Dopo un anno di blackout, sta per essere nominato un nuovo ministro della Sanità, Ferruccio Fazio. Non avrà un compito facile, tra le tentazioni ragionieristiche di Tremonti e la necessità di salvaguardare il nostro sistema sanitario. Che rischia di andare allo sbaraglio, come dimostra l’uso eccessivo di specializzandi nei turni notturni
La nomina, salvo sorprese, è imminente. E’ un medico, ed ha un bel curriculum alle spalle. E’ stato il reggente di Sacconi da oltre un anno. Non sono note le sue intenzioni. Difficile pens
are a clamorose inversioni di rotta riguardo alla “vision” complessiva del sistema, delineata nel libro bianco del welfare e che avevamo già analizzato qui, ma non si può mai dire. In quell’analisi ci sono cose giuste e cose meno giuste, ma è complessivamente poco convincente, basata com’è sulla sostanziale “ritirata dello stato”, che parte dall’assunto che il welfare, la Sanità ci “costano” troppo: la spesa è eccessiva, dicono, e cresce a ritmi vertiginosi anno dopo anno.
DATI DI FATTO – Alcuni “assiomi” sono smentiti dai dati di fatto. Forse su alcuni temi il prossimo ministro, che conosce bene il mondo della sanità, ha altre idee. Certamente conosce i dati: dicono che la spesa sanitaria in Italia vale oltre 100 miliardi di euro, circa il 7% del Pil italiano. Non è poco, ma è in linea con molti paesi europei e con la media dell’Unione europea. Ed è molto meno degli USA. Come si può vedere qui, non tra i più alti fra i paesi Ocse. La spesa sanitaria cresce anche a ritmi abbastanza sostenuti. Ma non è “fuori controllo”: tra il 2000 e il 2006 è aumentata del 7%, mentre nel biennio successivo l’incremento è stato di appena lo 0,9%. Questo mentre la popolazione residente aumenta in modo consistente, la vita media si allunga quindi aumenta la quota di persone sopra 65 anni, ora pari a oltre il 20%: fenomeno che continuerà a ritmi elevati. Quindi servono più cure. Infine, la spesa aumenta perché ci sono tecnologie sempre più sofisticate, che aumentano il successo delle cure ma fanno aumentare anche i costi. Che quindi, fisiologicamente, non potranno diminuire se si vuole mantenere un livello di servizi adeguato. Parliamo di sanità: un approccio eccessivamente ragionieristico-contabile non sembra il più appropriato, a meno di non voler dare davvero un calcio alla nostra salute.
LE CONSEGUENZE DELL’APPROCCIO “CONTABILE” – Perché il compito del sistema sanitario è garantire la salute, ovviamente riducendo al minimo gli sprechi. Non è quello di spendere un determinato ammontare (costante o addirittura calante) di risorse per fornire un “pacchetto” di prestazioni, anche a costo di qualche “piccolo sacrificio” sul livello del sevizio offerto. Il sistema italiano è ipocrita perché proclama l’universalità del servizio, ma ha scelto un modello “aziendalistico”. L’ospedale ha un budget predefinito di soldi per la “produzione” delle cure ai cittadini. Il fatturato aziendale viene determinato in base al DRG, assegnato ad ogni paziente dimesso sulla base della diagnosi e delle prestazioni fornite, e che in base ad un valore economico predeterminato viene pagato dalla Regione di appartenenza all’Azienda Ospedaliera, determinandone così il “fatturato”. Se l’ospedale fornisce molte prestazioni (cioè vende m
olti “prodotti”) ad un costo più basso è “virtuoso”, mentre se avviene il contrario è “da punire”. Il sistema in pratica è che il “risparmio” per l’Ospedale avviene sul “costo” per la produzione della cura. In teoria, eliminando tutti gli sprechi. Ma in pratica, risparmiando un po’ dove si può.
