Una crescita del PIL UE nel secondo trimestre del -0,3% (dato tendenziale: 1,5%) non è proprio uno scherzo, soprattutto pensando che il trimestre precedente segnava ancora uno 0,7% (tendenziale 2,1%). Siamo comunque nei limiti previsti da diversi analisti…
Vari esperti preannunciano infatti un PIL “strisciante” fino al termine dell’anno. Il risultato, comunque grave, ha c
ontributi vari. Esistono anzitutto problemi statistici: la prima metà del 2007 - che rappresenta in un certo senso il “top” del ciclo economico, dopo il quale una moderazione (e anche meno) della crescita risulta più evidente - “inquina” un po’ il confronto; qualcosa di simile si può dire per il mite inverno trascorso, nel quale il settore edile ha retto, spostando quindi al secondo trimestre i nodi della questione. I contributi più importanti alla frenata, comunque, sono sicuramente stati dati dagli effetti del caro-materie e da fattori strutturali come ciclo economico e globalizzazione zoppa, soprattutto in relazione alla varietà di ambienti economici che compone la UEM.
LE DUE PALLE AL PIEDE DELL’UNIONE EUROPEA - Nella UE sono presenti, tra gli altri, Spagna e Italia che insieme costituiscono più di un quinto del PIL della UEM (la Germania pesa poco meno), e che si trovano in stagnazione o prossime al “crollo”. La Spagna sta pagando l’artificioso boom immobiliare che è stato motore del suo PIL, e gli effetti si accumulano a causa del doppio filo che lega, appunto, finanza e immobili: la fase negativa del ciclo economico alimenta una restrizione creditizia che pesa ampiamente sugli investimenti “lunghi” di questo tipo. Tale “lunghezza” è data anche dal fatto che un immobile non genera rendite industriali finché non ospita un’attività industriale fatta di altri investimenti, e non rende locazioni finché le rendite industriali non giustificano una maggior domanda di servizi abitativi. Servizi i quali, in assenza del “carburante finanziario”, si svalutano, incidendo così sullo standing creditizio dei possessori (a maggior ragione quando l’immobile va a diretta garanzia del debito). L’Italia è assolutamente impreparata a una competizione internazionale, “ostinandosi” a un confronto sul manifatturiero che, salva la domanda di lusso, non permette un rapporto qualità/prezzo paragonabile a quello asiatico, e la cui protezione (salariale e imprenditoriale) nella realtà drena capitali utili per un riposizionamento. Già solo queste due formidabili
zavorre deprimono il dato complessivo nonostante le performance tedesche.
FATTORI DI DEBOLEZZA GENERALI - Sulle peculiari difficoltà di alcune aree grava poi il generale peso della fase negativa del ciclo economico che, contrapponendo l’insorta scarsità di capitale all’insostenibilità dell’incompletata macchina produttiva, evidenza uno spreco di potenziale di non rapida riconversione. L’ampio incrocio di scambi reali e finanziari ha permesso un illusorio boom mondiale, e parimenti comporta un trascinamento globale nella fase recessiva. Insomma, tutto rallenta, e le soluzioni protezionistiche (si pensi al fallimentare Doha Round) aggravano lo stato di “spreco” di capitale . Ma ancora più evidente è un effetto collaterale dell’inversione del ciclo, che è lo sfogo sulle materie prime (porto più o meno ultimo per i fantacapitali creati in fase ascendente dell’illusorio boom), il cui più elevato prezzo comprime i margini di guadagno sulla produzione e quindi porta alla contrazione della stessa (da una parte la produzione è meno conveniente e quindi viene ridotta, dall’altra la riduzione dell’offerta comporta un aumento dei prezzi sui prodotti, che permette di “assorbire” i maggiori costi realizzativi); per quest’ultima via si ha direttamente una contrazione produttiva e una riduzione del potere d’acquisto. Quindi, pure senza debolezze strutturali particolari (dipendenza dall’immobiliare, lobbismo antiglobalizzazione, ma pure debito pubblico eccessivo per poter operare anticiclicamente), esistono fattori che possono colpire indistintamente l’intera UEM, Germania compresa. E così è stato.
POSTI DI LAVORO A RISCHIO? - Il costo delle materie prime crea spinte contrattive sul PIL, e l’illusorietà del boom ha comportato una massa di investimenti incoerente con la congiuntura (gli investimenti nell’area sono mediamente al 15,7% del PIL, al massimo dal 2000, contro ad esempio un tasso di risparmio tedesco al 10%); non deve stupire che qualche economista (come Saunders di Citigroup) veda possibili bruschi tagli a occupazione e investimenti. D’altra parte il deficit del settore non-finanziario rispetto al valore aggiunto era a fine 2007 al 7,4% per l’Italia (massimo dal ‘92 sulla spinta di stipendi e imposte) e al 18,6% per la Spagna (su cui pesava l’immobiliare) contro una media UEM del 4,6%, e questo era già un segnale preoccupante di sovrainvestimento e shock negativo da costi.
Da quanto sopra si ricava che una moderazione del prezzo delle materie potrà consentire il recupero di questa “frenata” europea. Ma questa componente nulla può contro le altre, cioè contro i mancati risparmi dovuti a una globalizzazione azzoppata dalle lobby. E contro il “secondo giro” degli effetti dell’inflazione (ad esempio indicizzazioni salariali che hanno il sapore di una nuova “scala mobile“), per un’area che non ha voluto (o potuto, per errori politici) accantonare risparmio che completasse l’eccesso di investimenti (per troppa parte immobiliari) spinto da tassi di interesse esageratamente bassi. Questo “errore” di coordinamento purtroppo non permetterà un rientro consistente dell’inflazione a breve termine, e questo creerà imbarazzo per la BCE che ha già sacrificato molto i propri obiettivi di inflazione (tra l’altro una discesa dell’euro, sulla scorta di queste paure, espone la UEM a maggior rischi di “inflazione importata”). Ma d’altra parte, vista la molteplicità di cause che stanno dietro alla presente congiuntura quasi-stagflazionistica, è sciocco sperare che un solo strumento (la politica monetaria) possa risovere tutti i problemi.
























