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Quando Prodi svendeva le aziende pubbliche

Il Romano Prodi politico, e presidente del Consiglio, gode senz’altro di una reputazione migliore del Prodi che ha ricoperto negli anni ’80 il ruolo di manager pubblico, impegnato nella gestione di una fetta della vasta galassia di partecipazioni statali. Della tentata vendita del colosso alimentare di Stato Sme alla Buitoni di Carlo De Benedetti da parte dell’Iri, di cui il Professore era presidente, si parla ancor’oggi. E non per elargire complimenti all’inventore dell’Ulivo. Il sospetto è che l’azienda controllata dalla mano pubblica, e sulle cui sorti pesavano le decisioni di Prodi, abbia assunto un trattamento, economico e non, di favore nei confronti del gruppo alimentare dell’ingegnere.

LA SME A DE BENEDETTI – Tutto comincia il 30 aprile 1985 quando l’ingegner De Benedetti, in conferenza stampa con Prodi annuncia l’acquisto, avvenuto il giorno precedente, del pacchetto di maggioranza della Sme, il ramo agro-alimentare dell’Iri. L’ingegnere che soli tre mesi prima aveva acquisito il controllo della Buitoni-Perugina, si assicurava, proprio, attraverso la nuova azienda, il 64% della finanziaria di Stato, colosso dell’agro alimentare che, nazionalizzato nel ’63, comprendeva i marchi Motta, Alemagna, Cirio, Bertolli. Il prezzo pattuito era di 497 miliardi di lire. Prodi, che dell’Iri, principale ente pubblico italiano operante in diversi settori strategici, ricoprì la carica di presidente dall’82 all’89 (e una seconda volta nehli anni ’90), fu il vero e proprio artefice della trattativa e dell’accordo.

 

500 MLD IN 18 MESI – In conferenza stampa tenuta con De Benedetti non esitava a sottolineare l’importanza politica ed economica della cessione. Il Professore, in particolare, confermava che il settore alimentare per l’Iri non era affatto prioritario, e che quindi le aziende oggetto di vendita potevano essere alienato senza remore: l’Istituto per la Ricostruzione Industriale – faceva sapere il Professore – da quel momento in poi si sarebbe concentrato prevalentemente sugli investimenti nel settore delle nuove tecnologie e in aziende strategice come Stet e Sip. De Benedetti pagò 1107 lire per ottenere 449mila azioni Sme diventando, di fatto, il primo gruppo alimentare italiano. L’operazione avvenne con la benedizione di Mediobanca di Enrico Cuccia che pure partecipava all’operazione e che divenne secondo azionista. Il conto dell’ingegnere sarebbe stato saldato in 150 miliardi di lire da versare nel giro di poche settimane e in ulteriori tre tranche da 75, 150 e 125 miliardi nei successivi 18 mesi.