I RISPARMI CHE POTREBBERO NON PIACERE – Perché un manager sanitario magari difficilmente dice di no all’assunzione di nuovo primario suggerito dal politico di turno, un “favore” che poi sarà utile al momento di spartirsi la torta della salute. E per compensare risparmia invece sulle protesi, o sul bisturi monouso, sui liquidi di sterilizzazione, sui cerotti, sui turni dei medici e del personale paramedico. O, peggio, sui macchinari per la diagnostica. Che ne penserebbe il cittadino che ha una macchiolina “sospetta” se la diagnosi fosse fatta con una TAC di prima generazione anziché con una PET ultimo modello? O se le visite ambulatoriali a cui è sottoposto sono “affrettate” perché è più conveniente farne 6 all’ora invece che 3? Difficile distinguere il risparmio che elimina lo spreco da quello che riduce il livello del servizio. Soprattutto quando, com’è avvenuto con l’ultima manovra finanziaria, si assegnano risorse al sistema sanitario nazionale completamente al di fuori dalla realtà, con incrementi nominali inferiori all’1% annuo, che significa inevitabilmente (dato l’aumento di popolazione, i costi crescenti delle tecnologie, ecc..) una riduzione netta di prestazioni offerte. E il sacrifico delle risorse per gli investimenti.
IL CASO DELLE GUARDIE AGLI SPECIALIZZANDI – Ci sono casi eclatanti, tipo quello dei reparti ospedalieri lasciati sotto la esclusiva responsabilità degli specializzandi. E’ successo a Messina, a Verona, a Roma. La legge consente le cosiddette guardie interdivisionali: un solo specialista “garantisce” la copertura notturna e festiva di più reparti (ad esempio, Neurochirurgia e Oncologia) e gli altri medici “strutturati” danno la reperibilità. In pratica, lo specialista presente lascia agli specializzandi la responsabilità di diversi reparti, anche se “garantisce” la sua presenza per tutti. In caso di emergenza, può succedere di tutto. Ci sono casi documentati. A Messina, si veda qui, succede anche in reparti delicatissimi lasciati agli specializzandi, medici neolaureati che appunto, devono “specializzarsi”. E fioccano le telefonate notturne in casi di emergenza, come per quel bambino in crisi diabetica. Perché, anche se “gli specializzandi sanno che devono rivolgersi sempre al medico di guardia senza assumere alcuna iniziativa autonoma”, spesso “lo strutturato è a sua volta impegnato in consulenze ed impazzirebbe se lo chiamassimo da ogni reparto”. E quindi non si può aspettare. Ci si arrangia. A Verona l’anno scorso (si veda qui) un blitz di Cittadinanza Attiva scoprì casi analoghi: interi reparti di fatto “affidati” agli specializzandi. Si è scatenato un putiferio, anche di tipo legale, con pareri e contro pareri. E’ intervenuto anche lo studio di [[Niccolò Ghedini]] (tranquilli, Berlusconi stavolta non c’entra nulla) come si può leggere qui. A Roma l’associazione ha denunciato che gli specializzandi sono “utilizzati come manodopera a basso costo per coprire le carenze strutturali del Sistema sanitario nazionale“, per una decisione che dimostra peraltro “poca attenzione nei confronti della salute dei cittadini“.
SANITA’ A RISCHIO SBARAGLIO – La tutela della salute è garantita dalla Costituzione. E la salute, almeno lei, non è né di destra né di sinistra. Certo, chi ha i mezzi economici può
sempre rivolgersi alle strutture private. Ma le emergenze di salute, purtroppo, non guardano in faccia nessuno. E a quel punto, se nell’ospedale in cui viene ricoverato d’urgenza un manager pubblico o d’azienda, un commerciante, un imprenditore o un libero professionista c’è uno specializzando, bisogna accontentarsi. E’ importante che il futuro ministro segua, per davvero, un approccio non ideologico. Sul modello sanitario, sulla determinazione dei DRG, sulla partita aperta della definizione dei LEP (in sanità chiamati LEA), i livelli essenziali di prestazione, da introdurre in applicazione della Legge Calderoli sul Federalismo fiscale. Per una sanità che offra cure efficaci, al massimo livello tecnologico possibile e senza sprecare risorse. Difficilmente la scelta della stragrande maggioranza dei cittadini sarebbe sul “risparmio” sulla salute. Se correttamente informata. Poi, ci si può dividere su quale sia il modello più utile allo scopo: una sana competizione pubblico-privato, ma non ritirando lo Stato, caso mai ampliandone il potere di “verifica”, per evitare che al danno dello spreco che continua si aggiunga la beffa degli arricchimenti di pochi furbacchioni. Oppure un modello ancora in prevalenza “pubblico”. O un mix dei due. In Italia ci sono esempi di Sanità regionali “decenti” sia nell’uno che nell’altro caso. L’importante è salvaguardare almeno la tutela della salute, non mandandola allo sbaraglio della cupio dissolvi di tagli ragionieristici senza criterio.























