di Leonardo Daverio Patrizi (IHC)
postato alle 10:32 del 28 Agosto 2008 in EconomiaTorna alla home

Gli ultimi dati sulla crescita congiunturale sono stati considerati da alcuni una sorta di “riscatto” degli USA e un “de profundis” della UE sotto il peso della crisi subprime. Ma cosa ne pensa chi si è incontrato a Boston per evitare il pignoramento della casa?

Quasi 3000 mutuatari e 250 funzionari di banca radunati in 12.000 mq di sala riunioni. E’ Foreclosure Prevention Workshop (incontro per la prevenzione del pignoramento) il nome esatto di questa iniziativa dell’associazione HopeNow. Quello di Boston dello scorso 16 agosto è il sedicesimo e il più partecipato di analoghi incontri tenutisi in giro per gli USA. Non per nulla è stato sponsorizzato pure dalla Fed di Boston, dai governatori di Maine, Connecticut, Massachussets e Rhode Island, e dal Presidente della Commissione Finanza della Camera. E l’invito è stato così forte che tra le banche presenti a valutare la rinegoziazione dei mutui c’era niente di meno che IndyMac, un istituto appena fallito! Ci sarebbe da ridere… Qui il problema è grosso però: il tasso di pignoramenti nel comparto subprime è oltre il 20%, il 17% delle case in vendita negli USA viene da un pignoramento esecutivo, e ci sono attese per $ 500 miliardi di svalutazioni patrimoniali. HopeNow intanto dice di aver aiutato quasi due milioni di persone. Numeri grandi. Troppo grandi.

I CONTI NON TORNANO - A parte il fatto che questi fenomeni massivi di pignoramento nonché di “raduni di rinegoziazione” non si sono visti in Europa (almeno per ora), ma i numeri a occhio mi sembrano un po’ grossi per quello che fu definito un “mercato marginale”. Il mercato subprime è stato valutato in $ 1000 miliardi; nel primo semestre sono state imputate a questo mercato svalutazioni bancarie per quasi $ 462 miliardi di cui $ 237 miliardi nelle sole Americhe (dati Bloomberg), che sommate alle possibili svalutazioni patrimoniali di cui sopra danno un totale di circa $ 962 miliardi ($ 737 miliardi nelle Americhe). In pratica, il segmento subprime verrebbe azzerato di valore! Ma questo è incoerente con tassi di pignoramento di “solo” un quinto del totale. Un altro ragionamento un po’ “rozzo” parte dal 50% di probabilità che gli intervenuti al workshop di Boston possano evitare il pignoramento, come stimato da un funzionario di HSBC alla stampa (riportato nell’articolo “Boston, ecco il popolo dei subprime” del Sole24ore del 17/08/08); allora, se HopeNow ha aiutato quasi due milioni di persone, altrettante non ce l’hanno fatta, e queste costituiscono quel 25% (per eccesso) di tasso di pignoramenti, quindi $ 40 miliardi di mutui, che per due milioni di persone significano $ 20.000 di mutuo medio; un po’ pochino come mutuo ipotecario in costanza di bolla speculativa. O il ragionamento è troppo “rozzo” o qualcosa non torna, e se non torna è perché in ballo ci sono più di $ 1000 miliardi, cioè si va “oltre” i subprime.

UNA CRISI… POCO SUB - Che qualcosa non torni è però insito anche nell’elenco per categoria dei partecipanti al workshop di Boston. Come dice l’articolo citato “sono impiegati di grandi aziende, operai, pensionati, professori universitari (nello Stato del MIT? da ridere…), avvocati, pizzaioli, musicisti, casalinghe, cassiere di supermercato, guardie carcerarie, inventori”… non del tutto quella marmaglia di basso standing creditizio, almeno in apparenza, da cui l’aggettivo “subprime”. Queste considerazioni fanno il paio con l’articolo qui già pubblicato per festeggiare il primo compleanno della crisi subprime, e valgono a ripetere una cosa: il fenomeno va al di là di un eccessivo rischio imprenditoriale in un segmento del mercato, il fenomeno è pubblicamente “mascherato” con l’etichetta “subprime”, ma questa è una crisi più vasta, sistemica, cioè “prime”.

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