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pubblicato il 9 luglio 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

Ferrara, poco prima delle sei di mattina. Federico cammina allegro dopo una bella serata con gli amici a sentire musica reggae. Davanti al cancello del galoppatoio, pochi minuti dopo, è riverso, ammanettato. Morto. Una madre e un padre, davanti al suo letto vuoto, chiedono giustizia. E per ora la ottengono

Ferrara, 2/1/2006

Scrivo la storia di quel che è successo a Federico, mio figlio. Non scriverò tutto di lui, non si può raccontare una vita, anche se di soli 18 anni appena compiuti. È morto il 25 settembre, il giorno di natale sono stati tre mesi…” (da qui)

Se in quel momento, il 2 gennaio 2006, a Ferrara, una donna non avesse avuto il coraggio di aprire una finestra sul proprio dolore,  se non avesse cominciato a digitare sulla tastiera il nome di suo figlio per raccontarne la tragica ed incomprensibile morte, se dall’isolamento della sua stanza non avesse implicitamente lanciato un SOS alla rete,  forse oggi il nome di Federico Aldrovandi non ci sarebbe divenuto familiare. Se sua madre, Patrizia Moretti, quel giorno  fosse rimasta  in silenzio, se avesse abbandonato l’idea di aprire quel blog probabilmente oggi non verrebbe da chiedersi come sia possibile, in un Paese democratico come dovrebbe essere il nostro, che qaldrovandi Caso Aldrovandi: finché giustizia non sarà fatta uattro uomini possano indossare con tanta leggerezza una divisa e, al contempo, restare coinvolti in una vicenda così cruenta vestendo pure i panni dei principali responsabili della stessa.

COME UN GIOCO – Colpevoli di “eccesso colposo nell’omicidio colposo”. Questa la sentenza con cui il tribunale di Ferrara, il 6 luglio, si è pronunciata nei confronti di Paolo Forlani, Monica Segatto,  Luca Pollastri, Enzo Pontani.  Sono stati condannati solo a 3 anni e 6 mesi, pena che non sconteranno nemmeno,  a quanto pare, per via dell’indulto. Ma mentre il popolo della rete si scalda perché i giudici sembrano esser stati tutti clementi, perché gli agenti sono ancora al lavoro, perché uno di loro in questi giorni è addirittura di servizio al G8 all’Aquila, dai genitori di Federico arriva  una lezione di correttezza e di umanità. Scrive Lino, suo padre, sul blog: “Il sistema processuale italiano, a garanzia della libertà dei cittadini, prevede che ogni sentenza sia sottoposta ad appello e poi a ricorso per cassazione ma sono convinto che le basi per quel minimo di giustizia e di rispetto che ti dobbiamo, sono state finalmente poste“. Patrizia, invece, ripresa dalle telecamere dello staff di Beppe Grillo subito dopo la sentenza, dice: “Ho sentito condanna, il tempo non so, non riesco a giudicarlo, l’importante è che questo tribunale abbia sancito la condanna, il tempo non riesco a giudicarlo. Pura ferocia, non ci hanno fornito nessuna spiegazione, se non la pura ferocia degli indagati”.  Appare finalmente  felice, ma stanca, tanto. Rilassata ma vulnerabile. Per la prima volta. Sembra essersi finalmente lasciata andare. Negli ultimi tre anni, che per lei sono stati di dura e costante lotta alla ricerca della verità, ogni volta che si vedeva in video, sembrava  indossasse una sorta di maschera di imperturbabilità.

MAI UNA LACRIMA – Questa madre coraggio appariva forte, risoluta, lucida, decisa, mai aggressiva. Mai ho sentito nelle sue parole e mai ho scorto nel suo sguardo anche solo un sottile  lume di una spietata voglia di vendetta. Nemmeno ora.  Non era vendicarsi nei confronti degli agenti che le interessava, il suo obiettivo non era quello di vederli marcire in prigione. Ora più che mai si capisce il senso della battaglia sua, di suo marito e delle persone che le stavano affianco: Verità, giustizia e dignità per Federico. E ci sono riusciti. Federico non è morto perché era drogato, perché si era fatto del male da solo. Nulla di tutto questo. E’ stato malmenato. Lo dicono le prove, lo dicono i testimoni. Era il suo stesso sospetto, quello che trapelava sul suo blog quel due gennaio 2006,  dalle sue parole, che per fortuna, erano state prontamente raccolte da qualcuno. Si legge nei commenti a quel primo post (qualcuno si era permesso di postare la storia su indymedia.  Era già il nove gennaio e i media non davano credito a quella che a “molti poteva sembrare una bufala una di quella che girano sul web”. A ribadirlo Alessio Spataro ai microfoni di Radio Onda Rossa. Il 17 luglio, giorno in cui Federico avrebbe dovuto compiere 22 anni, presenterà a Ferrara il libro a fumetti “La zona del Silenzio” scritto insieme a Francesco Checchino Antonini. Vi sarà noto anche questo nome, immagino. È infatti quello del giornalista il cui articolo, pubblicato l’11 gennaio 2005 su liberazione, finalmente accendeva i riflettori sulla vicenda di Federico. Le sue parole fecero rapidamente il giro del web. “Un post al giorno finché giustizia non sarà fatta”,  questo era il nome dell’iniziativa cui si poteva aderire. Sembrava necessaria, dal momento che nonostante il lavoro di Checchino Antonini, le altre testate nazionali sembravano restie a prestarle la giusta attenzione.

NEL NOME DELLA GIUSTIZIA – Nel frattempo si era già costituito il comitato  Verità pfederico aldrovandi Caso Aldrovandi: finché giustizia non sarà fatta er Aldrovandi e Patrizia, già stata intervistata da Arcoiristv, che aveva doviziosamente documentato la sua storia,  si preparava a partecipare a qualche trasmissione televisiva. Checchino Antonini era già con lei, anche in quelle occasioni. Non l’aveva abbandonata. Non l’ha mai fatto, in tutti questi anni. “All’epoca scoprimmo la vicenda sulla newswire di indymedia, qualche ora dopo ero a colloquio con patrizia in un caffé di Ferrara. Per tre anni e mezzo sono andato e venuto da quella città per seguire ogni passo della faticosa controinchiesta. In questi anni Lino e Patrizia mi hanno trattato come un fratello e io ho cercato di essere all’altezza del loro affetto.” Ci racconta così, contattato via facebook, il suo rapporto esclusivo con quella madre coraggio, con quella famiglia che non ha mai smesso di cercare di capire cosa era successo davvero quel venticinque settembre 2005, all’alba. Cosa hai provato dopo la sentenza? Gli ho chiesto. “Da lunedì sera mi sento certamente meglio: c’è un’aula di giustizia dove le polizie non sono al di sopra della legge. L’amarezza per il non ritorno di Federico è comunque più forte di ogni altra sensazione. Abbiamo pianto tutti quella sera, poi ci siamo riscandalizzati perché lo stesso agente che si vantava al telefono di averlo “bastonato di brutto per mezz’ora(la registrazione è stata ascoltata in aula) ha detto che avrebbe continuato a dormire tranquillo. Un altro sta aspettando i ragazzi come Federico al G8 dell’Aquila. E non è finita qui. Ci sarà l’appello, come doveroso per una giustizia garantista. Ma il blocco di potere che s’è schierato in difesa dei quattro imputati agirà ancora. Lo Stato difficilmente processa se stesso“.

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