“Difficilmente la scelta della stragrande maggioranza dei cittadini sarebbe sul “risparmio” sulla salute. Se correttamente informata”
Già. Perchè sinceramente leggere, anche se non è una novità, che, come sempre, il problema non è quanto si spende, ma come lo si spende, (male), fa venire un pò d’orticaria.
“un solo specialista “garantisce” la copertura notturna e festiva di più reparti (ad esempio, Neurochirurgia e Oncologia) e gli altri medici “strutturati” danno la reperibilità.” spero almeno sia superman…Allucinante
si grida allo scandalo per la malasanità, ma pochi sanno che spesso i medici fanno veramente salti mortali per garantire un’assistenza decente ai cittadini. A poco a poco c’è stata in tutta Italia una riduzione progressiva del personale: chi va in pensione o, ahimé, muore, spesso non viene sostituito e su chi rimane grava il peso di carichi di lavoro disumani.
Il mio settore è relativamente protetto (relativamente…) perché “i matti” fanno paura, ma io vedo che i miei colleghi ospedalieri sono spesso in uno stato davvero disperato. Diversi anni fa una mia cara amica neurochirurgo mi aveva raccontato che in un’occasione era rimasta in reparto per 72 ore consecutive, fra turni di lavoro suoi, turni di colleghi assenti e chiamate in reperibilità. Lei è molo brava, ma accidenti, chi si farebbe operare da un neurochirurgo alla sua 70° ora di servizio?
@MariaTeresa:
La fa venire a tutti..
@Gloriademo:
Non è superman. E’ un medico.
@Uyulala:
Dalle mie “fonti” so che ci sono già reparti in cui mancano figure professionali “forti”. Quanto durerà?
@Giamba:
Stavolta hai perfettamernte ragione: il Giornalettista che ha scritto l’articolo è davvero sfigato. Gli altri no, per fortuna. ^_^
E tu, anche con le tue “polemiche”, certamente dai vita a questa “landa desolata”. Per questo ti lascio un sorriso, se lo vuoi.
C.
“caso mai ampliandone il potere di “verifica”, per evitare che al danno dello spreco che continua si aggiunga la beffa degli arricchimenti di pochi furbacchioni.”
Ma questa idea che dove ci sia il pubblico ci siano meno “furbacchioni”, ne sei proprio certo? Il pubblico è fatto di privati che fanno determinate cose con lo scudo della legge. Io trovo molto più facile rubare e arricchirsi a scapito dei clienti nel pubblico che nel privato. Sempre se conti qualcosa ovviamente. Cioè, il pubblico di fronte a richieste di danni o richieste penali è protetto dalla stessa struttura statale.. Il privato è solo..
La situazione è esattamente come rappresentata nell’articolo, segnalerei che il dato di partenza politico è quel 7% rispetto al Pil. Il teorema “costa troppo allora privatizziamo così i cittadini pagano di più per avere di meno, ma noi accontentiamo gli amici” che usa il governo si fonda infatti sull’attirare l’attenzione sul fatto che cresce la spesa sanitaria (un bel 7% del Pil) ma ciò che nessuno dice è che essendo quel 7% il risultato di un rapporto, spesa sanitaria/PIL, è il denominatore, cioè il Pil, che sta crollando rapidamente e sempre di più, vista la mancanza di uno straccio di politica economica del governo stesso.
@libertyfighter:
Siamo d’accordo. Volevo dire (forse non sono stato chiaro) che ANCHE nel privato ci sono i furbacchioni. per questo servono i controlli e le verifiche “esterne”. Nel pubblico ci sono i servizi “interni” (che devono essere potenziati.
@dudley:
GIusta osservazione, grazie. Nell’articolo non ho messo in evidenza che il rapporto Spesa sanitaria / Pil è influenzato, ovviamente, anche dalla crescita del secondo.
Da questo punto di vista va anche sottolineato che politiche di stimolo strutturale alla crescita (riforme che aumentino la produttività, ad esempio…) non sono come spesso si pensa antitetiche alla tutela sociale. Ma esattamente il contrario
C.