrà in nessun caso gestire restando nell’ombra. Pensiamo al tentativo rivelatosi vano di censurare Internet nei giorni immediatamente successivi alle elezioni incriminate. O alle immagini che ci giungono quotidianamente da Teheran. Molto ci è dato sapere di questa repressione, molto possono fare gli Stati della Comunità Internazionale in termini di pressione politica (al punto da spingere Ahmadinejad a invocare il “riservato dominio”, ossia il diritto di un Governo di gestire come meglio creda le questioni interne). Non è di questo che ci parlano le ostinate testimonianze delle donne di cui parliamo.

COSCIENZA UN TANTO AL CHILO? – Stiamo parlando di etica e di coscienza politica degli individui. Le guerre, le manifestazioni di massa, le rivolte di popolo rappresentano solo alcune delle forme di manifestazione del dissenso: le più clamorose, ma soprattutto le uniche mediaticamente rilevanti e rilevate. Non basta scandalizzarsi per elezioni manomesse, dittature, violenze etniche (come quelle che stanno subendo gli Uiguri dello Xinjiang da parte del Governo centrale cinese) o genocidi. E’ il nostro quotidiano che viene messo in discussione. Etica e coscienza politica, che ognuno di noi dovrebbe assumere come linee guida per il vivere quotidiano. Se ne trova traccia in diverse espressioni di personaggi celebri della nostra storia. Il Voltaire che sembra aver detto “Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo”, ad esempio. O il precetto religioso universale racchiuso nel “non fare a nessuno ciò che non piace a te”, che si ritrova contemporaneamente (in termini più o meno identici) nei Vangeli, nella Bibbia ebraica, nell’induismo, nel buddismo, nel confucianesimo e nell’islam (e anche in Emmanuel Kant e Umberto Eco).

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